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contributo inviato da torquemada58 il 23 luglio 2010
Avvertenza : quello che segue è un work in progress, è un tentativo di ricomporre il quadro complessivo della stagione che nel trapasso dalla Prima alla Seconda Repubblica vide all'opera una nuova "strategia della tensione" . Il testo di questo contributo verrà cambiato e corretto in continuazione fino ad arrivare alla sua stesura definitiva. La prima pubblicazione del testo risale al 23/7/2010 alle 18:11. Questa che leggete è una versione aggiornata al 05/08/2010  ma aggiornata di nuovo il 13/11/2011 per la parte relativa al rapporto tra stragi e revoca del 41bis a seguito delle rivelazioni dell'ex ministro Conso e aggiornata al 20/11/2010 per la parte relativa al fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma del gennaio 1994 a seguito della pubblicazione della sentenza del processo di appello di Marcello Dell'Utri. Oggi 19 settembre 2012 ho corretto alcuni errori e due passaggi nel testo riferibili alla questione della c.d. trattativa.


Il lettore perdonerà la sovrabbondanza di ipotetiche e di subordinate ma descrivere un verminaio e le contorsioni e le giravolte dei vermi di un verminaio non è per niente facile.

La premessa di fondo è che la storia italiana del Dopoguerra sia il « Gioco Grande »  a cui alludeva forse Falcone : una guerra per bande nella quale ognuno fa la sua partita attraverso alleanze improprie e/o temporanee : la posta in gioco è la spartizione del potere politico, economico e finanziario. Tutti in un modo o nell'altro sono coinvolti o sono interessati al « Gioco Grande » , allora come adesso, ma non c'è un piano eversivo globale, non c'è qualcuno che sa tutto, il burattinaio non c'è, ognuno sa la sua parte di storia e gioca per se stesso, gioca le sue carte e semmai gioca in base alle carte che ritiene in mano al compagno di coppia oppure se le sue carte sono buone cerca di dominare la partita e si muove in base alle reazioni degli altri giocatori, nessuno sa con esattezza quello che hanno in mente gli altri, tutti barano, vince la partita chi sa veramente giocare le sue carte, belle o brutte che siano. Quando tutte le carte sono state giocate, si fa la conta, si spartisce il piatto e si ricomincia con un nuovo giro, una nuova partita, possono cambiare le coppie ma il « Gioco Grande »  non finisce, la spartizione è continua e non ha soste,  non finirà per molto tempo ancora.

Nella stagione stragista del 1993 non c'è piano eversivo, vale il ragionamento politico di Bettino : « Temo che ci saranno altre bombe, dopo quella di via Ruggero Fauro. Perchè? Perchè oltre a una giustizia a orologeria politica, in Italia esistono anche le bombe a orologeria politica... Tendo a non credere alla pista mafiosa. C'è dell' altro: è una bomba che ha l'obiettivo di stabilizzare, non di destabilizzare ».

La parola chiave è : stabilizzare

Ha ragione chi vede un « Gioco Grande »  che da Portella della Ginestra arriva alle stragi del '93 ed è un gioco che è ancora in essere, sotterraneo, impalpabile, la partita in corso finirà quando si arriverà alla nuova stabilizzazione del dopo-Berlusconi : ogni partita si deve concludere con una nuova stabilizzazione e con una nuova spartizione dei poteri, lo scopo non è quello di definire un modello di società moderna, è un « Gioco Grande »  che mira alla gestione di un "Kaos organizzato" e non può che essere che così perchè i giocatori sono potenti e non vogliono mollare la presa : la malavita organizzata è la prima industria del paese e a ruota seguono l'evasione fiscale, l'industria del sommerso, la corruzione e le clientele, la realtà che vediamo è imposta, nelle fogne della storia italiana è sempre stata in atto e lo è tuttora una guerra per bande tra malavita, servizi deviati, politici corrotti, potentati economici e finanziari, gestori e amministratori del denaro pubblico ecc.ecc.
Il « Gioco Grande »  è questo.

Vorrei cominciare con una serie di date, una consecutio temporum che mette in relazione il VERO inizio di Forza Italia, la sequenza degli attentati del 1993 e la discesa in campo di B. :


4 aprile 1993 -  B. decide la «discesa in campo» dopo il famoso incontro con Craxi :


« Bene - dice Silvio subito dopo aver incontrato Craxi - so quello che devo fare. E' deciso. Adesso bisogna agire da imprenditori. Chiamare gli uomini, comunicare la decisione. Adesso bisogna dirlo a Marcello, perché mi metta attorno persone che mi possano accompagnare. Bisogna fare quest'operazione di marketing sociale e politico. Va bene, allora andiamo avanti, procediamo su questa strada, ormai la decisione è presa ».

Il 4 aprile 1993 si apre una nuova fase, cambia tutto, comincia una nuova partita del « Gioco Grande » di cui parlava Falcone ed è la partita così ben descritta dal ragionamento politico di Bettino subito dopo l'attentato a Maurizio Costanzo :

« Temo che ci saranno altre bombe, dopo quella di via Ruggero Fauro. Perchè? Perchè oltre a una giustizia a orologeria politica, in Italia esistono anche le bombe a orologeria politica... Tendo a non credere alla pista mafiosa. C' è dell' altro: è una bomba che ha l' obiettivo di stabilizzare, non di destabilizzare ».

Bettino conosceva i suoi polli, sapeva di cosa erano capaci.....

 
La serie degli attentati del 1993

14 maggio      Fallito attentato di via Fauro, Roma        
27 maggio      Strage di via dei Georgofili,  Firenze        
27 luglio         Strage di via Palestro, Milano               
28 luglio         Bomba a San Giovanni in Laterano, Roma    
28 luglio         Bomba a San Giorgio in Velabro, Roma    
31 ottobre (?) Fallito attentato allo Stadio Olimpico, Roma    


23 gennaio 1994

Secondo le nuove indagini questa sarebbe la vera data del fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma

26 gennaio 1994 - B. annuncia la «discesa in campo»

27 gennaio 1994 - Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati a Milano



Adesso cominciamo ad usare una lente di ingrandimento,  dobbiamo allargare la cronologia e mettere a fuoco i dettagli :

La traiettoria di Berlusconi


17 febbraio 1992 - Scoppia Tangentopoli : cambia tutto per tutti


maggio - giugno 1992

Ezio Cartotto, politico democristiano che a metà degli anni Ottanta teneva corsi di formazione per i manager di Publitalia, l’azienda che raccoglieva pubblicità per le reti Fininvest:
« Nel maggio-giugno 1992 sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso entrasse in politica per evitare che una affermazione delle sinistre potesse portare prima a un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi ».

settembre 1992, data imprecisata

Secondo la testimonianza di Ezio Cartotto, ad una convention di quadri della Fininvest, tenuta a Montecarlo, Berlusconi tenne un discorso che posso definire d'attacco dicendo specificamente: « i nostri amici che ci aiutavano, contano sempre di meno; i nostri nemici contano sempre di più; dobbiamo prepararci a qualsiasi evenienza per combatterli ».

20 marzo 1993 - Berlusconi freme, è tentato dalla politica

Quel giorno Berlusconi riunì i direttori dei suoi giornali e telegiornali ad Arcore ed annunciò la sua  « gran voglia di mettersi alla testa di un nuovo partito » visto che mancava un leader di statura adeguata sulla scena politica.


primi giorni di aprile del 1993

E' ancora Ezio Cartotto che parla : « Si arrivò quindi all'aprile del 1993, quando Berlusconi mi convocò e mi disse che aveva la necessità di prendere una decisione definitiva su ciò che si doveva fare perché le posizioni di Dell'Utri e Confalonieri gli sembravano entrambe logiche e giuste, e lui non era mai stato così a lungo in una situazione di incertezza. Mi disse quindi che per prendere una decisione aveva chiamato un suo amico, che lui stimava molto dal punto di vista politico, e cioè Bettino Craxi ».


4 aprile 1993 -  B. decide la «discesa in campo» dopo l'incontro con con Craxi

Il Corriere della Sera, in data 12 aprile 1996 pubblica un articolo di Francesco Battistini intitolato  « Quel giorno ad Arcore quando Craxi suggeri' a Berlusconi di fondare un partito ».  Lo riproduco nella sua integrità perché in questo articolo Battistini anticipa i contenuti di un libro che Cartotto sta per dare alle stampe e che in verità uscirà solo nel 1998 con il titolo «Operazione Botticelli» nel quale si menziona un incontro con Craxi avvenuto il 4 aprile del 1993 alla fine del quale prese avvio l' «Operazione Forza Italia». Cartotto è un testimone dell'incontro e quello che riferisce è fondamentale per capire quando, come e perché scatta l' «Operazione Forza Italia» :

«Ha taciuto tre anni. Ora che l' hanno fatto fuori ("cacciato dall' oggi al domani . dice . si sono dimenticati di come ho messo in piedi Forza Italia"), ha deciso di raccontare in un libro la "vera" storia del partito di Berlusconi. E di svelare quel che molti hanno sempre sospettato, ma nessuno ha mai provato: che dietro la discesa in campo del Cavaliere c' era Bettino Craxi. Ezio Cartotto, cinquantatreenne ex dc, portaborse di Marcora prima e prandiniano poi, incarichi all' Eni e all' Atm, "amico di Berlusconi dal ' 71", tre anni e mezzo fa entro' nello staff che preparava il nuovo movimento: ufficio all' ottavo piano di Palazzo Cellini a Milano 2, a fianco di Marcello Dell' Utri, partecipo' a decine d' incontri segreti in via Rovani. Circa un mese fa e' stato interrogato dai magistrati torinesi Luigi Marini e Cristiana Bianconi, che indagano sull' "operazione Botticelli" e sui presunti fondi neri passati da Publitalia a Forza Italia: gli hanno chiesto conto di alcune fatture, lo considerano un testimone importante. Cartotto sa molte cose, ne ha annotate altrettante, ha conservato ogni documento. E nel libro scritto per l' editore napoletano Tullio Pironti (titolo provvisorio: "Fa' come ti dice lui"), con un ex collaboratore che si nasconde dietro lo pseudonimo di Evangelista de' Gerbi, ricostruisce i mesi passati "alla tela di Penelope, con noi che lavoravamo e Silvio che smentiva". Il capitolo principale e' dedicato a quella domenica 4 aprile 1993. Un momento terribile, per il Caf: i conti svizzeri di Tangentopoli, Andreotti indagato per mafia a Palermo, due settimane ai referendum di Segni, la lira oltre quota mille sul marco, la Lega che fa penzolare un cappio in Parlamento e i giovani missini che circondano Montecitorio. Il Psi e' gia' a pezzi: Craxi ha ricevuto 11 avvisi di garanzia, il suo attache' Giallombardo e' latitante all' estero, Benvenuto mette all' asta i beni del Garofano. Alle sei del pomeriggio, sotto la pioggia, Cartotto si fa accompagnare ad Arcore dal figlio Davide, 21 anni. Viene fatto accomodare nello studio piccolo di Villa San Martino, davanti alle foto di Benedetto Croce, saluta Berlusconi e si sente dire: "Sai, c' e' qui una persona...". L' incontro con Bettino dura tre quarti d' ora, racconta Cartotto. Esordisce il Cavaliere, che da mesi lavora al nuovo partito: "Sono esausto . si sfoga ., m' avete fatto venire l' esaurimento nervoso. Confalonieri e Letta mi dicono che e' una pazzia entrare in politica e che mi distruggeranno. Che mi faranno di tutto, andranno a frugare tutte le carte. E diranno che sono un mafioso... Cosa devo fare? A volte mi capita perfino di mettermi a piangere, quando sono sotto la doccia". Craxi ascolta in silenzio. Allora parla Cartotto: cita Segni, il pericolo Lega, la Rete, i rischi dell' uninominale, finisce con Martinazzoli. Sentendo quel nome Craxi, che nel racconto "cammina nervosamente avanti e indietro, non si siedera' quasi mai", interrompe: "Martinazzoli e' della sinistra democristiana . dice a Berlusconi ., e per te e' peggio di Occhetto. Quelli della sinistra dc sono i tuoi nemici, rico' rdatelo sempre, piu' di quelli del Pds. Non farti illusioni. Se bisogna fare una coalizione di centro non comunista, con asse portante Martinazzoli, per te sarebbe una soluzione piu' pericolosa del danno che vogliamo evitare". E allora? A Bettino piace l' idea d' un partito: "Bisogna trovare un' etichetta . dice ., un nome nuovo, un simbolo, un qualcosa che possa unire gli elettori che un tempo votavano per il pentapartito. Sarebbe importante distinguere tra Nord e Centro Sud...". Il leader del Garofano, racconta Cartotto, vede bene un accordo con la Lega nei collegi del Nord e con i notabili dc e psi al Meridione. Berlusconi pero' e' freddo: Bossi non gli piace, mentre stare con Fini al Sud sarebbe meglio... "Allora Craxi . si legge nel libro . prende un foglio di carta, ed e' uno dei pochi momenti nei quali si siede. Comincia a fare dei cerchietti. Dice: "Questo e' un collegio elettorale. Gli elettori saranno presumibilmente 110 mila persone e 80 85 mila quelli che avranno diritto al voto. Quelli che andranno a votare saranno 60 65 mila. Prendendo in considerazione queste persone e con l' arma che tu hai in mano delle tv, attraverso le quali puoi fare una propaganda martellante a favore di questo o quel candidato, ti bastera' organizzare un' etichetta che riesca a raggrupparne 25 30 mila, per avere forti probabilita' di rovesciare il pronostico. Accadra' per l' effetto sorpresa, per l' effetto televisione o per l' effetto del desiderio che gli elettori non comunisti hanno di non essere governati dai comunisti". Bettino insiste, cerca di convincere l' amico Silvio: "Se trovi una sigla giusta, con le tv e le tue strutture aziendali... Hai uomini sul territorio in tutta Italia, puoi riuscire a recuperare quella parte di elettorato che e' sconvolto, confuso, ma anche deciso a non farsi governare dai comunisti e a salvare il salvabile". A quel punto, racconta Cartotto, Craxi se ne deve andare. Berlusconi l' accompagna. Dopo qualche minuto il Cavaliere rientra piu' disteso: "Bene . dice ., adesso so quello che devo fare".

La testimonianza di Cartotto sull'incontro tra Berlusconi e Craxi ci dà gli elementi fondamentali per capire quando, come e perché scatta l' «Operazione Forza Italia» :

Il quando

La fine del racconto dice tutto :  Dopo qualche minuto il Cavaliere rientra piu' disteso: « Bene . dice, adesso so quello che devo fare » . Il 4 aprile del 1993 è il quando, è a tutti gli effetti la data in cui Berlusconi decide la discesa in campo, il dado è tratto, indietro non si torna.

Il come

Craxi indica a Berlusconi come comunicare : « Se trovi una sigla giusta, con le tv e le tue strutture aziendali... Hai uomini sul territorio in tutta Italia e dove trovare ».
Craxi indica a Berlusconi dove trovare gli elettori :  « puoi riuscire a recuperare quella parte di elettorato che e' sconvolto, confuso, ma anche deciso a non farsi governare dai comunisti e a salvare il salvabile ».

Ma soprattutto Craxi insegna a Berlusconi il Grande Trucco : comandare con una minoranza

Bisogna rileggere il punto del racconto in cui Craxi prende un foglio di carta e comincia a fare dei cerchietti e dice : « Questo e' un collegio elettorale. Gli elettori saranno presumibilmente 110 mila persone e 80 85 mila quelli che avranno diritto al voto. Quelli che andranno a votare saranno 60 65 mila. Prendendo in considerazione queste persone e con l' arma che tu hai in mano delle tv, attraverso le quali puoi fare una propaganda martellante a favore di questo o quel candidato, ti bastera' organizzare un' etichetta che riesca a raggrupparne 25 30 mila, per avere forti probabilita' di rovesciare il pronostico. Accadra' per l' effetto sorpresa, per l' effetto televisione o per l' effetto del desiderio che gli elettori non comunisti hanno di non essere governati dai comunisti ».

Il perché

Questo lo sa Berlusconi : nel 1993 la Fininvest e tutto il gruppo sono in grave crisi, i debiti sono altissimi e gli oneri sul debito superano l’utile operativo, il fallimento è a un passo, con Tangentopoli ancora in corso « i nostri amici che ci aiutavano contano sempre di meno, i nostri nemici contano sempre di più » bisogna fare qualcosa, trovare nuovi amici nuovi referenti.

Ma che bisogno c'è di dire :  «  Sono esausto . si sfoga ., m' avete fatto venire l' esaurimento nervoso. Confalonieri e Letta mi dicono che e' una pazzia entrare in politica e che mi distruggeranno. Che mi faranno di tutto, andranno a frugare tutte le carte. E diranno che sono un mafioso [ il grassetto è mio ndr ]... Cosa devo fare? A volte mi capita perfino di mettermi a piangere, quando sono sotto la doccia » ?

