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contributo inviato da generosobruno il 29 settembre 2010

Che brutta fotografia quella che sul Corriere della Sera di giovedì scorso – 23, settembre - ritrae i complimenti a Nicola Cosentino dopo il voto di Montecitorio. A congratularsi con il coordinatore del Pdl campano è Francesco De Luca, parlamentare irpino, vicino a Gianfranco Rotondi, nominato deputato, nella circoscrizione Veneto 1, nelle liste del Popolo della Libertà.

 
Le congratulazioni a Cosentino, rappresentano, anche esteticamente, l’autodifesa in cui il centrodestra, per la propria sopravvivenza, sta piegando l’aula parlamentare; costringendo, l’ennesima legislatura di nominati, ad un voto, come ha detto Pier Luigi Bersani, “inaccettabile ed indecoroso” in cui tutto è utile alla difesa del premier, anche, quindi, l’impedimento all’utilizzo, da parte dei magistrati, delle intercettazioni riguardanti l’ex sottosegretario allo sviluppo economico con delega al CIPE su cui, è sempre bene ricordarlo, pende un mandato di arresto per camorra.
Ancora una volta, la “pulsantiera” di Montecitorio è tornata buona alla difesa degli interessi del premier o di uno dei suoi sodali.
Berlusconi, quindi, con i suoi parlamentari, salva a Montecitorio l’amico suo e dei casalesi e, forse, è, amaramente, quasi meglio che in queste settimane non abbia pronunciato una parola – non una sola parola - in memoria di Angelo Vassallo, il Sindaco di Pollica ucciso, perché difensore della sua terra, dal piombo della camorra.
A questo, ormai, è ridotto, insieme al “suo” parlamento, quello che doveva essere il governo del fare. La difficoltà di Berlusconi, in questi ultimi mesi, non sta però, solo, nel tramonto del Pdl come partito unico, ma, soprattutto, nella fine dell’idea stessa del “partito dell’unico” cioè del soggetto politico che è corpo e carne del leader. Le ore che precedono il discorso di Berlusconi alla Camera già raccontano tutto questo.
Il berlusconismo, per quasi un ventennio, ha rappresentato il tentativo di agire la politica come fine dello Stato, nel suo ruolo costituzionale di garante dei diritti universali e del lavoro nel tentativo di costruzione “a-democratica” della così detta “Seconda Repubblica”, al punto da capovolgere, semanticamente, il senso stesso della parola “riforma” che, anche per effetto della crisi della socialdemocrazia e del riformismo, come molte altre parole figlie delle culture di progresso, ha finito con il segnare politiche di regressione sociale e di distruzione dei diritti.
E’ stato questo, il segnale di una profonda subalternità culturale vissuta dalla sinistra anche come ricerca di una legittimità a governare, che ha fatto assumere al postcomunismo italiano – lo scrivono, nel loro documento, i giovani turchi del Pd - “tutte le letture di moda sul terreno economico e sociale nel vano tentativo allontanare da leadership immutabili gli spettri del passato”.
 
Sono tra coloro che credono che uscire dal berlusconismo significhi procedere ad una vera e propria decolonizzazione degli immaginari e che per farlo occorra ripartire dai valori e dai principi della Costituzione, cioè dalla necessità di ricucire, a doppio filo, dopo la sbornia degli ultimi quindici anni, il rapporto tra democratici e cultura costituzionale, mettendo assieme, a partire da questo terreno, diritti civili e diritti sociali.
E’ ancora da qui che sento di dover partire, nel secolo nuovo, per riprendere a parlare di libertà, di uguaglianza e di opportunità nel ridefinire un nuovo lessico della speranza capace di parlare ai bisogni, alla voglia di cambiamento, ai desideri ed alle ambizioni delle donne e degli uomini.
Se è questo il punto di partenza delle discussioni interne al Pd che si proceda, anche con chiarezza. Se, invece, quella che si è aperta in questi giorni, prima e dopo la riunione della Direzione nazionale, è solo l’inizio di una nuova, inesorabile e sotterranea Tebaide dei democratici, utile, territorio per territorio, postazione per postazione, solamente a riposizionare storie e destini all’interno della possibile mutazione del quadro politico generale, l’unica cosa da dire è: Fatela finita, non è questo il sale dell’alternativa.
 

Generoso Bruno

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