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contributo inviato da verduccifrancesco il 26 settembre 2010

Trentino.it

Succede a Rovereto (TN) di essere licenziati perché affetti da tumore. Una banconiera di un supermercato viene licenziata perché supera i 180 giorni di malattia in un anno.

Penso che tutti sappiano a cosa si va incontro in casi simili. Le cure – chemioterapia e radioterapia – sono alquanto debilitanti sia fisicamente che psicologicamente,  il che implica l’assenza dal lavoro non solo nei giorni di cura ma anche per potersi riprendere dagli effetti della malattia; e la signora a accumulato più giorni di malattia di quanti consentiti. In termini contrattuali sarebbe giusto – a quanto sembra, il contratto non fa distinzione tra malattia e malattia -, ma in termini umani?

È giusto che, una persona bisognosa di cure costanti e non ancora considerata disabile, venga lasciata economicamente a se stessa? A quanto sembra, per i dirigenti dell’azienda sembra proprio di si. Se il contratto dice di si, ebbene, noi lo rispettiamo. Questa, in sintesi, la giustificazione dei dirigenti.

Questo comportamento dimostra una volta di più di quanto si siano deteriorati i rapporti tra società e esigenze economiche, quanto poco conti l’essere umano di fronte a tali esigenze. L’essere umano, da fruitore dei benefici dell’economia, è declassato a semplice strumento. La dove prima c’erano interessi comuni  concreti e condivisibili dati dalla necessità di creare il benessere di tutti, ora ci sono interessi di parte utili solo a mantenere efficiente il sistema. Come una macchina complessa che usa i meccanismi finché “girano bene” e che, all’occorrenza, vengono cambiati e gettati.

Anche se l’episodio riguarda un caso particolare nella sua specificità, non bisogna illudersi che rimanga relegato al quel campo specifico che, comunque, di per se rappresenta un vero sopruso, poiché la teoria che sta alla base si può applicare a tutte le situazioni ove la persona non sia in grado di adempiere al proprio compito.

Se consideriamo il modo di pensare basato sul merito (meritocrazia), risulta evidente l’impatto negativo che avrà, nel prossimo futuro, sul rapporto lavoro/capitale; la dove il capitale, per esigenze intrinseche al suo sviluppo – necessità di operare in piena libertà –, terrà conto delle esigenze delle persone solo nella misura in cui queste risultano idonee al raggiungimento dei suoi obiettivi. Verrà dunque eliminato (o forse lo è già?) quel rapporto basato sul rispetto che vede nell’uomo il destinatario naturale di ogni economia.

Per concludere, da una parte il capitale che, supportato da certa politica che vede la difesa dei diritti acquisiti dai lavoratori come un momento di conservatorismo (nel senso negativo del termine) vorrebbe dominare ogni aspetto della società, dall’altro, i sindacati che non riescono a vedere il problema nella sua vera essenza a causa della mancanza di un obiettivo finale che non può essere la semplice difesa dei diritti acquisiti. Si dimentica che l’acquisizione dei diritti è stata possibile con lo sconfinamento nella politica; quando si parla di diritti, si parla di tutto ciò che riguarda la vita sociale. Questo porta a considerare che il lavoro non è solo diritto ad esso ma molto di più.

Fermarsi al diritto al lavoro significa un arresto del processo di umanizzazione della società e resa di fronte ai continui attacchi di coloro che vorrebbero una società disumana, basata solo sul rapporto capitale/profitti.

 

TAG:  LAVORO  LICENZIAMENTI  DIRITTO 

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