Ma perché qualcuno dovrebbe dire a  B. sei un mafiosoIncredibilmente pochi anni dopo, nel 1998,  la Padania in effetti farà una durissima campagna di stampa contro il mafioso di Arcore  che si concluderà con 10 domande sulle vicende economiche-finanziarie di B. e l'undicesima domanda sarà proprio : « Berlusconi sei un mafioso ? »  Ma ora siamo ancora nel 1993 e quindi ?
In effetti B. sa di essere sotto osservazione,  Borsellino, due giorni prima di Capaci e 59 giorni  prima di morire aveva parlato di Silvio e di Marcello nella ormai famosa intervista ai giornalisti francesi , l'intervista verrà fuori anni dopo ma i fatti di cui parla Borsellino erano già venuti fuori anni prima, nell'ottobre del 1984 il quotidiano di Palermo L'Ora aveva tirato fuori la storia di presunti legami tra elementi mafiosi ed insospettabili personaggi che graviterebbero nell' orbita dell' impero di Silvio Berlusconi. Ora siamo nel 1993 ma B. sa che le vecchie storie possono venir fuori di nuovo da un momento all'altro, a prescindere, secondo Cartotto B. si aggirava già da mesi per le sue aziende dicendo « se non andiamo in politica ci accuseranno di essere mafiosi », era un modo retorico per dire :  « ci accuseranno di essere mafiosi, conviene entrare in politica » , l'idea di fondo è che convenga entrare in campo e giocarsi la partita da una posizione di forza piuttosto che farsi massacrare in posizione difensiva. La miglior difesa è l'attacco, conviene attaccare, scendere in campo per evitare il fallimento e per difendersi meglio dalle accuse di mafiosità.

Sempre Cartotto ha sentito Marcello Dell'Utri dire : « Silvio non capisce che se parlo io... » , è  evidente che qualche scheletruccio nell'armadio c'è davvero , non ci può essere altra spiegazione, ma è meglio affrontare la tempesta che subirla. La parola d'ordine è : entrare in politica per evitare il fallimento e per difendersi meglio dalle accuse di mafiosità.

Il punto è che il 4 aprile 1993 il crack è alle porte, la crisi è grave, bisogna fare qualcosa, non basta più trovare nuovi amici e/ o nuovi referenti, bisogna scendere in campo, giocarsi la partita :
« Bene - dice Silvio subito dopo aver incontrato Craxi - so quello che devo fare. E' deciso. Adesso bisogna agire da imprenditori. Chiamare gli uomini, comunicare la decisione. Adesso bisogna dirlo a Marcello, perché mi metta attorno persone che mi possano accompagnare. Bisogna fare quest'operazione di marketing sociale e politico. Va bene, allora andiamo avanti, procediamo su questa strada, ormai la decisione è presa ».
Se qualcuno tirerà fuori le vecchie storie di mafia, si vedrà al momento cosa converrà fare, comunque è più facile difendersi da parlamentare che da semplice cittadino.


La traiettoria di Cosa Nostra


Curiosamente anche i problemi di Cosa Nostra iniziano ai primi del 1992 :

30 gennaio 1992

La prima sezione della Cassazione, sottratta all’influenza di Corrado Carnevale, il Giudice ammazzasentenze, conferma le condanne del maxiprocesso. Per Cosa Nostra è la fine di un’epoca.

12 marzo 1992 - A Mondello viene ucciso Salvo Lima

Salvo Lima è l’uomo che rappresenta Giulio Andreotti in Sicilia
Giovanni Falcone commenta l’accaduto con queste parole : « E adesso viene giù tutto…».

E' il segnale : i vecchi patti non valgono più.
Cosa Nostra a questo punto ha lo stesso identico problema di cui parlerà Berlusconi in settembre : « i nostri amici che ci aiutavano, contano sempre di meno; i nostri nemici contano sempre di più; dobbiamo prepararci a qualsiasi evenienza per combatterli ».

Che fare ? I nemici si possono togliere di mezzo e nuovi amici si possono trovare...
il primo obbiettivo è il Nemico N° 1 Falcone

Salvatore Cancemi,  il primo collaboratore di giustizia che era stato membro della Cupola ci consegna un ricordo importante sui momenti che precedono la strage di Capaci :  « Quando c’erano le preparazioni per le stragi di Falcone, del dottor Falcone, io ero in macchina con Raffaele Ganci. Stavamo andando là e Ganci Raffaele mi disse, con pochissime parole: U zu’ Totuccio si incontrò con persone importanti ». [ il grassetto è mio ndr ]

Togliere di mezzo i nemici e incontrare persone importanti è tutt'uno, Riina è il Capo indiscusso di Cosa Nostra, ha deciso che Falcone deve morire e ha incontrato persone importanti .

18 marzo 1992

Un’operazione della Criminalpol di Palermo porta all’arresto di 26 persone implicate in un traffico internazionale di armi e sostanze stupefacenti con la complicitá dell´organizzazione mafiosa. I capi dell’organizzazione risultano essere Ulrich Bahl, ingegnere tedesco, e Giovanni Lo Cascio, trafficante d’eroina e massone. In una quarantina di giorni, un gruppetto ben assortito di trafficanti ha riciclato una quantita' impressionante di denaro. Almeno 500 miliardi. Finiscono in carcere 26 persone, fra cui 18 palermitani. Hanno comprato titoli di Stato boliviani, rastrellato rubli al mercato nero per acquistare in blocco pezzi dell'economia ex sovietica, stampato dollari falsi e falsi Buoni poliennali del Tesoro. Il tutto con la complicita' di notai austriaci, avvocati palermitani, banchieri tedeschi e italiani. Nelle intercettazioni compare anche il nome di Licio Gelli. Lo fa l'ingegnere tedesco Ulrich Bahl in una conversazione telefonica con il presunto boss mafioso Giovanni Lo Cascio, della famiglia di Palermo Centro. Il 23 aprile 1991 l'ingegnere tedesco telefona al boss da Miami in Florida: "Il signor Licio Gelli ti invia i suoi saluti".  Una settimana dopo, il 28 aprile, sulla stessa utenza palermitana arriva un'altra telefonata dagli USA. Risponde sempre Lo Cascio, dall'altra parte dell'Atlantico c'e' Saverio Randisi, che tranquillizza Lo Cascio su certi affari, perche', dice lui, ha parlato con l'ingegnere. Tra le altre cose, l'ingegnere gli avrebbe detto "che nell'operazione prevista per domani sono interessati amici comuni tra i quali Licio Gelli [*]


 24 aprile 1992 - Cade il Governo

Il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, travolto dalle polemiche seguite all'omicidio Lima, rassegna le sue dimissioni al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

 26 aprile 1992 - Si dimette Cossiga


Il 21 maggio 1992

Alle ore 9.00 si svolge il terzo ed ultimo incontro tra Paolo Borsellino ed i giornalisti Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo per definire gli ultimi particolari dell´intervista relativa all´inchiesta giornalistica sul ruolo di Cosa Nostra in Europa..

Alle ore 15.30 nella sua abitazione di via Cilea a Palermo Paolo Borsellino rilascia a Calvi e Moscardo l’intervista in cui descrive alcuni dei canali di riciclaggio di denaro sporco della mafia al nord Italia. In particolare parla di Vittorio Mangano e dei suoi legami con Marcello Dell’Utri. Dice inoltre che a Palermo è in corso un’inchiesta aperta con il vecchio rito istruttorio che vede coinvolti Mangano Vittorio, Dell’Utri Marcello e Dell’Utri Alberto. Questa inchiesta, della quale Borsellino dice di non occuparsi personalmente (Borsellino ha la delega solo per Trapani ed Agrigento), dovrebbe concludersi entro ottobre dello stesso anno.

La notizia di tale inchiesta è assolutamente nuova. Fino ad allora le vicende processuali di Vittorio Mangano e dei fratelli Dell’Utri erano state sempre separate: Vittorio Mangano era già stato coinvolto in numerosi procedimenti giudiziari (tra cui il maxi-processo) mentre i gemelli Dell’Utri erano stati imputati di bancarotta fraudolenta nel crack di alcune società nel nord Italia (Marcello Dell’Utri: crack Bresciano, Alberto Dell’Utri: crack Venchi Unica), ma i tre non erano mai stati indagati contemporaneamente in un unico procedimento.

L'intervista diverrà pubblica alcuni anni dopo ma qualcuno potrebbe esserne venuto a conoscenza subito , l'appartamento di Borsellino era bonificato ?


22 maggio 1992

Sono in corso le elezioni per eleggere il Presidente della Repubblica, la parola d'ordine è : Andreotti non deve essere eletto

23 maggio 1992 - L'attentatuni - Il grande attentato

Libero Grassi era stato ucciso da Salvino Madonìa, Salvo Lima viene ucciso nel territorio dei Madonìa, la strage di Capaci avviene nel territorio dei Madonìa, a Milano sta per essere emessa la sentenza per la "Duomo Connection" e i Madonìa sono pesantemente coinvolti.
I Madonìa sono la famiglia mafiosa più potente di Palermo, la grande alleata dei Corleonesi di Totò Riina e Bino Provenzano.
Come spiega bene La Repubblica del 29 maggio 1992, Capaci è al centro del triangolo Cinisi-Carini-svincolo autostradale di via Belgio totalmente in mano ai Madonia al punto che la famiglia ha unificato l' area storica di controllo (Resuttana) con quella limitrofa (Capaci-Carini-Villa Grazia di Carini-Cinisi-Marina di Cinisi) in un unico mandamento : il mandamento di San Lorenzo. Potevano non sapere che "nel cortile di casa loro" ci sarebbe stato il più terribile attentato della storia della mafia ?

Curiosamente Aldo Madonìa, l' unico maschio Madonìa ancora in libertà, quel sabato mattina se ne esce di casa di buon mattino e se ne va a Napoli, prende l'aereo a Punta Raisi alle 7.20, la sera alle 20.40 risale in aereo a Capo di Chino sul Napoli-Palermo. La stessa agitazione - sostengono gli inquirenti - si è impadronita dei Di Trapani e dei Pipitone, famiglie apparentate con i Madonìa.
Nessun maschio in libertà delle due famiglie era, a cominciare dal pomeriggio di sabato, a Palermo.
Nelle storie di mafia le coincidenze non esistono, tutti quelli che gravitavano intorno ai Madonìa sapevano che cosa sarebbe accaduto a Capaci alle 17.58.

Questo non vuol dire che i Madonìa siano gli unici mandanti della strage di Capaci, l'errore che si fa di solito è pensare che la catena vittima-movente-mandante sia lineare e esaustiva ma non è così : si uccide per interesse diretto ma anche per interesse riflesso, per fare un piacere al compare, per ingraziarsi qualcuno che conta, per dimostrare chi comanda, per dare un segnale, per chiudere o per aprire una partita, perché qualcuno a cui non si può dire di no te l'ha chiesto, per un accordo, per iniziare un accordo, per uno scambio di favori, per depistare, per far credere a qualcuno un'intenzione che non c'è e si può uccidere in molti modi : per intervento diretto, mettendo a disposizione il territorio o un gruppo di fuoco, dando l'assenso o chiedendo l'intervento di altri oppure lasciando fare altri

Secondo un rapporto della guardia di finanza Giuseppe Madonìa avrebbe partecipato a un vertice svoltosi tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992 in provincia di Caltanissetta, durante il quale sarebbe stata decisa l'uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Tra i Madonìa e i Corleonesi c'è un patto di ferro, la strage di Capaci matura sulla base di un concetto banale, la miglior difesa è l'attacco, i Corleonesi mettono la materia prima, la logistica, i Madonìa mettono a disposizione il territorio, la parola d'ordine è chiudere la partita con Falcone, il messaggio dovrà essere bello chiaro : chi tocca i fili che contano davvero muore, chi tocca i fili dei flussi del denaro e del riciclaggio ha il destino segnato.

"Non vorrei che Falcone fosse caduto per l'appoggio dato ai giudici di Milano" dice Pino Toro intervistato da Corrado Stajano -  "Dopo quell' attentato fallito dell' 89, Falcone disse subito che bisognava cercare un possibile movente sulle indagini per il riciclaggio di denaro sporco in Svizzera.

23 maggio 1992 - Sentenza a Milano per la "Duomo Connection"

Una delle ipotesi di fondo degli investigatori era che i miliardi del traffico internazionale d' eroina, probabilmente gestiti dal clan palermitano dei Madonìa, venivano riciclati al Nord in operazioni immobiliari e in società commerciali.

28 maggio 1992 - “Hanno messo l’osso davanti ai cani”

In occasione della presentazione di un libro, il ministro Vincenzo Scotti candida pubblicamente Paolo Borsellino al vertice della Superprocura Antimafia. Calogero Pulci, collaboratore di giustizia, racconterà che la sera di quello stesso giorno si trovava a tavola con altri mafiosi quando il TG3 trasmise le immagini della conferenza stampa di Scotti e Martelli. All’udire le loro parole, Piddu Madonia esclama:  « E murì Bursellinu ». Pochi giorni dopo, Borsellino commenterà l’uscita di Scotti in un colloquio con il tenente Carmelo Canale: «  Hanno messo l’osso davanti ai cani ».


23 giugno 1992 - Vito Ciancimino vuole collaborare ?

Il capitano Giuseppe De Donno dei Ros informa Liliana Ferraro sulla  «disponibilità di collaborare» di Vito Ciancimino e la sera stessa la Ferraro avverte Borsellino della «disponibilità» di Ciancimino

1* luglio 1992 -
Borsellino interroga a Roma Leonardo Messina

La mattina del 1° luglio 1992 negli uffici dello SCO a Roma, Paolo Borsellino, Vittorio Aliquò ed Antonio Manganelli iniziano a stilare un verbale delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Leonardo Messina. Questi illustra la centralità degli appalti pubblici nel sistema che lega in Sicilia i mafiosi, i politici e gli imprenditori. In questo settore un ruolo chiave è rivestito da Angelo Siino, detto “il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”. Inoltre Messina cita esplicitamente il gruppo Ferruzzi come uno dei punti referenti imprenditoriali di Cosa Nostra: “Riina è interessato alla Calcestruzzi spa, che agisce in campo nazionale.”


1° Luglio 1992 - Borsellino interroga a Roma Gaspare Mutolo

Gaspare Mutolo ha un primo incontro con Mutolo il pomeriggio del 1° Luglio 1992, l'incontro dovrebbe essere  segreto ma a un certo punto arriva una telefonata dal Ministero dell'Interno, pare che Nicola Mancino, insiedatosi al Ministero proprio quel giorno al posto di Vincenzo Scotti, abbia chiesto un incontro urgente. Secondo la testimonianza di Mutolo, Borsellino gli dice: "sai Gaspare, devo smettere perché mi ha telefonato il Ministro, manco una mezz'oretta e vengo."
Swcondo Mutolo, Borsellino torna dopo circa un'ora molto preoccupato, nervoso, talmente scombussolato da avere due sigarette accese in mano.
Mutolo gli chiede: "Dottore cos'ha?" e Borsellino gli dice di aver appena incontrato il Dottor Parisi ed il Dottor Contrada e lo invita a verbalizzare subito quanto di sua conoscenza riguardo alle infiltrazioni della mafia nello Stato.

Se Borsellino abbia incontrato o meno Mancino è una vexata quaestio ancora in corso, su quello che succede al Ministero non c'è chiarezza : Vittorio Aliquò ricorda due telefonate del Capo della Polizia a Borsellino e ricorda di averlo accompagnato personalmente al Ministero. Ricorda di aver altresì incontrato sia Parisi che il neo-ministro Mancino, ma non rammenta un incontro con Contrada. Afferma però di non essere stato tutto il tempo con Borsellino.
Mancino non ricorda l'incontro ma non esclude che possa essere avvenuto. E' stato accertato comunque dai magistrati di Caltanissetta che Borsellino incontrò Parisi.
Il giudice Pietro Vaccara conferma di aver ricevuto una delicata confidenza da Paolo Borsellino su un suo inatteso incontro con Contrada all'uscita dell'ufficio del Capo della Polizia Parisi.
Borsellino in effetti anche a Mutolo dirà di aver incontrato Parisi e Contrada

In verità sapere con esattezza quello che succede al Ministero o sapere quello che si dicono Parisi, Contrada e Borsellino non è così importante come alcuni sono portati a pensare, potrebbero essere frasi di circostanza, oppure inviti alla prudenza, oppure offerte di collaborazione, potrebbero essere bugie o mezze verità, raccomandazioni o minacce, certo è che Borsellino incontra Parisi e Contrada e questo è quanto basta : basta non solo perchè il 17  luglio Mutolo farà il nome di Contrada ma perchè la chiamata improvvisa al Ministero è di per sé un segnale inequivocabile : qualcuno sa che Mutolo sta cantando di nuovo e questo è un doppio problema, vuol dire dire qualcuno ha messo sotto osservazione sia Mutolo che Borsellino e se qualcuno lo ha fatto vuol dire che quello che Mutolo potrebbe dire è importante, potrebbe avvalorare l'intuizione che in quei giorni divora Borsellino : Mutolo potrebbe essere la cerniera per dare consistenza all'inchiesta Mafia & appalti che anche Falcone aveva preso a cuore.

