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contributo inviato da verduccifrancesco il 10 agosto 2010

La morte degli otto volontari della ONG International Assistance Mission lascia esterrefatti. Di fronte a comportamenti di una violenza cosi inaudita, vien da pensare che l’essere umano sia l’unico essere vivente capace di tanto e pertanto l’unico essere fuori posto sul pianeta.

Questo eccidio, l’uccisione di persone a sangue freddo non può che esserlo, purtroppo, va ad aggiungersi ai tanti accaduti dopo l’ultima guerra mondiale; guerra che, a causa della crudeltà con cui era stata condotta, avrebbe dovuto mettere le basi a una riflessione costante sui modi di condurre le divergenze tra i popoli. Ma cosi non è stato! Questo episodio non è che uno dei tanti noti e non noti (vedi i documenti segreti svelati di recente da Wikileaks su come conducono la guerra gli USA in Afganistan) commessi dalle parti in guerra.

Di eccidi, nella seconda metà del secolo scorso e in questo scorcio del nuovo ne sono stati commessi tantissimi e a farne le spese, anzi, se si chiamano eccidi e proprio per questo,  sono sempre i più deboli che con la guerra magari neanche c’entrano o chi, come nel caso dei volontari, si adopera per aiutare chi si trova nel bisogno senza distinzione di bandiera.

Dire che la guerra andrebbe bandita sarebbe retorico – d’altra parte, per fermare i contendenti in armi servono armi. Dire che bisogna trovare soluzioni pacifiche ai problemi, forse, lo è altrettanto, almeno finché il mondo è diviso e a decidere le politiche nazionali sono gli interessi particolari siano essi economici, ideologici o religiosi.

Ma, al di la di questo, ciò che lascia esterrefatti è il continuo utilizzo dei cosiddetti “segreti di stato” utilizzati per nascondere ai popoli, non solo le azioni, ma anche la vera essenza delle guerre; quegli stessi popoli che, periodicamente, vengono chiamati a commemorare le vittime delle guerre e che, con discorsi “roboanti” , li si invita a vigilare affinché il mondo non ricada in quegli orrori come se gli orrori riguardino un passato lontano e che non si è più verificato proprio grazie alla vigilanza. A ciò va aggiunto il continuo richiamarsi a valori storico/nazionali che invece di avvicinare, allontana i popoli e li pone in una situazione di conflittualità permanente che viene utilizzata proprio per giustificare le guerre.

Se da una parte si cerca di creare una cultura “globale” per il bene di tutti, dall’altra si opera in modo che detta cultura si verifichi esclusivamente a favore degli interessi particolari e non delle popolazioni; si afferma che l’economia è globale e pertanto le vecchie regole non valgono più e che bisogna allargare il proprio orizzonte d’azione, e, allo stesso tempo, si afferma che i popoli devono stare entro i loro territori e, se si spostano, devono “integrarsi” – cioè diventare – nella cultura che li ospita. Questo significa che la globalizzazione, invece di essere intesa come dibattito aperto tra le diverse culture – il che presuppone il mescolarsi dei popoli affinché possano dialogare che a sua volta presuppone l’apertura, o la loro definitiva eliminazione, delle frontiere –, viene intesa unicamente come possibilità degli interessi particolari di commerciare (o rapinare?) liberamente dettando le loro leggi (con la costituzione in loco di governi a loro asserviti) anche la dove vige un diverso modo di intendere l’economia. I popoli, anzi, vengono tenuti all’oscuro dei mezzi usati.

Gli eccidi perpetrati da ambo i contendenti dovrebbero, secondo le intenzioni dei fautori, essere vissuti dalle popolazioni dei rispettivi paesi come azioni lesive della loro libertà e non come atti criminali.

Essere uccisi in terra straniera a causa di guerre che non si condivide o essere uccisi in terra nostra a causa di politiche dissennate, non implica nessun eroismo. Implica, invece, un continuo martirio delle popolazioni e individui coinvolti che, loro malgrado, si trovano ad affrontare situazioni estreme per scelte altrui.

Si potrebbe obiettare che i volontari conoscono la situazione dei paesi dove operano e, pertanto, anche i rischi, e ciò è vero. Ma se si considera che, dell’intera popolazione mondiale, solo una piccola parte condivide la guerra, ne consegue che i volontari, operando in quei luoghi, danno testimonianza della loro fede nella libertà dei popoli e nella pace tra essi e non come portatori di valori non condivisi dalle popolazioni di quei territori. In tal caso li si può considerare antieroi e … martiri.

Essere per la pace significa rifiutare la guerra, cercare di fermarla con metodi pacifici, implica un impegno a cui, chi vi partecipa, lo fa in considerazione dell’inutilità della stessa. Cosi agendo, rifiuta anche tutto ciò che ne deriva: l’eroismo, oltre agli onori e la ricchezza.

Per concludere, non esistono eroi!!!!!!!

TAG:  GUERRA  EROISMO  MARTIRIO 

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