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contributo inviato da Daniele Salvi il 13 agosto 2010

 

Enrico Letta, Lucio Caracciolo: "L'Europa è finita?", Add editore, Torino 2010,  pp.126.

 

Una riflessione a due voci sul destino dell'Europa, sui limiti della sua costruzione e sulla realtà disvelata dalla crisi economico-finanziaria in corso. Un percorso tutto sommato lineare quello che Letta intravvede nei decenni in cui si è forgiato l'esperiemento europeo, nell'ambito del quale assume un'importanza epocale l'introduzione dell'euro e -ciampianamente- la fiducia che la moneta non potrà che portare le istituzioni dell'Europa unita. La crisi costituisce l'occasione e la necessità di un forte balzo in avanti in direzione della costruzione degli Stati Uniti d'Europa, costituiti dal gruppo dei sedici paesi in cui vige l'euro, e della Confederazione europea, aperta ai paesi dell'allargamento a ventisette. Una visione disincantata e piuttosto preoccupata, invece, quella che ci offre Lucio Caracciolo, il quale riconosce nell'impasse attuale dell'Europa e nelle incertezze evidenziatesi di fronte alla crisi greca i limiti propri di un certo europeismo elitista e funzionalista, che ha scambiato il dover essere con l'essere e le funzioni con le istituzioni. L'impostazione di Letta ne è a suo avviso la coerente prosecuzione. Emergono con nitidezza dalla sua visione il ruolo forte esercitato dagli Stati Uniti d'America, anche quando l'Europa ha pensato di essere ormai divenuta una soggettività autonoma, e la difficoltà di parlare di Europa nel momento in cui sono del tutto assenti elementi fondamentali della statualità, data la pesantezza delle differenze di interessi tra i vari stati nazionali, l'assenza di una lingua comune, di leadership politica e di istituzioni prodromiche a quella che nella sua idea potrebbe tutt'al più essere una Confederazione europea dei cinque paesi del 'nucleo storico'. La crisi come opportunità per Letta, come fonte di preoccupazione per Caracciolo, sulla base anche della passata storia europea. Sullo sfondo la riflessione sulla democrazia, sul suo impoverimento tra l'emigrare dei luoghi decisionali in ristrette oligarchie finanziarie, l'incapacità di presa di un'Europa senza democrazia sui problemi reali e gli stati nazionali, unica base democratica residuale, del tutto indeboliti. Genuino lo sforzo di Letta d'intravvedere ciò che nasce, piuttosto che ciò che muore all'interno dell'Europa, senza la quale non c'è futuro per l'Italia. Su questo almeno entrambi gli autori concordano

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