Così ricorderà Mutolo quell'incontro del 1° luglio :

Mutolo : Quindi l'orario potevano essere all'incirca le 17,00 - le 17,30; insomma, non vorrei sbagliare che erano le ore 18,00, ma era, diciamo, nel tardo pomeriggio. Il dottor Borsellino all'incirca, tre quarti d'ora - un'ora, cioe' non ... un'ora e mezza, insomma, qualche cosa del genere. Insomma, tanto che a me non e' che mi hanno spostato; io sono rimasto, diciamo, dentro quegli uffici, che mi sono ... a passeggiare nel corridoio, insomma, siamo usciti, c'erano altre persone. Quindi, quando il Giudice ritorno', che era passata un'ora - un'ora e mezza, ci siamo ... siamo entrati di nuovo nella stanza, pero' l'umore del dottor Borsellino era completamente cambiato, perche' diciamo, quando incomincio' l'interrogazione era molto soddisfatto e si vedeva che era contento, insomma, che io ero iniziato la mia collaborazione; invece quando ritorno' era molto agitato, tanto che io, ad un certo punto, notai questo, perche' lui si era tolto la giacca, sudato, insomma ... Ad un certo punto io mi accorgo che il dottor Borsellino c'ha una sigaretta accesa e se ne accende un'altra, quindi da quel momento io ho capito che era, insomma, molto distratto. Anche se era con me, ma il pensiero era diciamo, ad un'altra persona.
Debbo dire questo: che quando il Giudice ando' via aveva detto ... mi aveva detto che andava dal ministro, insomma ... Dopo, quando ritorno' in questi pochissimi minuti che si accende le due sigarette, insomma, cosi', che si vedeva chiaramente che era molto turbato, c'ho detto: "Come - a tipo una battuta, insomma, che deve essere contento che e' andato dal ministro ..." Dici: "Ma quale ministro e ministro, non ... - e mi disse, dice - che sono andato dal dotto Parisi e dal dottor Contrada", quindi ho capito, diciamo, che con quello che avevo detto io qualche ora prima, qualche due ore prima, insomma, il discorso era completamente ... molto.. diciamo, preoccupante …. Ed io come ... fino a che ero stato la' seduto da quando lui era andato via e ... pero' quando io vedo che lui si accende due sigarette, mi metto a ridere e cosi' scherzosamente ci dico: "Ma scusi, signor Giudice - ho capito che era molto distratto - ma doveva essere contento perche' e' andato dal ministro": Dice "Ma quale ministro e ministro - dice - sono andato dal dottor Parisi e dal dottor Contrada". Comunque, ma me l'ha detto molto seccato, molto dispiaciuto, con fare stanco. Ma si vedeva chiaramente che la cosa non era gradita, diciamo; era stata una sorpresa che lui magari o non si aspettava o ... Io non lo so, io non e' che posso essere nella mente del Giudice, quello che pensava lui in quel momento. Cioe', pero' era completamente diverso di come era andato, di come quando ritorno', insomma

P.M. Dott. Di Matteo : Lei sa cosa si dissero?

Mutolo : No. Mi ha detto che avevano parlato con loro; lui mi ... cosi', tento' di dirmi: "Gaspare, verbalizziamo quello che mi hai detto, diciamo ..." Ed io c'ho detto: "No, dottore ... no". Lui mi accenno' che ... pero' in una maniera sarcastica, che il dottor Contrada, diciamo, sapeva che io stavo collaborando e forse la cosa che piu' ci dava fastidio al dottor Contrada ... al dottor Borsellino era questo: che il dottor Contrada, mentre almeno si pensava che la cosa poteva essere segreta, almeno a quel momento, il dottore Contrada sapeva che io stavo collaborando. Insomma, era questo che lui era molto seccato, dispiaciuto. Quindi, ora io non mi ricordo le cose con precisione che mi disse, pero' mi ricordo che fece un tentativo a dire: "Verbalizziamo - dice - quello che .... " E allora io, insomma, subito mi allarmai.

(...)

Mutolo : Sissignore. Il contenuto della conversazione che ha avuto il Giudice Borsellino con il dottore Contrada e con il dottore Parisi, pero' io non so le cose precise, ma grossomodo, che il dottore Contrada sapeva che io stavo collaborando. In una maniera sarcastica il dottor Borsellino mi dice: "Pensa pure che mi aveva detto che si voleva mettere a disposizione", non so, pero' in una maniera molto ... quindi hanno parlato di me ed io credo che il Giudice era completamente, diciamo, turbato perche' mentre era certo che fino a quel momento di me non sa nessuno niente che io sto iniziando a collaborare, cioe' si meraviglia; e la meraviglia che il dottor Borsellino e' contrariato, preoccupato, insomma, meravigliato. E perche' come mai questo, tempestivamente, le interessava, diciamo, che io stavo collaborando. Questo e' il significato, diciamo, di quello che il Giudice a me mi ha detto.

Il passaggio chiave della testimonianza di Mutolo è questo : « e forse la cosa che piu' ci dava fastidio al dottor Contrada ... al dottor Borsellino era questo: che il dottor Contrada, mentre almeno si pensava che la cosa poteva essere segreta, almeno a quel momento, il dottore Contrada sapeva che io stavo collaborando. Insomma, era questo che lui era molto seccato, dispiaciuto ».

In poche parole Mutolo centra il problema di Borsellino : Borsellino non è arrabbiato perchè qualcuno gli ha parlato del ROS o di una presunta trattativa (sic) o di una iniziativa a favore della dissociazione, Borsellino è inquieto , la sfumatura è importante, è pensieroso, è preoccupato perché sono entrati in gioco altri,  se c'è Contrada di mezzo non c'è da stare tranquilli, se un incontro segreto non è segreto e se chiamano dal Ministero mentre c'è un incontro è segreto, vuol dire che c'è un  « Gioco Grande  », che la posta in gioco è enorme ed è Mutolo stesso, con un lapsus incredibile, che conferma il punto : « e forse la cosa che piu' ci dava fastidio al dottor Contrada ... al dottor Borsellino era questo: .....il dottore Contrada sapeva che io stavo collaborando ».

2 luglio 1992 - Riina è in Sicilia

Su La Repubblica esce la notizia secondo la quale Riina è comodamente latitante in Sicilia : Totò Riina, il numero uno di Cosa Nostra, latitante da oltre trent' anni, si trova in Sicilia e probabilmente a Palermo. A sostenerlo è il suo legale, l' avvocato Cristoforo Fileccia che, conversando con alcuni giornalisti dà la clamorosa notizia, confermando quanto fino ad ora hanno dichiarato i pentiti Totuccio Contorno e Francesco Marino Mannoia. Anche la lettera dell' ultimo corvo afferma che Riina circola tranquillamente e per i suoi spostamenti avrebbe utilizzato un' automobile con il contrassegno del Corpo diplomatico.
Parla Fileccia : « Io sono stato incaricato di difenderlo nel 1984 e subito notificai questa nomina al giudice Falcone che si meravigliò perchè nessuno sapeva nulla di lui da oltre un trentennio. Da allora l' ho incontrato diverse volte e abbiamo parlato di processi a suo carico. Riina mi ha detto di non sapere niente di tutti i reati che gli vengono contestati, mi ha detto: «  Avvocato io sono innocente, sono un perseguitato, hanno voluto creare un mito ».

3 luglio 1992 . La mossa disperata : Tutti rubano = nessuno ruba


Craxi ammette il sistema delle tangenti, accusa anche gli altri partiti e chiede una nuova legge sul finanziamento


17 luglio 1992 - Borsellino ha visto la mafia in faccia

« Sai Agnese, ho appena visto la mafia in faccia...»  è la moglie Agnese che ricorda le parole che Paolo Borsellino le rivolge il pomeriggio del 17 luglio 1992, passeggiando sulla spiaggia di Villagrazia di Carini. Borsellino è tornato da poco da Roma dove ha avuto un colloquio con Gaspare Mutolo. Paolo «aveva voglia di sfogarsi» - è ancora la moglie che ricorda -  «Paolo aveva appreso qualche giorno prima che Cosa Nostra voleva ucciderlo».

« Era venerdì, era il 17 luglio del 1992. Io non sapevo neanche dove mi trovavo. Una struttura della polizia, certo, ma chi lo sa quale. Io e il giudice Borsellino facemmo quattro passi in cortile, dopo sei ore di interrogatorio...»  - ora è Mutolo a ricordare - « Verso le 2 del pomeriggio facemmo una pausa e quattro passi in cortile. E fu allora che gli dissi tutto. Gli dissi: giudice, io voglio parlare di Cosa Nostra, ma se devo dire tutto, devo anche parlare degli uomini delle istituzioni, di magistrati e di sbirri che stanno a braccetto con la mafia. Borsellino si indignò. Mi disse: e no, questi nomi li fai subito. Io li faccio pure subito, gli risposi, non ho paura a fare i nomi del magistrato Signorino o di Contrada il poliziotto, ma se li faccio subito i nomi dei personaggi importanti, giudice, la mafia mi salta addosso e mi discredita. A me e a lei. Quella sera finì così. Non verbalizzai i nomi importanti. Borsellino mi salutò. Disse: ci vediamo lunedì e questa volta quei nomi li scriviamo. La domenica lo uccisero. Io ero terrorizzato. Non volevo - potete capirmi - più aprire bocca ».
 

19 luglio 1992 - E' il turno di Paolo Borsellino

E' ancora Cancemi che racconta : «Mi ricordo (...) di una riunione che il Ganci, proprio questo mi è rimasto impresso, (...) che si appartò, diciamo,sempre nella stessa stanza, nello stesso salottino che c’era là ,con Riina. E io c’ho sentito dire: La responsabilità è mia. Poi, quando ce ne siamo andati con Ganci, Ganci mi disse: Questo ci... ci vuole rovinare a tutti, quindi la cosa era... il riferimento era per il dottor Borsellino. (...) Io ho capito che il Riina aveva una premura, come vi devo dire, una cosa... di una cosa veloce, aveva... io avevo intuito questo, che il Riina questa cosa la doveva... la doveva fare al più presto possibile, come se lui aveva qualche impegno preso, qualche cosa che doveva rispondere a qualcuno. (...) Questa cosa la doveva portare subito a compimento, doveva dare questa... questa risposta a qualcuno,questi accordi che lui aveva preso».

Perché tutta  questa fretta ?

Il fattore scatenante

Il problema è che ci sono troppe cose tutte in ballo nello stesso momento : c'è chi vuole una legge a favore della dissociazione e Borsellino potrebbe fare resistenza, Borsellino ha ritirato fuori i nomi di Berlusconi e Dell'Utri, Mutolo ha nominato Contrada e Signorino, Contrada è un nome già chiacchierato ma Signorino non lo è ancora, Mutolo potrebbe dare a Borsellino delle chiavi per aprire altre porte, Borsellino è un irriducibile, se trova un filo vuole trovare anche il gomitolo, anche per Borsellino deve valere la parola d'ordine : chi tocca i fili muore. Borsellino se trovasse degli appigli continuerebbe le sue indagini all'infinito, troverebbe altri pentiti, altri riscontri, il problema va eliminato alla radice, velocemente, prima possibile, prima che vengano fuori nomi importanti, prima che Borsellino possa fare collegamenti compromettenti per qualcuno, prima che Borsellino riprenda in mano le indagini di Falcone. L'ordine è : uccidere Paolo Borsellino e far sparire l'agenda rossa sulla quale Borsellino annotava le sue cose e sulla quale aveva probabilmente annotato per sommi capi quello che gli frullava in testa.

Mutolo aveva accusato Contrada  e Signorino già  « il 16 dicembre 1991 dinanzi al dr. Falcone, all’epoca direttore generale presso il ministero di Grazia e Giustizia, cui aveva chiesto un colloquio nella casa penale di Spoleto. Il dr. Falcone aveva aderito alla richiesta, trasferendosi in quella sede in compagna del collega dr. Giannicola Sinisi, anch’egli al Ministero; ma, non appena il Mutolo aveva fatto i nomi del dr. Contrada e del dr. Signorino come soggetti collusi con la mafia, s’era affrettato a chiarire che i suoi compiti non gli consentivano di procedere alla formazione di un verbale, e gli aveva suggerito di contattare il direttore della Dia De Gennaro ».

Il nome di Contrada era chiacchierato da tempo : Tommaso Buscetta già il 18 settembre del 1984 aveva fatto il suo nome a Falcone e Caponnetto.

il 21 maggio 1992 Borsellino aveva rilasciato la famosa intervista in cui nomina Berlusconi e Dell'Utri per le vecchie storie che erano uscite nel 1984 , anche se l'intervista verrà tirata fuori anni dopo, qualcuno potrebbe esserne venuto a conoscenza subito, magari nel'appartmento di Borsellino ci sono delle cimici, il fatto sta che due giorni dopo c'è la strage di Capaci.

Il 25 giugno 1992 Borsellino incontra segretamente il colonnello dei Carabinieri Mori e il capitano De Donno in una caserma a Palermo, pare che il tema dell'incontro sia il dossier “Mafia e appalti” . Pare che Borsellino s'informi anche di un’altra inchiesta condotta dal Ros dei Carabinieri a Milano, quella che va sotto il nome di: “Duomo connection” , un’inchiesta condotta da Ilda Boccassini. Quest’ultima ne aveva anche parlato a Falcone.

Il 28 giugno 1992, nella sala d’attesa dell’aeroporto di Fiumicino Borsellino incontra Liliana Ferraro, allora a capo degli Affari Penali al ministero di Grazia e giustizia e la Ferraro racconta a Borsellino dei contatti che il Ros aveva avviato per giungere a Vito Ciancimino.

Il 29 giugno 1992, rilascia un'intervista a Gianluca Di Feo del Corriere della Sera e spiega a Di Feo l’importanza di un arresto compiuto poche settimane prima a Milano, quello di Pino Lottusi, titolare di una finanziaria, che per 10 anni aveva riciclato danaro sporco.

Lottusi era il riciclatore di soldi sporchi dalla cosca dei Madonia, per i giudici di Palermo era provato che il clan Madonia pagava in contanti al riciclatore Giuseppe Lottusi il prezzo della cocaina, fornita dal cartello di Medellìn. Lottusi versava il denaro via Fimo sul conto di Giancarlo Formichi Moglia, prestanome di Medellìn, presso la Trade Development Bank di Ginevra.
Il 20 luglio del 1992, il giorno successivo alla strage di via D'Amelio, Di Feo pubblicherà un articolo in ricordo di Borsellino :

"Ci sono alcuni pentiti che possono diventare un' arma importante. Falcone stava cercando di fare il possibile per sfruttarli. Ma qualcuno lo ostacolava. Ora tocca a noi. Se a Roma ci aiutano. Altrimenti...". Sono le prime ore del mattino di pochi giorni fa. Paolo Borsellino e' nello studio della sua casa, non molto lontano dal luogo della nuova strage. Palazzine tutte uguali, abitate da funzionari statali. Fuori il blindato e le auto degli agenti. Non sembrano tesi ma piu' stupiti di vedere un visitatore di primo mattino. L' uomo della scorta che mi accompagna nell' ascensore e' molto triste. Commentiamo il caldo, ma i suoi pensieri sono rivolti altrove. Ha gia' ricevuto l' ordine di prepararsi ad uno spostamento: dovra' difendere il suo magistrato verso l' aeroporto, lungo quella autostrada dove gia' tre suoi colleghi hanno trovato la morte. Borsellino viene incontro fuori dall' ingresso dell' appartamento. Sono solo le 7.30 ma sembra in piedi da molte ore. Si scusa per il mancato appuntamento del giorno prima. Un pomeriggio di attesa nell' atrio del palazzo di Giustizia, tra il rabbioso carosello delle vetture blindate e la routine dei carabinieri di guardia. Invano. Solo a tarda notte risponde al telefonino: "Sono rammaricato, altri impegni. Ma se ce la fa le dedico le prime ore di domani. Le migliori". E cosi' e' stato. Mi fa accomodare nello studio buono, quello non ingombrato dalle carte dei procedimenti. Arredamento semplice ma con gusto. C' e' l' aria di una residenza precaria che una mano femminile ha voluto addolcire. Iniziamo subito la conversazione. Il tema e' di quelli che scottano: mafia e traffico d' armi. E i possibili legami con l' assassinio di Falcone. Ma immediatamente si scontrano due punti di vista. Quello del giornalista in cerca della grande trama e quello siciliano piu' attento alla realta' dell' isola. Con l' enorme esperienza di chi ha sezionato la vita di Cosa Nostra. "Commercio di droga e di armi hanno caratteristiche simili . sosteneva Borsellino .: richiedono investimenti enormi e danno grandi profitti. Ecco perche' possono esistere canali finanziari comuni per questi traffici. Ma non mi risulta che uomini della mafia agiscano in prima persona nel business delle armi. Non e' il loro campo, non hanno competenza. Preferiscono affidarsi ad altri. Che talvolta cercano anche di truffarli". E tutta la conversazione e' continuata lungo questi binari. Ogni volta il procuratore riporta la discussione in un' ottica siciliana. Alle domande su banche, partiti e grandi gruppi finanziari collusi risponde riconducendo la materia sul piano dei fatti, anche minimi. Ma sempre nell' isola. Sembrava quasi volere ignorare la dimensione mondiale delle cosche. In realta' il suo era un metodo di lavoro. Pareva voler dire: inutile sprecare energia in inchieste troppo difficili e a vasto raggio, dove e' complicato trovare elementi di prova. Meglio lavorare sul piccolo, sulla struttura e l' attivita' diretta delle famiglie. E soprattutto meglio concentrare la lotta in Sicilia, dov' e' il cuore del problema. Emergeva un' impostazione del confronto con la mafia diversa da quella suggerita da Falcone. A tratti era una scelta piu' disillusa, dettata da una profonda conoscenza delle difficolta' che si incontrano. I suoi discorsi erano velati da un diffuso pessimismo. Ma non voleva mollare. Ecco perche' pareva deciso ad abbassare il tiro pur di avere i mezzi per lottare contro le cosche. Senza nessuna certezza di vittoria. Conservava troppe memorie di amici e colleghi sacrificati invano: non voleva dare battaglia a dei mulini a vento quando c' erano tanti mostri da combattere. E tanta amarezza sulla sorte di Giovanni Falcone, tradito e abbandonato. "Non bisogna cercare lontano le cause della strage di Capaci. I mandanti sono qui in Sicilia. E i motivi sono piu' tecnici di quello che si dice. Giovanni aveva contattato alcuni pentiti che potevano essere preziosi. Ma veniva ostacolato in tutti i modi. Con le rivelazioni di quelle persone si poteva fare molto. Alcune erano ai margini di Cosa Nostra. Ma erano lo stesso in grado di infliggerle un colpo durissimo. Ecco perche' lo hanno ucciso". "Ora questo compito spetta a noi. A me soprattutto. Stiamo facendo il possibile. Hanno promesso una legge sui pentiti: tra poche ore volo a Roma per discutere di questo. Senza, ogni tentativo sara' inutile". Ma chi erano questi collaboratori che facevano tanta paura alle cosche? Borsellino non ha fatto nomi. Pero' ha parlato a lungo di Giuseppe Lottusi, il cassiere dei Madonia e dei narcos colombiani. Un finanziere milanese che aveva trasferito i fiumi di dollari della cocaina. Lottusi e' stato preso grazie a un pentito americano, un' inchiesta realizzata dall' Fbi e coordinata da Falcone. "Lottusi . sottolineava Borsellino . non e' un affiliato, e' un esterno alla mafia che ha gestito il piu' grande business criminale degli anni Ottanta. Ma per questo e' un anello debole nella catena dell' omerta' ". A questo punto la discussione viene interrotta dall' arrivo della moglie. Per un attimo i grandi temi si sciolgono nel familiare. L' assegno, il documento, il conto da pagare. Poi la realta' della vita blindata riemerge. Con aria malinconica Paolo Borsellino dice: "Non so se rientro stasera...". La moglie non lo lascia neanche finire: "Lo so, non ti preoccupare per me". Negli occhi della donna tanta paura: si vede che farebbe di tutto per tenerlo con se' , ma sa che nulla potrebbe trattenere il giudice dal suo dovere. Ormai e' tardi. Anche la nostra intervista e' al termine. Lascio il magistrato con l' appuntamento a reincontrarci quando sara' superprocuratore. Come risposta ricevo un sorriso, l' unico di quelle ore. Per pochi attimi il suo volto si illumina, poi torna ad essere teso. Preso da una tempesta di pensieri terribili.

Ricordate bene questo passaggio : ha parlato a lungo di Giuseppe Lottusi, il cassiere dei Madonia e dei narcos colombiani e ricordate anche la frase di prima Lottusi versava il denaro via Fimo

Sempre il 29 giugno 1992 , Borsellino riceve a casa sua Fabio Salamone, un giovane sostituto procuratore di Agrigento che ha già collaborato con lui e con Falcone, si chiudono nello studio, Borsellino fa uscire il giovane Ingroia, vuole rimanere da solo e parlano, secondo quando riferirà Salamone delle inchieste in corso.
Fabio Salamone è il fratello di Filippo Salamone, il re degli appalti in Sicilia e grande amico di Pacini Battaglia, il re degli appalti in tutta Italia e uno dei grandi imputati di Tangentopoli [ è lo stesso Fabio Salamone che a Brescia metterà sotto inchiesta Di Pietro ndr ] 

Non avendo a disposizione la testimonianza di Borsellino, dobbiamo attenerci a quanto  riferisce Fabio Salamone, dietrologie forzate potrebbero essere inutili, in effetti potrebbero aver parlato delle inchieste in corso...ma...quali inchieste ?  Potrebbero aver parlato del fratello ?
E' possibile... Filippo Salamone, era già conosciuto come un elemento di spicco delle cosche mafiose siciliane, addetto al riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di droga, pare che avesse relazioni con Koh Bak Kin, il pentito thailandese che ha collaborato a lungo con i giudici palermitani rivelando quanto sapeva sui traffici di stupefacenti. Borsellino il 1° luglio deve incontrare Gaspare Mutolo e Mutolo nel 1984 era stato coinvolto dal narcotrafficante thailandese Koh Bak Kin nella gigantesca inchiesta sul commercio di eroina condotta da Falcone.
E possibile ipotizzare che Borsellino abbia voluto fare con Fabio Salamone il punto della situazione e focalizzare il suo interesse sul problema del riciclaggio. Con Di Feo Borsellino ha parlato a lungo di Giuseppe Lottusi, il cassiere dei Madonia e dei narcos colombiani, e quindi potrebbe aver parlato anche di Filippo Salamone in un contesto riguardante il riciclaggio di denaro sporco.

Ma Filippo Salamone verrà definito da Di Pietro il deus ex machina della Tangentopoli italiana (pag 55, di Intervista su Tangentopoli di Antonio Di Pietro Editori Laterza) e quindi è ipotizzabile che il tema del colloquio tra Fabio Salamone e Borsellino possa essere stato anche alcuni aspetti dell' inchiesta "Mafia e appalti" : forse Borsellino vuole mettere al corrente Fabio che ci sono degli sviluppi che riguardano il fratello Filippo ? Borsellino potrebbe già essere a conoscenza che Filippo Salamone e Giovanni Miccichè risultavano titolari di quote nella Tecnofin Group s.p.a. che aveva costituito con la Co.Ge S.p.A. (controllata dalla Paolo Berlusconi Finanziaria s.p.a.) la Tunnedil s.c.a.r.l. per la realizzazione di una galleria naturale e relativi raccordi sulla strada provinciale di Favignana ? E se lo sapeva, lo avrà detto a Fabio Salamone ? E se lo ha detto, qualcuno potrebbe aver ascoltato un colloquio del genere ? L'inchiesta "Mafia e appalti" era stata problematica fin dall'inizio tant'é che una copia del dossier era finito in mano a Cosa Nostra che aveva appunto preso delle contromisure, è Brusca che ne parla nell' udienza del 23 gennaio 1999 nel Processo Borsellino :

Pm: "Cos' e' quest' impresa "Reale", quando nasce, in che cosa si manifesta l' interessamento di Riina?". B: "Noi decidiamo il famoso tavolo rotondo dove si dovevano spartire gli appalti in Sicilia. Ne parliamo in commissione e si decide di scalzare l' "Impresem" di Salamone, la vecchia impresa collettore. Bini doveva prendere il posto di Angelo Siino. Cosi' Angelo viene messo da parte e gli dico di presentare Salamone e Bini. (...) E' in questo momento che spunta la "Reale", sponsorizzata da Salvatore Riina. Che mi dice: "Fai finta che e' mia". La Reale era un' impresa fallita, spunta di botto e comincia a lavorare. Doveva scalzare l' "Impresem" e Benny D' Agostino doveva diventare il nuovo Salamone. E Giovanni Bini il nuovo Angelo Siino. Non so se sono stato chiaro: la "Reale" doveva fare da collettore con il mondo politico regionale e nazionale". Pm: "Quando Riina le dice della "Reale"?". B: "Dunque, fine ' 90, inizio ' 91, meta' ' 91". Pm: "Da chi era materialmente gestita la "Reale"?". B: "Prima di fare un' affermazione, sarebbe giusto che fate delle indagini. Poi io vengo qua e ve le confermo. Io vi dico chi sono le persone che rappresentano la "Reale", Benny D' Agostino e la persona piu' importante e' Agostino Catalano" [*]

Filippo Salamone è quindi una figura chiave di tutti gli intrecci che si sono verificati tra mafia, affari e politica ed è più che probabile che Borsellino ne abbia parlato con il fratello Fabio, forse per metterlo al corrente di qualcosa, forse solo per avvertirlo che si stava indagando sul fratello, forse solo per soppesare il grado di affidabilità di Fabio, fatto sta che il giovane Ingroia non assiste al colloquio, vuol dire che non si parla delle inchieste in corso sic et simplicter, sotto c'è qualcosa di personale che esige riservatezza.

Riprendiamo il filo principale, dovevamo ricordare due frasi : la frase ha parlato a lungo di Giuseppe Lottusi, il cassiere dei Madonia e dei narcos colombiani e la frase Lottusi versava il denaro via Fimo....

Ve la ricordare la decima domanda dell'inchiesta della Padania all'epoca quando Bossi odiava il mafioso di Arcore ? La domanda n° 10 era la seguente :

Signor Berlusconi, in più occasioni lei ha usato – vedi l’acquisto dell’attaccante  Lentini  dal Torino Calcio, ad esempio – la finanziaria di Chiasso denominata Fimo. Anche in questo caso, come in precedenza per la finanziaria Par.Ma.Fid., ha scelto una società fiduciaria al cui riguardo le cronache giudiziarie si sono largamente espresse. La Fimo, infatti, era la sede operativa di  Giuseppe Lottusi, riciclatore di soldi sporchi dalla cosca dei Madonia, e Lottusi  il 15 novembre del 1991 verrà condannato per questo a 20 anni di reclusione. Ebbene, la transazione per l’acquisto di Lentini, tramite la Fimo, avvenne nella primavera del 1992. Perché la Fimo, signor Berlusconi?

Ve lo ricordate Lentini ?  Il 30 giugno 1992, alle ore 21.15, fu prelevato da Torino con un elicottero del Presidente Silvio Berlusconi e fu portato nella Villa di Arcore per firmare il contratto.

Ricordate bene la data : 30 giugno 1992, è il giorno in cui esce l'intervista di Di Feo con Borsellino nella quale si parla di Lottusi

Perché usare la Fimo per comprare Lentini ? In effetti la scelta è sorprendente, ne parla sempre Di Feo in un bell'articolo uscito sul Corriere il 6 marzo 1994 che riporto integralmente :

Tutte le inchieste portano a Chiasso. Al numero 89 di via San Gottardo, dove ci sono le sedi di una finanziaria e di una banca che sono al centro di infinite indagini su mafia e tangenti. E dalle quali si scopre che sono passati anche i soldi per il trasferimento di Gianluigi Lentini, l' attaccante granata acquistato dal Milan a suon di miliardi. A parlare della vicenda e' stato Mauro Borsano, ex presidente del Torino che ne curo' la vendita nel marzo 1992. Davanti al pm Gherardo Colombo, l' ex patron granata ha ricostruito la trattativa e soprattutto i versamenti in nero estero su estero. Secondo Borsano, il primo accordo prevedeva un prezzo ufficiale di 14 miliardi e mezzo piu' un anticipo di quattro miliardi in nero. Per la gestione degli accrediti, Borsano si rivolge alla famiglia Aloisio, che controlla sia la Banca Albis sia la finanziaria Fimo: entrambe di Chiasso, entrambe protagoniste di una selva di vicende giudiziarie. La piu' famosa e' quella di Giuseppe Lottusi, il commercialista che attraverso la Banca Albis avrebbe trasmesso tutti i pagamenti del clan Madonia ai "narcos" colombiani. Per questi fatti Lottusi e' stato condannato a vent' anni in primo grado dai giudici di Palermo. Non solo. La sede di via San Gottardo e' stata fatta perquisire un anno fa su richiesta di Antonio Di Pietro: grazie a questa struttura sono state distribuite a Dc e Psi tutte le mazzette del gruppo Eni. Si tratta di almeno sessanta miliardi. E intorno agli uomini della Fimo e delle sigle collegate le istruttorie si sono moltiplicate: una riguarda anche la Fidia, la ca sa farmaceutica al centro dell' "affare Poggiolini" e delle presunte bustarelle per il Nobel. Mauro Borsano ha rivelato al pm Colombo che anche i soldi per la cessione di Lentini sono transitati attraverso questa rete. Il finanziere torinese ha spiegato di essersi messo in contatto con Emilio Aloisio, consigliere della Fimo, e di avere poi preso accordi per il versamento con Adriano Galliani, amministratore del Milan. E Galliani, sostiene Borsano, non avrebbe fatto nessun problema. I primi quattro miliardi vengono quindi depositati sulla Banca Albis nella primavera 1992. Da li' si provvede a trasferirli alla societa' Cambio Corso di Torino, sempre di proprieta' degli Aloisio, che consegna il controvalore in titoli di Stato a Borsano. La scelta di rivolgersi all' istituto ticinese e' sorprendente: Lottusi era stato arrestato sei mesi prima e tutti i giornali avevano dedicato intere pagine ai suoi rapporti con la Banca Albis per il riciclaggio dei narcocapitali. Allo stesso tempo, pero' , secondo il settimanale Avvenimenti, alcuni amministratori della galassia Fimo avrebbero avuto rapporti con le prime societa' create da Silvio Berlusconi nel settore edilizio. In tutto per il contratto di Lentini sulla Banca Albis viene versata una cifra compresa tra i 6 miliardi e mezzo e gli otto miliardi e mezzo. Borsano infatti ha spiegato che la trattativa era stata intralciata dall' iniziale rifiuto del bomber. E il Torino era stato costretto a cedere altri giocatori per far fronte alle necessita' economiche. Quando alla fine era arrivato il "si' " di Lentini, il patron granata si era ritenuto "danneggiato" dal ritardo e aveva negoziato un nuovo prezzo. Strappando a Galliani 18 miliardi e mezzo "in bianco" e una cifra in nero oscillante tra i 6,5 e gli 8,5 miliardi. I soldi del Milan sono arrivati dalla banca Ubs di Chiasso, pero' Borsano sospetta che non sia quella la sorgente dei fondi neri: "Sono portato a ritenere che Galliani tenesse le sue disponibilita' altrove". Ora i magistrati del pool Mani pulite cercano di capire quale sia la caverna del tesoro dalla quale attingevano le societa' del gruppo Fininvest. Colombo e il collega Francesco Greco hanno gia' setacciato i bilanci di Publitalia e quelli delle attivita' immobiliari, fino al 1992 ancora incluse nella holding del Biscione. Marcello Dell' Utri, il numero uno di Publitalia, e' stato iscritto nel registro degli indagati con l' ipotesi di falso in bilancio. E ora pure Galliani e' finito nella lista nera di Tangentopoli: l' amministratore del Milan era gia' stato messo sotto inchiesta per lo stesso reato dalla Procura di Torino, che ora ha trasmesso gli atti al pool Mani pulite. Galliani ha sempre respinto la ricostruzione di Borsano, sostenendo la regolarita' dell' operazione Lentini. Una tesi ribadita dallo stesso Silvio Berlusconi, che due giorni fa ha commentato con parole durissime l' indagine sulla vendita del calciatore: "Mi sento oggetto di una caccia alle streghe . aveva dichiarato il leader di Forza Italia .. Ho la netta sensazione di vivere non in uno Stato di diritto ma in uno Stato di polizia. Ho la consapevolezza pero' che gli elettori capiscano e quindi sono sereno".

Facciamo il punto : abbiamo una data significativa, il 30 giugno 1992, due nomi significativi, Borsellino e Lottusi, un clan mafioso di prima grandezza, i Madonia, un pentito importante da interrogare, Mutolo, una società controversa, la Fimo, che è già conosciuta per affari poco puliti, c'è una transazione con fondi neri che riguarda un calciatore famoso e altre cosette sparse....
andiamo avanti....

Ve la ricordare la storiella di Mario Canale ?  Di Pietro , durante la puntata dell'8 ottobre 2009 della trasmissione televisiva AnnoZero, rivela che, pochi giorni prima della strage di via d'Amelio (19 luglio 1992), in seguito ad una nota riservata dei ROS  che lo indicava come probabile obiettivo di un imminente attentato, fu messo sotto protezione ed espatriato in Costa Rica, sotto il falso nome di Marco Canale.  « C'era una riservata del ROS che diceva: "guardate che Borsellino e Di Pietro devono essere fatti fuori". Io vengo avvertito, tant'è che a me viene dato un passaporto di copertura a nome Marco Canale ».
http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Di_Pietro

Siamo già nel luglio del 1992, prima di via D'Amelio ma dopo l'intervista di Borsellino del 29 giugno, che sta succedendo ? Perché qualcuno ce l'ha con Borsellino e Di Pietro nello stesso momento ? C'è qualche collegamento tra i due o è solo un caso ?

Il problema è che Fimo è una società che scotta, qualcuno lo sa bene,  e se Borsellino e Di Pietro si stanno per avvicinare alla Fimo allora c'è un problema, grosso, un grossissimo problema , succede un canaio :

1. Berlusconi l'ha usata da poco per comprare Lentini con fondi neri, se si mette il naso in Fimo si arriva a Ercole Doninelli che oltre ad essere titolare della Fimo  era stato anche amministratore delegato della Eti AG Holding, la società che nel 1973, rappresentata da una casalinga di nome Elda Brovelli,  fonda insieme alla Cofigen Sa, rappresentata da un giovane praticante notaio, la società di costruzioni che edifica Milano 2 : la Italcantieri Srl.

2. di lì a pochi mesi si saprà che la Fimo è un crocevia di Tangentopoli, sta per entrare in scena Pacini Battaglia

il 18 marzo 1993 la società compare per la prima volta nelle istruttorie dei pubblici ministeri milanesi Antonio Di Pietro e Gherardo Colombo contro la corruzione nella società petrolifera italiana di stato ENI. Il cassiere delle bustarelle ENI Pierfrancesco Pacini Battaglia, vicepresidente e principale azionista della Banca Karfinco di Ginevra, vuotò il sacco. Pacini Battaglia descrisse al pubblico ministero Di Pietro come egli di volta in volta portava a Roma al tesoriere del partito socialista Vincenzo Balzamo le bustarelle dell' ENI: "Consegnavo le banconote a Balzamo nella sua Lancia Tema verde, che lui parcheggiava sotto la finestra del mio ufficio (a Roma). Domanda di Di Pietro: Dove prendeva il denaro? Pacini battaglia : da un conto Eni all'estero. Domanda di Di Pietro : Come arrivava in Italia? Pacini Battaglia: Veniva portato da una società specializzata di spalloni [termine italiano per indicare i contrabbandieri]. Domanda di Di Pietro : Come si chiama questa società? Pacini Battaglia: Si chiama Fimo.) Nel corso della sua testimonianza Pacini Battaglia dichiarò anche di avere collaborato dall'inizio del 1992 fino al maggio 1992 con un certo "Enzo e un Rino presso la Comfin-Fimo in Corso San Gottardo 89 a Chiasso". Pacini Battaglia: "La Comifin- Fimo è un'agenzia di cambio che dà lavoro a spalloni e che fornisce direttamente denaro contante a determinati indirizzi"
In questo modo contrabbandieri della Comifin-Fimo avrebbero portato direttamente alla sede centrale della Democrazia Cristiana in Piazza del Gesù bustarelle dell' Eni. Alla domanda perchè avesse scelto per i suoi trasferimenti di denaro proprio una ditta finita sui giornali per riciclaggio di denaro della mafia con titoli a caratteri cubitali, Pacini Battaglia rispose: "Perchè sono i migliori spalloni che esistano" ( sulla storia della Fimo ci si può documentare qui )

Il 4 aprile 1993 La Repubblica riporta che L'Espresso sta per pubblicare « una parte dei verbali del banchiere ginevrino Pierfrancesco Pacini Battaglia, con pesanti accuse all' ex ministro delle finanze Franco Reviglio. Secondo Pacini Battaglia fu Reviglio, quand' era presidente dell' Eni, a disporre il passaggio ai conti del Psi di una parte dei fondi neri creati a margine dei contratti per il metanodotto algerino e per i lavori della Snamprogetti in Nigeria. Reviglio smentisce tutto. Poi c' è un particolare inquietante: il rientro in Italia dei soldi delle mazzette sarebbe avvenuto tramite la Fimo di Chiasso, la stessa finanziaria utilizzata per ripulire il denaro del clan Madonia dal finanziere milanese Giuseppe Lottusi, condannato la settimana scorsa a vent' anni di carcere per riciclaggio ».

3. se si rimette il naso in Fimo, si può riaprire e approfondire il dossier Lottusi e trovare i collegamenti con le indagini sulla "Duomo connection" e gli investimenti immobiliari dei clan mafiosi.

4. quando il riciclatore Giuseppe Lottusi fu arrestato a Milano il 15 ottobre 1991, il consiglio d'amministrazione della Fimo si presentava così: oltre al presidente Gianfranco Cotti e al vice Emilio Aloisio di Torino ne facevano parte anche Elio Fiscalini, Demetrio Ferrari, Lucia Galliano-Aloisio e Valentino Foti.
Nell'estate del 1992 è prioprio Fiscalini che succede a Cotti. E Fiscalini chi è ? Fiscalini è amministratore della Akg di Chiasso che a sua volta possiede insieme alla Bremse Gesellschaft di Bellinzona il pacchetto di controllo della Socimi e la Socimi insieme a camion, bus e motori vende in tutto il mondo, col marchio Franchi, fucili, mitragliatori leggeri e mitra d'assalto.
Di Pietro ha già sotto tiro Alessandro Marzocco, amministratore di Socimi, la società è pesantemente coinvolta in Tangentopoli, la Franchi è di Brescia e a Brescia c'è una specie di succursale della Fimo collegabile a oscuri movimenti di denaro di Licio Gelli.

Rifacciamo il punto : avevamo una data significativa, il 30 giugno 1992 ma adesso ne abbiamo un'altra, altrettanto significativa :

3 luglio 1992  -  Discorso di Craxi alla Camera: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra».

Ancora non è successo nulla di irreparabile, il primo avviso di garanzia a Craxi arriverà il 15 dicembre 1992 e Pacini Battaglia si costituirà l'11 marzo 1993  ma....Borsellino nell'intervista del 21 maggio ha nominato Dell'Utri e Berlusconi, nell'intervista del 29 giugno ha parlato di Lottusi e lo indica come un personnaggio chiave, con Fabio Salamone probabilmente ha parlato di riciclaggio, il 1° luglio c'è stato il primo incontro con Mutolo, Falcone prima di morire stava puntando il mirino non solo su Milano ma anche sulla Svizzera, c'è una nota informativa dei ROS secondo la quale Borsellino e Di Pietro sono in grave pericolo, insomma la domanda è :  cosa potrebbe succedere nel luglio del 1992 se uno come Borsellino mettesse sotto tiro la Fimo ?

A distanza di un paio d'anni La Repubblica del 6 marzo 1994 pubblicherà un articolo intitolato Galliani indagato, Borsano lo inguaia nel quale si legge :

Per la Fimo passavano i soldi del clan mafioso di Piddu Madonia, "ripuliti" e portati in Italia da un insospettabile professionista del lavaggio di denaro che si chiamava Giuseppe Lottusi, oggi detenuto nel supercarcere di Pianosa. E per la Fimo passavano anche i soldi delle tangenti che il banchiere Chicchi Pacini Battaglia prelevava dai fondi neri dell' Eni per farli arrivare ai vertici della Dc e del Psi.

A posteriori si viene a sapere che nel luglio del 1992 la Fimo sembra essere l'ombelico del mondo : ci sono tutti, politici, mafiosi e imprenditori  e ci sono le tangenti, il riciclaggio del denaro sporco, le operazioni fuori bilancio e quindi la domanda è più che legittima : cosa potrebbe succedere nel luglio del 1992 se uno come Borsellino mettesse sotto tiro la Fimo ?

Lasciamo la questione in sospeso e andiamo avanti con la cronologia :

Il 30 Giugno 1992 Borsellino è atteso a Roma : « Hanno promesso una legge sui pentiti: tra poche ore volo a Roma per discutere di questo. Senza, ogni tentativo sara' inutile ».
Qualcuno ha messo sul piatto l'ipotesi per l’ipotesi di offrire ai mafiosi una eventuale “dissociazione”, cioè uno sconto di pena ammettendo solo la loro appartenenza all’organizzazione criminale. Secondo quanto avrebbe riferito Mutolo in una deposizione recentissima, sarebbe proprio questo il motivo del nervosismo di Borsellino al colloquio del 1° luglio : Mutolo sostiene di aver “origliato” lo sfogo del magistrato con altri interlocutori presenti nell’ufficio, Borsellino avrebbe detto  “Questi sono pazzi” avrebbe detto Borsellino riferendosi ai sostenitori della dissociazione. Gli sembrava assurdo ed “era disgustato (Borsellino) di quello che qualcuno proponeva” ha aggiunto il pentito.

Ma Mutolo si sbaglia, in parte si contraddice perché prima aveva detto che il nervosismo di Borsellino era dovuto al fatto di aver incontrato Parisi e Contrada e forse anche altri sapevano del colloquio segreto con Mutolo e quindi Borsellino si sentiva sotto osservazione e ora dice che il nervosismo di Borsellino era dovuto al fatto che qualcuno voleva fare una legge sui pentiti introducendo la dissociazione, il fatto è che Mutolo sovrappone le cose, non conosce la tempistica, al colloquio del 1° luglio Borsellino sa già che il ROS ha contatto Ciancimino, sa già che qualcuno vuole mettere sul piatto la dissociazione ma non sa ancora di essere sotto osservazione in modo così stringente perché questo lo intuisce solo quando arriva la telefonata dal Ministero e lo capisce inequivocabilemte quando al Ministero incontra Parisi e soprattutto Contrada : se è Contrada che tiene sotto osservazione la situazione, allora c'è un problema, allora è in corso il « Gioco Grande », ecco perché dirà «  ho appena visto la mafia in faccia...» perché in un colpo solo vede la rete delle connivenze, del doppiogiochismo, degli affari che si intrecciano con il malaffare fino ad ipotizzare una saldatura, un punto di convergenza,  tra le grandi inchieste in corso in quei mesi : Tangentopoli, Mafia & Appalti e la Duomo connection.

Il punto è che Borsellino sa troppe cose imbarazzanti, può riprendere il filo delle cose che erano venute fuori nel 1984, Borsellino si può mettere in mezzo, può far dei danni, può sparigliare le carte e soprattutto è inavvicinabile, incorruttibile, è una macchina schiacciasassi, non guarda in faccia nessuno :

« Borsellino mostrava di conoscere determinate vicende; mostrava soprattutto di non avere alcuna ritrosia a parlare dei rapporti tra mafia e grande imprenditoria del Nord, a considerare normale che le indagini dovessero volgere in quella direzione; non manifestava alcuna sudditanza psicologica, anzi una chiara propensione ad agire con gli strumenti dell’investigazione penale senza rispetto per alcun santuario e senza timore del livello al quale potessero attingere le sue indagini, confermando la tesi degli intervistatori che la mafia era non solo crimine organizzato, ma anche connessione e collegamenti con ambienti insospettabili dell’economia e della finanza ».
Dalla sentenza d’appello del processo "Borsellino bis", Caltanissetta, 18 marzo 2002

Per il « Gioco Grande »  Borsellino è destabilizzante, è una mina vagante, può rompere le uova nel paniere ai Ros, ai colleghi, al Ministro, ai servizi, alla mafia, a chi fa affari poco puliti, in poche parole a tutti, non ci possono essere dubbi : va tolto di mezzo, l'ordine è uccidete Borsellino, ora, subito. Ogni traccia deve sparire : l'agenda rossa sulla quale Borsellino appuntava le sue cose non deve sopravvivere al suo proprietario.

Non è del tutto corretto dire che Riina dà l'ordine per la strage di Via D'Amelio e non è nemmeno corretto dire che « Riina con la strage di via D’Amelio ha - come pare abbia detto suo cognato Bagarella - lo stesso ruolo che ebbe Ponzio Pilato nella crocifissione del Cristo, non disse né sì né no, se ne lavò le mani », in realtà Riina l'ordine lo dà e se ne assume la responsabilità ma non è farina del suo sacco, l'ordine gli viene sollecitato, a Riina sta bene togliersi di mezzo Borsellino ma non è lui da solo che dà il via all'operazione, altri gli mettono fretta, non c'è tempo per gli indugi, Riina non è il puparo, anche altri hanno dei fili in mano e li stanno manovrando,  dobbiamo ricordare le parole di Cancemi :

E' ancora Cancemi che racconta : «Mi ricordo (...) di una riunione che il Ganci, proprio questo mi è rimasto impresso, (...) che si appartò, diciamo,sempre nella stessa stanza, nello stesso salottino che c’era là ,con Riina. E io c’ho sentito dire: La responsabilità è mia. Poi, quando ce ne siamo andati con Ganci, Ganci mi disse: Questo ci... ci vuole rovinare a tutti, quindi la cosa era... il riferimento era per il dottor Borsellino. (...) Io ho capito che il Riina aveva una premura, come vi devo dire, una cosa... di una cosa veloce, aveva... io avevo intuito questo, che il Riina questa cosa la doveva... la doveva fare al più presto possibile, come se lui aveva qualche impegno preso, qualche cosa che doveva rispondere a qualcuno. (...) Questa cosa la doveva portare subito a compimento, doveva dare questa... questa risposta a qualcuno,questi accordi che lui aveva preso».

Chi è questo qualcuno ? E' questo qualcuno il fattore scatenante ?


Ma il vero nocciolo della questione è che Paolo Borsellino, nei 57 giorni che intercorrono tra Capaci e via D'Amelio, entra in possesso di strumenti con i quali avrebbe potuto scardinare l'universo parallelo di Cosa Nostra. Nei 57 giorni che precedono via D'Amelio, Borsellino comincia a scoprire la trama del  «Gioco Grande»,  due giorni prima di morire confiderà alla moglie «Ho appena visto la mafia in faccia». Era appena tornato da Roma dove aveva interrogato Mutolo.


- con le rivelazioni di Mutolo e Messina sarebbe arrivato prima o poi a mettere nel mirino Andreotti

- con il filone di indagini sul riciclaggio ( di cui si occupava anche Giovanni Falcone prima di Capaci) sarebbe arrivato a Pacini Battaglia, Craxi e Berlusconi

- sulla base delle rivelazioni di Messina sulla Calcestruzzi, prima o poi sarebbe arrivato a Gardini

- e poi c'è Bruno Contrada ...


"Solo a fare il nome di quell´uomo si può morire" diceva di lui Paolo Borsellino. Bruno Contrada era già chiacchierato da tempo, nell'agosto del 1989, tanto per dirne una, un articolo dell'Espresso  lo accusa di aver favorito la fuga di Oliviero Tognoli, grande riciclatore di narcodollari, e di aver cercato di coprire Giusva Fioravanti, il killer nero sospettato all'epoca del delitto Mattarella.


Nel colloquio del 1° luglio 1992, Mutolo conferma a Borsellino che Contrada è colluso con Cosa Nostra ma non vuole che la sua dichiarazione sia verbalizzata. Il fatto che inquieterà non poco Paolo Borsellino è che il colloquio con Mutolo doveva essere segreto ma evidentemente tanto segreto non era perché con quella che sembra essere a tutti gli effetti una scusa, Paolo Borsellino viene convocato inaspettamente al Ministero dove incontra il Capo della Polizia Parisi e proprio quel Bruno Contrada di cui gli aveva parlato Mutolo poco prima.


Nel dicembre del 1991 anche Giovanni Falcone aveva avuto un colloquio segreto con Gaspare Mutolo perché Mutolo aveva deciso di collaborare. Secondo Tescaroli ( cfr. "Perché fu ucciso Giovanni Falcone" pag. 79 ) Mutolo "aveva deciso di pentirsi ma non aveva ancora formalizzato le sue dichiarazioni ad alcun magistrato, aveva, però, rappresentato, al dott.Falcone di essere in possesso di notizie concernenti la collusione del dott. Contrada con ambienti mafiosi"


" E la notizia dell'imminente collaborazione - continua  Tescaroli - era divenuta nota negli ambienti istituzionali ecc. ecc." ( cfr. "Perché fu ucciso Giovanni Falcone" pag. 80 )


Insomma, Falcone fu ucciso pochi mesi dopo aver incontrato segretamente Mutolo e prima di diventare Superprocuratore, esattamente come Paolo Borsellino che viene ucciso dopo aver incontrato segretamente Mutolo e prima di poter sviluppare in indagini concrete gli elementi che stava raccogliendo.


In entrambi i casi gli incontri "segreti"  con Mutolo non sono segreti ed in entrambi i casi rimbomba sinistramente il nome di Bruno Contrada.


Allo stato attuale delle nostre conoscenze, è difficile attribuire a Contrada un ruolo preciso nella strage di via D'Amelio: potrebbe esserne il protagonista (in quanto ispiratore e regista della strage per conto proprio), potrebbe esserne un comprimario (in quanto ispiratore e regista della strage per conto di altri), potrebbe essere un attore non protagonista (una sorta di supervisore che controlla a distanza eventi di cui conosce già in anticipo la dinamica ma sui quali non può interferire) ma un fatto è certo : Bruno Contrada è senza alcun dubbio il personaggio-chiave della strage di via D'Amelio.


L'attentato

Il mistero dei misteri della strage di via D'Amelio è sempre stato questo :  da dove e chi ha premuto il pulsante del telecomando dell’autobomba ? Per molto tempo si è detto che il telecomando era stato azionato dal castello che sovrasta Palermo e che si trova sul Monte Pellegrino: il Castello Utveggio, dove ai tempi aveva una sede distaccata l’allora Sisde e da dove si vede via D'Amelio. Ma da pochissimi giorni il quadro è mutato : la postazione da dove è stato premuto il pulsante sembrerebbe fosse all’ultimo piano di un edificio con tre scale che si trova in linea d’aria a centocinquanta metri da via D’Amelio, il palazzo dei Graziano, i costruttori prestanome dei Madonia, la famiglia mafiosa a cui appartiene come mandamento via D’Amelio.

Ne parla Guido Rutolo in bell'articolo de La Stampa del 23 luglio che riporto integralmente :

Via D’Amelio ancora sembrava Beirut la mattina dopo. La devastazione, pezzi di lamiere contorte, frammenti di vetri sparsi ovunque, mura sventrate. E i resti, i poveri resti dei corpi maciullati erano stati portati via ma le loro tracce ancora è come se stessero là.

La mattina del 20 luglio quando i due «sbirri» della Criminalpol di Catania - arrivati come tanti altri poliziotti da altre sedi per aiutare i colleghi palermitani nelle indagini - si trovarono di fronte a questo scenario, non si persero d’animo.

Da cinquantasei giorni erano sotto stress gli agenti italiani. Per via di Giovanni Falcone e della sua scorta saltati in aria a Capaci. E adesso lo smacco di Borsellino, la provocazione di via D’Amelio. Tutto sembrava perso.

Un «uno due» micidiale. Ci voleva sangue freddo e lucidità per cercare di capire dove, chi, cosa cercare. Ognuno dava un contributo, nei limiti delle proprie capacità.

Anche quei due «sbirri» di Catania, Ravidà e Arena, si rimboccarono le maniche quella mattina dopo, con un caldo opprimente e i singhiozzi strozzati di Palermo.

La scena l’hanno raccontata ai magistrati di Caltanissetta che li hanno interrogati. E’ come se avessero consegnato un video, tanto il racconto è apparso vivido. Immaginate i due in via D’Amelio. D’istinto hanno cominciato ad alzare gli occhi al cielo per capire da dove quel maledetto carnefice avesse premuto il pulsante dell’autobomba. Una panoramica a 360° e gli sguardi si fermano su quel palazzo marrone che ancora era un cantiere. Non si poteva accedere da via D’Amelio, era dietro il garage Galatolo, accanto a quell’altro palazzone grigio. Ma a differenza del primo, non era ancora ultimato.

Di chi è quel palazzo? I due «sbirri» sono curiosi, vanno lì, salgono le scale, fanno domande. Incontrano i costruttori, i Graziano, si fanno consegnare i numeri dei loro cellulari. Guardano in giro, salgono all’attico ancora non ultimato: un vetro blindato, cicche di sigarette, una siepe di pini. Tornano in questura, scrivono la loro relazione di servizio che lasciano ai colleghi della Mobile.

Che felice intuizione, una pista senz’altro da coltivare. La scena del crimine, le cicche di sigarette per terra, il vetro blindato, come se dovesse proteggere chi doveva premere il pulsante. Un bell’inizio per le indagini. La ricerca di tracce di Dna, le impronte palmari sul vetro che avrebbero potuto far risalire ai killer, ai carnefici di Borsellino.

E invece? Facile immaginare che nulla di tutto questo è accaduto, visto che via D’Amelio anche in questo si è differenziato da Capaci.

Tanto per essere chiari, un magistrato all’epoca applicato a Caltanissetta, per le indagini, a distanza di tanti anni ha un ricordo preciso: «Escludo che quella relazione sia arrivata a noi».

Il paradosso, o se volete il giallo, è che quella relazione di servizio dei due «sbirri» catanesi è stata sviluppata dal gruppo di investigatori della squadra «Falcone e Borsellino». E il fascicolo rischiava di essere divorato dai topi (il questore di Palermo ha denunciato che tutto l’archivio del «Falcone e Borsellino» rischia di essere inservibile) se la Procura di Caltanissetta non l’avesse tirato fuori.

E l’aspetto davvero assurdo è che dentro la cartellina c’erano anche le foto delle cicche di sigarette, del vetro blindato.

A 18 anni di distanza nessuna verità processuale ha stabilito chi e da dove ha premuto il pulsante del telecomando dell’autobomba.

Dalle cicche di sigarette, e cioè dalla saliva lasciata sul filtro, si risale al Dna. E’ vero che la banca dati non è comprensiva di tutti i Dna esistenti, però avere la carta d’identità di chi ha premuto il pulsante è importantissimo.

E poi che errore madornale non aver sviluppato i tabulati telefonici dei cellulari dei costruttori Graziano - almeno «se è stato fatto i suoi risultati non sono arrivati sui nostri tavoli», conferma un pm che all’epoca indagava su via D’Amelio -, i prestanome dei Madonia. E’ facile intuire cosa avrebbe comportato la ricostruzione delle relazioni telefoniche dei Graziano con gli stragisti, per esempio.

Gli inquirenti nisseni sospettano che potrebbero essere stati Fifetto Cannella, il fedelissimo dei fratelli Graviano, o lo stesso Giuseppe Graviano coloro i quali hanno premuto il pulsante.
Nelle prossime settimane, la Procura di Caltanissetta darà il via a un accertamento tecnico risolutivo, per stabilire la postazione da dove è partito l’impulso dell’innesco dell’autobomba, e cioè il raggio d’azione del telecomando. Per escludere intanto il Castello Utveggio (che dista almeno 800 metri in linea d’aria da via D’Amelio).

Quella relazione di servizio del 20 luglio del 1992 dei poliziotti Ravidà e Arena rischia di diventare un simbolo. Una felice intuizione inspiegabilmente abbandonata. Davvero ha ragione il procuratore Lari che parla di «colossali depistaggi». E’ una verità difficile da spiegare: gli stessi poliziotti che alla strage Capaci stanno lavorando per risalire ai colpevoli, quando si tratta di via D’Amelio commettono errori madornali. Lo fanno involontariamente o i vuoti e gli errori fanno parte di una raffinata strategia?

La nebbia comincia ad essere meno fitta ma come per Capaci e gli attentati che seguiranno nel 1993 ci sono cose che fanno pensare, cose strane, anomalie, coincidenze inquietanti :


1. L'uomo del garage

2. La gita in barca

3. Hotel Villa Igiea

5. Semtex e di T4


5. Il falso pentito

6. L'agenda rossa



20 luglio 1992 - Giammanco controfirma l'archiviazione dell'inchiesta Mafia & Appalti

Nelle storie di mafia le coincidenze non esistono, se un giorno accade una cosa ed il giorno dopo ne accade un'altra che fa pensare a quella che è accaduta il giorno prima, vuol dire che una relazione tra i due fatti c'è per forza, vuol dire che una ragione c'è, nei fatti di mafia «  Dio non gioca dadi », una logica c'è sempre, magari non la si capisce ma c'è, un filo c'è , magari non lo si vede ma c'è, il « Gioco Grande  » ha le sue regole, nessuno si può sottrarre, tutto deve essere calcolato, ogni carta vale una giocata e una presa, la regola d'oro è sbagliare il meno possibile, si gioca per vincere, per comandare, « cummanare è megghiu ca futtere ».


6 settembre 1992 - Viene arrestato il n° 2 della Cupola : Giuseppe Madonia

Giuseppe Madonia, di Caltanissetta, 46 anni, detto "Piddu a chiacchiera", ritenuto il numero due nell' organigramma della cupola mafiosa dopo Toto' Riina e prima di Bernardo Provenzano e Nitto Santapaola.


15 gennaio 1993 - Arresto di Totò Riina


14 maggio 1993 - Attentato a Maurizio Costanzo, via Fauro, ore 21,35

Il Corriere del 15 maggio così racconta l'episodio :  «  Per un soffio Maurizio Costanzo e' sfuggito a un attentato che gli poteva costare la vita. Come e' accaduto per i giudici Falcone e Borsellino. Un' esplosione fortissima, alle 21.40, ha scosso la quiete dei Parioli, il quartiere bene della capitale, sede di ambasciate e di uffici di rappresentanza di grandi societa' , piombato improvvisamente nel black out. Un' auto bomba e' saltata in aria all' altezza del n. 37 di via Ruggero Fauro, una strada molto stretta con le auto parcheggiate su entrambi i lati che qualche centinaio di metri piu' avanti si congiunge con via Giosue' Borsi, dove si trova il Teatro Parioli dal quale ogni sera va in onda il "Maurizio Costanzo Show". La prima ipotesi fatta dalla polizia, poi risultata vera, e' stata proprio che l' attentato fosse diretto al celebre showman; la macchina bomba sarebbe dovuta esplodere nel momento in cui passava l' automobile che riportava a casa il giornalista subito dopo la registrazione della puntata di ieri. Ma qualcosa, per fortuna, non ha funzionato: il timer e' stato attivato 3 minuti dopo il passaggio di Costanzo ».
 
Tre anni dopo, ancora il Corriere del 22 maggio 1996,  riporta una notizia interessante : « L' inchiesta dei magistrati fiorentini ha permesso di accertare che lo stesso inconveniente al radiocomando [ il riferimento è al fallito attentato allo Stadio Olimpico ndr ] si era verificato in un primo tentativo di colpire Maurizio Costanzo in via Fauro. L' episodio risale al 13 maggio ' 93, la sera prima dell' esplosione che danneggio' l' auto del presentatore. Fallito l' attentato, i killer ....riprovarono il giorno dopo, anche in quella circostanza Costanzo fu fortunato ».

Ricostruzioni successive indicano le 21,35 come ora esatta dell'esplosione e smentiscono l'ipotesi che la sera del 14 il timer sia stato attivato 3 minuti dopo il passaggio di Costanzo ma confermano che il timer è stato attivato DOPO il passaggio di Costanzo, si parla genericamente di RITARDO ma è un ritardo dovuto ad imperizia, errore o qualcos'altro ? La ricostruzione sulla quale si basa la sentenza di 1° grado del processo sull'attentato di via Fauro è la seguente : « Al momento dell’esplosione erano in transito sulla via R. Fauro due autovetture: una Mercedes condotta da Degni Stefano e dove sedevano Costanzo Maurizio, noto presentatore televisivo, e De Filippi Maria, convivente di quest’ultimo; nonché una Lancia Thema con a bordo De Palo Domenico e Re Aldo, guardie del corpo private del
Costanzo, che seguiva a brevissima distanza. Nell’attimo stesso in cui vi fu la detonazione l’auto del Costanzo, proveniente dalla parte alta di via Fauro, s’era appena immessa nella via Boccioni; la Lancia di scorta stava svoltando nella via Boccioni, o aveva effettuato la svolta da qualche istante ».

Secondo gli Atti della sentenza della Corte di Assise di Firenze del 6 giugno 1996, il ritardo nell'azionare il telecomando sarebbe da imputare ad un imprevisto :  « La sera dell'esplosione praticamente hanno sbagliato perché si aspettava un 164 che ci doveva stare il dottor
Costanzo dentro. E invece è uscita una Mercedes. Però Benigno ha perso un po' di tempo nel senso di: 'è lui ? Non è lui?'. Questi erano commenti che facevano loro...Allora, ha schiacciato il bottone diciamo con qualche secondo diciamo, o millesimo di secondo in ritardo. Perché si aspettava, come dicevano loro, una 164 ».  p. 81

E poi a p. 238 si legge : « E’ confermato, come dice Scarano, che la sera del 14-5-93 gli attentatori aspettavano un’Alfa 164. Invece, comparve una Mercedes. Il Costanzo e tutti quelli che erano vicino a lui hanno detto, infatti, che dal 1988 lo showman viaggiava, di solito, su un’Alfa 164 condotta da Peschi Luciano. Il 14-5-93 accadde, però, che Peschi Luciano si assentò per motivi di salute e fu sostituito da Degni Stefano, all’ultimo momento. Il Degni fu avvertito dell’incombenza il giorno prima e si presentò all’appuntamento con un Mercedes. Trovano puntuale conferma le parole di Scarano sul disorientamento causato dalla mutata situazione sugli attentatori (in particolare, su Benigno che doveva premere il pulsante) ».

Ma su questo punto c'è un'incongruenza perché a p. 74 si legge : «  Costanzo viaggiava su una Mercedes; una volta gli sembra di averlo visto a bordo di una Lancia Thema. Una
Alfa 164 gli faceva di scorta » e a p. 222 si legge : « Queste notizie sono state riferite, con in maniera prossocché identica, da Sinacori e Geraci, i quali hanno reso dichiarazioni divergenti solo in ordine al tipo di auto usata da Costanzo: una Alfa 164 per Sinacori; una Mercedes per Geraci, il quale ha detto di ricordarsi anche di una Lancia Thema, vista una sola volta. L’auto di scorta di Costanzo era, invece, una Giulietta (“forse”) per Sinacori; una Alfa 164 per Geraci » per cui  il ritardo nell'azionare il telecomando non può essere addebitato solo ad un'indecisione momentanea dovuto al cambio dell'autovettura perché il gruppo di fuoco era  ben consapevole che Costanzo era soggetto a cambiare autovettura e poi il rilievo non ha sostanza per un motivo banalissimo : l'obbiettivo non è costituito da un'unica autovettura in movimento ma da due autovetture e quindi è sufficiente azionare il telecomando al passaggio della vettura di testa per creare un danno ingentissimo.

Ammettiamo per ipotesi che il primo tentativo, quello della sera del 13, sia fallito per un inconveniente al telecomando ma partiamo comunque dal presupposto che chi aziona il telecomando sia in grado di avere una visione sinottica della scena del delitto e che quindi sia in grado di decidere nell'arco di pochissimi secondi se azionare o meno il telecomando : se la ricostruzione del momento topico ci dice che « Nell’attimo stesso in cui vi fu la detonazione l’auto del Costanzo, proveniente dalla parte alta di via Fauro, s’era appena immessa nella via Boccioni; la Lancia di scorta stava svoltando nella via Boccioni, o aveva effettuato la svolta da qualche istante » si potrebbe presupporre che chi aziona il telecomando sia uno poco esperto oppure si potrebbe ragionevolmente ipotizzare che il gruppo di fuoco è mal disposto sul campo perchè non riesce ad individuare con precisione il suo obbiettivo ma si potrebbe anche concludere che chi aziona il telecomando è talmente esperto e spregiudicato da azionarlo nel momento in cui Costanzo è già fuori tiro e i presenti sulla scena del delitto sono in numero tale o disposti in modo tale che il rischio di creare una strage siano ridotti ai minimi termini, in parole povere NON si vuole uccidere Costanzo, se ci scappa il morto pazienza. Anche se partissimo dal presupposto che chi aziona il telecomando sulla scena del delitto sia uno poco esperto, dovremmo comunque concludere che NON si vuole uccidere Costanzo : non si mette in squadra uno poco esperto se si vuole uccidere davvero.

E poi, come insegnano i casi di Falcone e Borsellino, se si vuole uccidere si uccide, non c'è ostacolo che tenga, non c'è inconveniente che possa mettersi nel mezzo, pare che per Borsellino fosse già pronta una seconda macchina sotto casa nel caso fosse fallito l'attentato di via D'Amelio, se Costanzo fosse stato un vero obbiettivo ci avrebbero riprovato ma Costanzo non è un vero obbiettivo, non si vuole uccidere, si vuole minacciare alla grande, fare paura, lanciare dei messaggi chiari a chi deve intendere, dare degli avvertimenti, qualcuno deve capire qualcosa......

Questo è il quadro che emerge ad una prima occhiata ma ci sono alcuni dettagli che sono venuti fuori subito e altri che sono venuti fuori nel tempo e che fanno pensare, cose strane, anomalie, coincidenze inquietanti :

1.  La donna

Il Corriere del 26 maggio 1993 titola Una donna in via Fauro : « Trent' anni, un metro e 70, capelli corti e mossi, corporatura snella, naso regolare e sottile. Una donna, una bella donna. Che forse ha partecipato all' attentato di via Fauro. Se fosse cosi' , sarebbe una novita' straordinaria: per la prima volta in un commando mafioso e' stata "arruolata" una donna. Probabilmente il segno che l' attentato e' stato appaltato a qualche gruppo romano, cosi' come era avvenuto per la strage del treno di Natale dell' 84: per quella bomba sono stati condannati un mafioso, dei camorristi e un pugno di estremisti neofascisti. La donna e' stata vista da piu' di un testimone, e tutti dicono che stava parlando con un uomo alla guida di una Fiat Uno: l' auto che nel bagagliaio nascondeva quegli 80 chili di esplosivo che avrebbero devastato la tranquilla strada dei Parioli ».
Dopo 2 mesi il Corriere del 29 luglio, l'attentato in via Palestro, è del 27, scrive : « Unico indizio, l' identikit. Quello di una terrorista. Perche' a parcheggiare l' autobomba davanti alla Villa Comunale in via Palestro sarebbe stata una ragazza. Alta, magra, bionda, sui 27 anni, bella. Sembra la sosia della donna ricercata per l' attentato di due mesi fa in via Fauro a Roma. Oppure e' la stessa persona ».

2. La Falange Armata

L'attentato viene rivendicato dalla Falange Armata, una sigla che si è già attribuita la strage del Pilastro, gli omicidi Lima, Scopelliti, Falcone e Borsellino e ora è la volta di Costanzo.
Il Corriere del 28 maggio 1993, quindi il giorno seguente la strge di via de' Georgofili a Firenze , riporta che  « secondo gli investigatori pero' le telefonate anonime arrivano almeno mezz' ora dopo che il fatto e' stato divulgato ».
Il 17 febbraio del 1993 il ministro Nicola Mancino ne aveva parlato come di  « una organizzazione di disinformazione di collocazione incerta ». [ Sulla Falange Armata riporto in nota un documento ]

3. Il Tedesco

Il 25 maggio un uomo con accento tedesco, telefona alla redazione Ansa di Bologna, dice di parlare a nome della Falange Armata :  non vi è « nessuna difficoltà da parte della Falange Armata ad ammettere che effettivamente nell'azione di via Fauro vi sia stata in fase operativa la presenza di un militante ». Nella telefonata l’uomo dice anche che l'obiettivo non era Maurizio Costanzo, e aggiunge:  «  Costanzo poteva anche lasciarci la pelle e non ce ne saremmo certo rammaricati ».
Fonte : http://aglio.splinder.com/post/230102

Ai primi d'agosto salta fuori un tedesco, un certo Bernd Feil, ne parla il Corriere in data 7, questo è l'articolo completo :

«  Da presunto topo d' auto a ricettatore di sofisticate apparecchiature belliche. E il salto di qualita' tentato dal tedesco Bernd Feil, 28 anni, originario di Ettlingen, da tempo ricercato per ricettazione su mandato di cattura internazionale. Le sue aspirazioni sono state pero' stroncate sul nascere dai carabinieri del Reparto operativo e dal Sisde. I militari lo hanno infatti bloccato mentre si apprestava a portare all' estero materiale di produzione dell' Alenia di Pomezia. Imballati perfettamente e quindi pronti per essere esportati senza danni, sono stati trovati dei complessi e sofisticatissimi collimatori elettronici a raggi infrarossi, che sono in pratica componenti di sistemi di puntamento per aerei militari, e una centralina di comunicazione aero terrestre. Il materiale, stando a quanto accertato dagli investigatori interpellando i tecnici dell' industria aero spaziale pontina, potrebbe essere utilizzato anche per fini diversi. Alcune delle sue parti fondamentali possono infatti essere usate come radiocomandi. I militari dell' Arma non escludono, pero' , che il tedesco avesse contattato qualcuno al quale vendere le apparecchiature complete, cosi' come sono state costruite dalla fabbrica di Pomezia. Sono in corso ulteriori accertamenti. Bernd Feil, ricercato dalla polizia tedesca dal gennaio del 1991, si era da tempo rifugiato a Roma prendendo in affitto, sotto falso nome, un appartamento in via Bevagna, nella zona dell' Anagnina. Aveva quindi avviato una sorta di attivita' di "import export" che si occupava prevalentemente di auto. Una copertura, secondo gli investigatori, per nascondere altre attivita' illegali. Prima fra tutte il riciclaggio all' estero di macchine rubate. L' ipotesi e' pero' ancora da verificare. I collimatori all' infrarosso per i sistemi di puntamento e la centralina di comunicazione aero terrestre erano stati rubati l' 8 giugno scorso nella stessa cittadina in cui vengono prodotti, a poca distanza dallo stabilimento. Il materiale era su un furgone lasciato momentaneamente incustodito dal suo autista. Per i ladri fu quindi un gioco da ragazzi mettersi alla guida del mezzo e allontanarsi a tutto gas. Le successive battute organizzate dai carabinieri della compagnia di Pomezia portarono al ritrovamento del furgone, naturalmente vuoto. Il ritrovamento del prezioso materiale a casa del tedesco ha sorpreso gli stessi investigatori che erano da tempo sulle tracce di Bernd Feil. I militari dell' Arma pensavano, infatti, che collimatori ad infrarossi e centralina di comunicazione fossero gia' state portate all' estero. Ma qualcosa si era evidentemente inceppato nel meccanismo dell' import export di Bern Feil, costringendo il suo ideatore ad aspettare tempi migliori per la spedizione. Un' attesa che si e' rivelata fatale. Gli uomini del Reparto operativo, che nell' operazione si sono avvalsi della collaborazione degli investigatori dei Servizi di sicurezza, stanno ora cercando di individuare i complici del tedesco arrestato. Non e' escluso, si dice negli ambienti degli investigatori, che il furto del materiale prodotto dall' Alenia sia stato compiuto su commissione ».

Secondo alcune fonti nei giorni successivi Feil, che era ricercato dalle autorità tedesche per vari reati, verrà riconosciuto da una testimone oculare di via Fauro "al 95%" nella persona che parcheggiò la Fiat Uno carica di esplosivo. Il tedesco fu iscritto nel registro degli indagati per la strage dal PM romano Pietro Saviotti, ma le indagini su di lui furono abbandonate quando venne imboccata la pista di mafia in qaunto la stessa testimone oculare indicò poi l'attentatore nel boss mafioso Filippo Graviano.

Ma Atti della Sentenza della Corte di Assise di Firenze del 6 giugno 1998 ( d'ora in poi Atti ) a p. 244 riportano in modo differente la testimonianza che riguarda il Feil, [ secondo gli Atti il tizio diventa Bern Fail ndr ] :

 « Apparentemente più significativa è, invece, la circostanza relativa alla teste Saulo Ornella, addetta ad una ditta di pulizie che lavorò allo stabile contrassegnato dal civico 62 di via Fauro nella mattinata del 14-5-93. Questa teste ha dichiarato di aver notato, nella mattinata del 14 maggio 1993, tra le 9 e le 11 del mattino, due persone parcheggiare una Fiat Uno sul marciapiede della via Fauro, in corrispondenza del civico 62 (in un posto diverso, comunque, da quello in cui fu collocata l’autobomba per Costanzo). Successivamente, questa donna credette di individuare, in una ricognizione fotografica effettuata nel mese di agosto del 1993, tale Fail Bern come uno degli occupanti la Fiat Uno sopra indicata. Fail Bern, come ha precisato il teste di Pg Rotondi, fu arrestato nel 1993 perché trovato in possesso di materiale di interesse militare (congegni di puntamento appartenenti ad aerei NATO). Ammise di essere l’autore del furto di questi congegni.
Ma anche qui si tratta di apparenza. I due giovani notati dalla Saulo nella mattinata del 14-5-93 non avevano sicuramente nulla a che vedere con gli attentatori di quella giornata, giacché non si vede per quale motivo dei malintenzionati avrebbero dovuto trattenersi per più di due ore (come detto dalla Saulo) sulla “scena del delitto”; per quale motivo avrebbero dovuto. Che queste persone non c’entrassero nulla lo dimostra il fatto che la Saulo riconobbe prima Fail Bern, dopo averne visto le foto su un giornale (Il Messaggero); poi credette, in data 12-4-94, di riconoscere Giuseppe e Filippo Graviano davanti al Pubblico Ministero di Roma. E’ evidente che la deposizione della Saulo, come non è significativa contro i Graviano, allo stesso modo non è  significativa contro Fail Bern; come non è conducente verso la mafia, allo stesso modo non è conducente lontano dalla mafia ».

Per fare un primo punto della situazione, si potrebbe ragionevolmente supporre che il Feil sia stato il telefonista con accento tedesco che ha chiamato l'Ansa di Bologna e che sia anche il fornitore dell' auto-bomba ?

E' possibile ipotizzare che Feil sia un cane scolto che lavora per i servizi segreti per dare apporto logistico ad un gruppo di fuoco mafioso che deve entrare in azione ?


4. Il plastico T4

L' esplosivo usato in via Fauro, il plastico T4, « lo hanno in dotazione solo le nostre Forze Armate ». Lo ha affermato Pisanu nella sua relazione.
Il T4 verrà utilizzato anche in via dei Georgofili (a Firenze) e in via Palestro (Milano)

5. "La sabbia dell'inferno"

Corriere della Sera, 29 luglio 1993 :  « E' una polvere cristallina, bianca. Sembra, a un occhio inesperto, quella polverina granulare che si usa per rendere l' acqua potabile frizzante: ma e' chimicamente stabile, vuol dire che a immergerla in un liquido non si scioglie. Il suo nome scientifico e' petn, meglio nota come pentrite: un esplosivo che deflagra alla velocita' di 7.500 metri al secondo, 27.000 chilometri l' ora. Una potenza terrificante, combinata ad un' altissima produzione di calore, quasi 6.000 gradi al momento dello scoppio. La "sabbia dell' inferno", la chiamano gli artificieri. Ed e' proprio petn il filo rosso che unisce l' attentato al rapido 904 Napoli Milano del 23 dicembre ' 84, l' autobomba per Borsellino, le altre auto esplose a Roma (via Fauro), a Firenze (via dei Georgofili), a Milano (via Palestro), ancora a Roma (piazzale del Laterano e via del Velabro). In tutti questi ordigni la percentuale di pentrite nella miscela esplosiva risulta identica, mentre varia quella degli altri componenti, il T4, il tritolo, il "composition C4". Una stessa mano, insomma, usando l' identica formula con petn come elemento strutturale primario, dovrebbe aver confezionato le bombe. Identico anche, per le autobombe di Roma, Firenze e Milano, il sistema detonante: non un impulso radio, usato soltanto in via D' Amelio (e in quell' attentato la mafia voleva uccidere "mirando") e in via Fauro, ma una miccia. Nessuna traccia di timer e' stata infatti trovata, ne' in via dei Georgofili ne' (per ora) in via Palestro a Milano e sul luogo degli altri due attentati romani ».

Da tenere in memoria :
1. la relazione dell' attentato al rapido 904 Napoli Milano del 23 dicembre ' 84 con le stragi del 1993
2. La strage di Capaci non viene menzionata, da verificare la presenza di pentrite nella miscela esplosiva
3. L'impulso radio per attivare l'esplosione viene usato quando gli obbiettivi sono mobili ( via Fauro e Via D'Amelio )
4. il 31 maggio 1993, quindi dopo l' avvertimento di via Fauro e l'attentato di via de' Georgofili a Firenze , Ciampi convoca a Palazzo Chigi il capo del Sismi, generale Cesare Pucci, il capo del Sisde, prefetto Angelo Finocchiaro, e il segretario del Cesis, generale Giuseppe Tavormina. Il Corriere della Sera del 4 giugno 1993 riferisce : « E' stato un colloquio che nel linguaggio diplomatico sarebbe stato definito molto franco. Ciampi ha chiesto ai servizi una maggiore efficienza e spiegazioni su presunte, possibili deviazioni ancora in atto. Ha voluto sapere anche se il Sismi abbia fornito coperture al tecnico tedesco Friedrich Schaudinn, condannato definitivamente per la strage sul treno 904, specialista di esplosivi e telecomandi, collegato con il gruppo romano del boss mafioso Pippo Calò  ». Il Corriere della Sera del 16 Giugno 1993, quindi dopo la strage di Firenze di via dei Georgofili, riporta la notizia che Friedrich Schaudinn è in Germania, a Francoforte, da libero cittadino mentre in Italia dovrebbe scontare 22 anni di carcere per aver partecipato alla preparazione della strage del treno "904" del dicembre 1983. « Sono spaventato a morte. Ho paura che le autorita' italiane mi riprendano. Anche per questa bomba degli Uffizi. Ma lo giuro: sono innocente »  dice Schaudinn alla Bild Zeitung.

 
6.  Giuseppe Corsi


 « Un altro aspetto oscuro dell'attentato di via Fauro  - sono parole di Luca Cianferoni, avvocato di Riina - è la storia di Corsi Giuseppe, un impiegato della società di Roma di cui fu presa la macchina, la Fiat Uno, per compiere l’attentato ai danni di Maurizio Costanzo. Questa società aveva il nulla osta sicurezza e lavorava con il Sismi. Questo Corsi sparisce da casa (noi veniamo a conoscenza di questo fatto e apriamo l’ istruttoria sul punto) la famiglia, temendo per la sua vita, denuncia questa scomparsa e informa gli inquirenti della sua collaborazione con i servizi segreti. Viene poi ritrovato e tratto in arresto poiché aveva della droga in macchina. Come stiano realmente le cose non si sa, ma sappiamo che l’auto della bomba in via Fauro era una macchina dei servizi segreti ».
Di Giuseppe Corsi nella sentenza della Corte di Assise del 6 giugno 1998 non c'è traccia.

7. La Fiat Uno bianca

A p. 35 degli Atti si legge : «  Senza alcun ragionevole dubbio l’esplosione fu determinata da una miscela di esplosivo ad alto potenziale collocata all’interno dell’autovettura Fiat Uno tg Roma 5F5756, di proprietà della ditta ISAF Srl e in uso all’amministratrice Corbani Linda ».

A pg. 36 si legge : «  ...si tenga presente che la Uno della Corbani era di colore bianco ».


8. Il libretto di circolazione


«  A circa 15 metri dal cratere, sotto una Fiat Tipo parcheggiata di fronte al civico 62 di
via R. Fauro, fu rinvenuto il libretto di circolazione dell' auto-bomba , ovvero della Fiat Uno bianca ».
cfr. p. 36, Atti

Gli Atti , sempre a p. 36, riferiscono anche di una perizia fatta sul libretto di circolazione :
«  Il capitano Delogu, sentito come consulente del Pm, ha chiarito, oltre ogni ragionevole dubbio, come sia normale che la detonazione dell’esplosivo lasci praticamente integro un oggetto di materiale cartaceo, trattandosi di materiale capace di piegarsi all’onda esplosiva senza spezzarsi ».

Il ritrovamento del libretto di circolazione sotto la Fiat Tipo deve aver suscitato qualche dubbio perchè negli Atti se ne parla a p. 244 proprio per invalidare una presunta ipotesi complottista : «
se si tiene conto del fatto che, come riferito dai consulenti del PM (dr. Delogu, Massari e Vadalà), gli oggetti meno esposti agli effetti delle esplosioni sono proprio quelli cartacei, perché più leggeri e capaci di assecondare l’onda pressoria.se si tiene conto di tutto ciò, si comprende che i sospetti avanzati sugli operanti sono privi di qualsiasi consistenza e inidonei ad orientare diversamente il giudizio di questa Corte ».

Eppure il dubbio rimane...Che la carta non si spezzi ma si strappi lo sanno anche i somari dell'Antartide ma che un pezzo di carta possa rimanere praticamente integro dopo un'esplosione pare assai più problematico, vuol dire che non ci sono nemmeno segni di bruciature marginali? E in base a quale magica traiettoria un libretto di circolazione praticamente integro dovrebbe finire sotto una macchina parcheggiata a pochi metri dall'esplosione invece che finire sopra il cofano della macchina o in bocca a un passante ?

9. La testimonianza di Saulo Ornella

Riprendiamo in esame tutta la parte degli Atti che riferiscono sulla testimonianza della Saulo Ornella :   « Apparentemente più significativa è, invece, la circostanza relativa alla teste Saulo Ornella, addetta ad una ditta di pulizie che lavorò allo stabile contrassegnato dal civico 62 di via Fauro nella mattinata del 14-5-93. Questa teste ha dichiarato di aver notato, nella mattinata del 14 maggio 1993, tra le 9 e le 11 del mattino, due persone parcheggiare una Fiat Uno sul marciapiede della via Fauro, in corrispondenza del civico 62 (in un posto diverso, comunque, da quello in cui fu collocata l’autobomba per Costanzo). Successivamente, questa donna credette di individuare, in una ricognizione fotografica effettuata nel mese di agosto del 1993, tale Fail Bern come uno degli occupanti la Fiat Uno sopra indicata. Fail Bern, come ha precisato il teste di Pg Rotondi, fu arrestato nel 1993 perché trovato in possesso di materiale di interesse militare (congegni di puntamento appartenenti ad aerei NATO). Ammise di essere l’autore del furto di questi congegni.
Ma anche qui si tratta di apparenza. I due giovani notati dalla Saulo nella mattinata del 14-5-93 non avevano sicuramente nulla a che vedere con gli attentatori di quella giornata, giacché non si vede per quale motivo dei malintenzionati avrebbero dovuto trattenersi per più di due ore (come detto dalla Saulo) sulla “scena del delitto”; per quale motivo avrebbero dovuto farsi notare da una donna del posto parcheggiando sul marciapiede e provocando la sua irritazione . Che queste persone non c’entrassero nulla lo dimostra il fatto che la Saulo riconobbe prima Fail Bern, dopo
averne visto le foto su un giornale (Il Messaggero); poi credette, in data 12-4-94, di riconoscere Giuseppe e Filippo Graviano davanti al Pubblico Ministero di Roma. E’ evidente che la deposizione della Saulo, come non è significativa contro i Graviano, allo stesso modo non è  significativa contro Fail Bern; come non è conducente verso la mafia, allo stesso modo non è conducente lontano dalla mafia. »

E ora riprendiamo gli Atti a p. 56 : « A circa 15 metri dal cratere, sotto una Fiat Tipo parcheggiata di fronte al civico 62 di
via R. Fauro, fu rinvenuto il libretto di circolazione dell' auto-bomba , ovvero della Fiat Uno bianca ».

Mettiamo in fila gli elementi :
1°  pare che il Feil avesse una sorta di attivita' di "import export" che si occupava prevalentemente di auto. Una copertura, secondo gli investigatori, per nascondere altre attivita' illegali. Prima fra tutte il riciclaggio all' estero di macchine rubate.
2°  viene ritrovato il libretto di circolazione sotto una Fiat Tipo parcheggiata di fronte al civico 62 di via R. Fauro
3° la teste Saulo Ornella dichiara di aver notato, nella mattinata del 14 maggio 1993, tra le 9 e le 11 del mattino, due persone parcheggiare una Fiat Uno sul marciapiede della via Fauro, in corrispondenza del civico 62
4° i due malintenzionati si trattengono per più di due ore ( come detto dalla Saulo ) sulla “scena del delitto”

Supponiamo che la teste si sia sbagliata, ha creduto di aver visto una Fiat Uno ma in realtà era una Fiat Tipo oppure ha visto una Fiat Uno ma non ha potuto notare che la Fiat Uno parcheggiata provvisoriamente è stata sostituita successivamente con la Fiat Tipo ovvero l'autovettura al di sotto della quale verrà trovato il libretto di circolazione dell'auto-bomba, teniamo presente che le persone "sospette " sono due, possono quindi fare un cambio di parcheggio con due macchine senza troppi problemi.
 
Il magistrato si chiede :  « per quale motivo avrebbero dovuto farsi notare da una donna del posto parcheggiando sul marciapiede e provocando la sua irritazione ?».  Forse i due vogliono farsi notare, vogliono essere ricordati. Facciamo un'ipotesi ardita :  e se Feil fosse non solo il procacciatore dell'auto-bomba, il telefonista della Falange Armata ma anche il cane sciolto che deve inquinare la scena del delitto e lasciare una traccia perché qualcuno arrivi al Sismi visto che la Fiat Uno rubata per diventare l'auto-bomba è di una società che lavora per il Sismi ? Feil potrebbe aver posteggiato la Fiat Uno o la Fiat Tipo e poi averci messo sotto il libretto di circolazione dell'auto-bomba ? E' un'ipotesi ardita ? Forse, bisognerebbe poter vedere il libretto......eppure questa storia del libretto di circolazione ricorda in modo impressionante il bigliettino di Capaci che ha portato sulle tracce del Narracci...qualcuno vuole avvertire che i servizi sono coinvolti ? ....  qualcuno vuole coinvolgere i servizi a prescindere ?..... è una lotta selvaggia tra i servizi  ? ....è un tutti contro tutti ? .......ci sono i buoni che vogliono bruciare i cattivi ?  


10. Lorenzo Narracci

Chi è Lorenzo Narracci ? Lorenzo Narracci è il vice di Bruno Contrada a Palermo all'epoca della strage di Capaci e della strage di via D'Amelio. Tre giorni dopo Capaci, gli investigatori della polizia scientifica di Palermo trovano vicino al cratere dell'esplosione un bigliettino con scritto "Guasto numero 2 portare assistenza settore numero 2. GUS, via Selci numero 26, via Pacinotti". e di seguito il numero di un cellulare, 0337/806133 begin_of_the_skype_highlighting            0337/806133      end_of_the_skype_highlighting, per la Direzione Centrale della Polizia Criminale è un attimo trovare l'intestatario del numero : si tratta appunto di un funzionario del Sisde, Lorenzo Naracci.

E' ipotizzabile che qualcuno perda un bigliettino così compromettente su una scena del delitto come quella di Capaci ? Tutto può essere ma sulla base di un ragionamento ipotetico non possiamo che fare tre supposizioni : o il bigliettino è compromettente e quindi chi lo ha perso è un imbecille, oppure il bigliettino è compromettente e chi lo ha perso lo ha voluto perdere oppure il bigliettino non è compromettente ed è tutto un equivoco.

Sull'equivoco gioca la difesa di Narracci :«  La verità è che quel biglietto lo ha perso molto probabilmente un agente del Sisde quando accompagnò dei tecnici venuti da Roma per i sopralluoghi sul viadotto di Capaci. Lo aveva ricevuto da un altro agente a cui mi ero rivolto perché il cellulare che avevo ricevuto da Roma non funzionava. L’agente che lo ha perso a Capaci venne contattato dal collega perché credo avesse il suocero che aveva un’assistenza Sip. L’agente - ha precisato Narracci ai colleghi - ha confermato a verbale che quel biglietto ce l’aveva lui. È tutto documentato, provato, ma si continua a scrivere il contrario» conferma il Narracci nell'intervista del 2 giugno 2010 pubblicata da Il Giornale.
In effetti la spiegazione del Narracci sul caso in sè potrebbe risultare a modo suo plausibile ma Narracci è un tipo sfortunato :  il caso vuole che proprio in via Fauro, teatro dell'attentato a Maurizio Costanzo, abitasse proprio lui, Lorenzo Narracci. Se ne è riparlato anche di recente ma in verità è una storia vecchia, allora la domanda è  : potrebbe essere stato il Narracci l’obiettivo vero dell’attentato o meglio dell'avvertimento ? C'è qualcuno che lo vuole morto o c'è qualcuno che lo vuole minacciare pesantemente ? Narracci sa cose che non dovrebbe sapere o sa cose che è meglio non dica ad altri ?

Narracci è una figura inquietante : non c'è solo il bigliettino di Capaci a farne un personaggio controverso, non c'è solo il fatto che abitasse in via Fauro e che Il giorno del fallito attentato a Costanzo la sua Y10 fosse parcheggiata nelle vicinanze, a pochi metri, c'è anche Spatuzza che lo tira in ballo per via D'Amelio : inizialmente Spatuzza afferma di avere visto, nel garage dove si stava allestendo l’autobomba per via d’Amelio, una persona sconosciuta e che la vide solo per un attimo perché poi abbassò lo sguardo, messo di fronte a delle fotografie riconosce Narracci, è una identificazione recente.

E' Narracci il vero obbiettivo dell'attentato e/o avvertimento di via Fauro ? Quale potrebbe essere il movente ? Qualcuno lo vuole minacciare a proposito di qualcosa ? Di cosa ?

Ricominciamo dalla storia del bigliettino : ammettiamo che la storia del bigliettino così come la racconta Narracci sia vera cioè che non si tratti di un depistaggio di qualche tipo o di una soffiata,
perchè anche questo si potrebbe ipotizzare, ma che si tratti di un vero bigliettino per un vero telefononino «da portare in assistenza» ad un vero suocero di un vero collega, quindi una situazione del tutto normale, un collega ha perso il bigliettino, per pura coincidenza lo ha perso sul luogo della strage di Capaci invece di perderlo nel water ma è un puro caso, stop.

Ammettiamo che il riconoscimento fatto da Spatuzza sulla base di vecchie fotografie sia fallace o mendace e che quindi valga la versione a difesa del Narracci : « È mai possibile che uno come Spatuzza veda una persona estranea a Cosa nostra in garage, ma la veda solo per un attimo, di sfuggita, abbassando subito lo sguardo, senza informarsi con i compari su chi diavolo sia quell’intruso, e poi, dopo 18 anni, lo riconosce con sicurezza in fotografia? ».

Vediamo ora il presunto coinvolgimento di Narracci nella strage di via D'Amelio, Travaglio ricostruisce il pomeriggio fatale in questo modo :

« Nel pomeriggio di domenica 19 luglio 1992 Narracci è in gita in barca al largo di Palermo con alcuni amici e amiche, fra cui Contrada, un capitano dei carabinieri e il proprietario della barca, Gianni Valentino, un commerciante di abiti da sposa in contatto con il boss Raffaele Ganci (condannato all’ergastolo per le stragi del ’92). Racconterà Contrada a verbale che, dopo pranzo, Valentino riceve una telefonata della figlia “che lo avvertiva che a Palermo era scoppiata una bomba e comunque c’era stato un attentato. Subito dopo il Narracci, dal suo cellulare o dal mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più precise”. Appreso che la bomba è esplosa in via D’Amelio, dove abita la madre di Borsellino, Contrada si fa accompagnare a riva, passa da casa e, in serata, raggiunge via D’Amelio con Narracci.

L’istante esatto della strage è fissato dall’Osservatorio geosismico alle ore 16, 58 minuti e 20 secondi. Alle 17 in punto, 100 secondi dopo l’esplosione, Contrada chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Roma. Ma, fra lo scoppio e la chiamata, c’è almeno un’altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell’esplosione.

Dunque, in 100 secondi, accadono le seguenti cose: la bomba sventra via D’Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell’amico) afferra la cornetta di un telefono fisso (dunque non identificabile dai tabulati), forma il numero di Valentino e l’avverte dell’accaduto; Valentino informa Contrada e gli altri; Contrada afferra a sua volta il cellulare, compone il numero del Sisde e ottiene la risposta dagli efficientissimi agenti presenti negli uffici (solitamente chiusi la domenica, ma guardacaso affollatissimi proprio quella domenica).

Come poteva la figlia di Valentino sapere, a pochi secondi dal botto, che – parola di Contrada – “c’era stato un attentato”? Le prime volanti della polizia giunsero sul posto 10-15 minuti dopo lo scoppio. E come potevano, al centro Sisde, sapere che era esplosa una bomba in via D’Amelio già un istante dopo lo scoppio? Le prime confuse notizie sull’attentato sono delle 17:30. Le sale operative di Polizia e Carabinieri parlavano genericamente di “esplosione” e di “incendio nella zona Fiera” fino alle 17:10–17:15 senz’aver ancora individuato il luogo preciso, forse a causa dell’isolamento dei telefoni dei condomìni adiacenti, coinvolti nell’esplosione. Valentino e Contrada, però, in alto mare, pochi secondi dopo le 17 già sapevano tutto : Attentato
».

Escludendo che la figlia di Valentino e gli uomini Sisde siano veggenti e ricordando i rapporti di Valentino con i Ganci, viene il dubbio che l’informazione sia giunta da chi per motivi “professionali” ne sapeva molto di più: magari qualcuno appostato in via D’Amelio o sul Monte Pellegrino (dove il Sisde aveva una succursale occulta in contatto col mafioso Scotto), che attendeva il buon esito dell’attentato per comunicarlo in diretta a chi stava in barca. Nel qual caso la gita dei nostri marinaretti assumerebbe tutt’altro significato. Purtroppo la chiamata non ha lasciato tracce: proveniva da un fisso (abitazione, ufficio o cabina). E Valentino nel frattempo è morto. Ma ora, quando quei 100 secondi misteriosi sembravano sepolti per sempre, i ricordi di Spatuzza e Ciancimino hanno provveduto a riaprire il caso ». Qui finisce il racconto di Travaglio.

Lasciamo stare Ciancimino e Spatuzza, anzi provvisoriamente escludiamo la testimonianza di Spatuzza come potenzialmente fallace o mendace, soffermiamoci invece sul fatto specifico, come se niente fosse accaduto prima o dopo, in modo da conservare il massimo dell 'obbiettività :

Sulla gita in barca Contrada in un'intervista dice :
« Lorenzo Narracci,un mio fidato collaboratore,era sulla barca assieme al capitano dei carabinieri, suo amico, del reparto operativo di Palermo Paolo Zanaroli che era venuto con tre sue amiche e la famosa telefonata...la famosa telefonata la fece da Palermo la figlia di Valentino Paola che aveva saputo l’antefatto dalla televisione! »

Mentre Narracci sulla gita in barca recentemente ha detto :
«  arriva la telefonata della figlia di certo Valentino, dice che c’è stata una forte esplosione, escludo che abbia parlato di Borsellino. Io cerco di mettermi in contatto con l’ufficio, ci riesco con fatica ma i miei dicono solo che s’era sentita un’esplosione, che non si capiva ancora niente. Quando arrivo al porto con la barca, vado con un agente ancora scosso a capire cos’era successo. Come si fa a dire che le telefonate dopo la bomba sono la dimostrazione che ero al corrente della strage ? ».

Adesso abbiamo un problema....non c'è bisogno di rimettere in campo la stringente ricostruzione di Travaglio e non serve dare un valore probatorio alla sequenza e alla tempistica delle telefonate per falsificare o invalidare la versione di Contrada così come ce l'ha presentata Travaglio perchè in realtà la versione di Contrada una sua logica interna ce l'avrebbe,  il punto è che le versioni sembrano essere 2 e  Narracci di fatto ne contraddice una e l'altra né la conferma né la contraddice [ per comodità d'ora in poi le chiameremo Contrada 1 e Contrada 2 ndr ] :  Narracci contraddice la versione Contrada 1  perchè dice : « Io cerco di mettermi in contatto con l’ufficio, ci riesco con fatica ma i miei dicono solo che s’era sentita un’esplosione, che non si capiva ancora niente  » mentre Contrada racconta una storia diversa : dice che Valentino riceve una telefonata della figlia che lo avverte che a Palermo c'è stata un'esplosione , Narracci si mette in contatto con il SISDE  che aveva un suo centro all’interno del Castello Utveggio e apprende che la bomba è esplosa in via D’Amelio. Questo passaggio ha una sua logica perché dal Castello Utveggio si vede via D'Amelio e quindi chi risponde è in grado di dire a Narracci che in via D'Amelio c'è stata un'esplosione e sicuramente sia Contrada che Narracci, all'epoca i respondabili del SISDE a Palermo, ad una conferma del genere non possono che pensare a Borsellino ed infatti appreso che la bomba è esplosa in via D’Amelio, dove abita la madre di Borsellino, Contrada si fa accompagnare a riva.
Per cui quando Narracci dice :
« Io cerco di mettermi in contatto con l’ufficio, ci riesco con fatica ma i miei dicono solo che s’era sentita un’esplosione, che non si capiva ancora niente  » come minimo contraddice la versione di Contrada o addirittura potrebbe mentire del tutto.

Contrada in occasione dell'intervista fornisce una versione ancora diversa, la Contrada 2,  e dice addirittura che « la famosa telefonata la fece da Palermo la figlia di Valentino Paola che aveva saputo l’antefatto dalla televisione! » mentre Narracci dice : «  arriva la telefonata della figlia di certo Valentino, dice che c’è stata una forte esplosione, escludo che abbia parlato di Borsellino ».
Quell'
« escludo che abbia parlato di Borsellino » si riferisce alla telefonata della figlia di certo Valentino oppure si riferisce a Contrada che NON parla di Borsellino DOPO aver ricevuto la telefonata della figlia di certo Valentino ?  Se si riferisce alla telefonata della figlia di certo Valentino Narracci dice l'esatto contrario di Contrada, se invece si riferisce a Contrada che NON parla di Borsellino DOPO aver ricevuto la telefonata della figlia di certo Valentino, potrebbe avere ragione ovvero potrebbe aver ragione nel dire « escludo che Contrada abbia parlato di Borsellino » ma c'è un piccolo particolare : nella versione Contrada 2 non si parla più della telefonata che Narracci avrebbe fatto al SISDE per verificare la natura dell'esplosione tant'è che Contrada dice :  « ...la famosa telefonata la fece da Palermo la figlia di Valentino Paola che aveva saputo l’antefatto dalla televisione!  Quando il padre me la passò pregai Valentino di ripiegare sul porto perché sapevo che il mio centro mi avrebbe chiesto notizie…» , la telefonata non serve più, Contrada dice  « Quando il padre me la passò... » , vuol dire che parla con la ragazza, la notizia dell'attentato è certa e la telefonata del Narracci è inutile.... la telefonata nel racconto di Contrada 2 non c'è più, Narracci  viene nominato ma la telefonata non c'è più  invece il Narracci una telefonata la fa, è lui stesso a confermarlo nella sua versione dei fatti  « Io cerco di mettermi in contatto con l’ufficio, ci riesco con fatica... »  ma non ne viene a capo  « i miei dicono solo che s’era sentita un’esplosione, che non si capiva ancora niente ». I miei chi ? Narracci chi chiama ?  Narracci dicendo i miei  non credo si riferisca ai suoi genitori, immagino si riferisca ai suoi agenti, ricordiamoci che è sempre il vice-capo del SISDE a Palermo e Contrada è il suo capo, e quindi Narracci chiama i suoi agenti i quali non sanno ancora niente di preciso. A questo punto bisogna suppore che Narracci non chiami qualcuno al centro SISDE all’interno del Castello Utveggio perchè se avesse chiamato qualcuno a quel centro quel qualcuno avrebbe avuto modo di vedere che in via D'Amelio era successo qualcosa di grosso mentre chi gli risponde al telefono gli dice solo che « s’era sentita un’esplosione, che non si capiva ancora niente ». Quindi se valesse la versione che Contrada dà nell'intervista e valesse anche la versione del Narracci, la situazione sarebbe più o meno questa : Contrada viene a sapere che c'è stato un attentato gravissimo sulla base della telefonata della figlia di Valentino che aveva saputo l’antefatto dalla televisione, Valentino gli passa la ragazza al telefono senza nominare Borsellino, Contrada ha la certezza che si tratta dell'attentato di via D'Amelio ma sta zitto, forse,  ma è un forse grande come una casa perché a distanza di anni questa cosa non la ricorda più nitidamente, chiede a Narracci di chiamare qualcuno per verificare se qualcuno sa qualcosa dell'esplosione, ma lui Contrada sa già tutto, e Narracci chiama qualcuno che non gli sa dare indicazioni precise, non chiama nessuno al Castello Utveggio perché altrimenti saprebbe che in via D'Amelio è scoppiato il caos, quindi Contrada sa ma sta zitto e Narracci non sa e anche se avesse intuito qualcosa sta zitto pure lui. E  gli altri 9 che sono in barca con Contrada e Narracci cosa hanno capito di quanto sta accadendo ? Non si sa.

E' interessante notare che la versione del Narracci è in contraddizione palese con la versione Contrada 1 e non è in sintonia rispetto alla versione Contrada 2, versione che peraltro è a sua volta in palese contraddizione con la versione Contrada 1 e che ha tutta l'aria di essere del tutto inverosimile in sè e per sè , quindi nel primo caso Narracci contraddice quello che afferma Contrada e nel secondo caso aggiunge un elemento , la telefonata del Narracci stesso, che Contrada non menziona più e che è ininfluente nell'economia di un racconto peraltro inverosimile ma che funziona come elemento a discarico nel momento di un cui il Narracci afferma : « Come si fa a dire che le telefonate dopo la bomba sono la dimostrazione che ero al corrente della strage ? »

Il fatto importante è che Narracci ammette di aver fatto la telefonata per verificare e/o approfondire la notizia dell'esplosione ma secondo lui l'esito sarebbe stato interlocutorio : « i miei dicono solo che s’era sentita un’esplosione, che non si capiva ancora niente  ». Fermiamoci qui perchè è chiaro che in un modo o nell'altro tutti mentono : se l' intervista che fa da base alla versione Contrada 2 è vera, le versioni Contrada 1 e Contrada 2 sono molto contrastanti tra loro e quindi in un caso o nell'altro Contrada mente e secondo me mente nella versione Contrada 2 perchè la versione pare inversosimile. Ma anche se la versione Contrada 2 fosse attendibile, la versione del Narracci andrebbe comunque valutata come una versione in parte diversa nel senso che Contradda afferma di sapere della strage quando è ancora in mare mentre il Narracci afferma di non sapere ancora nulla mentre è ancora in barca tant'è che si domanda : « Come si fa a dire che le telefonate dopo la bomba sono la dimostrazione che ero al corrente della strage ? »

Ma il punto è che se andiamo a confrontare la versione Contrada 1 con la versione del Narracci, il contrasto tra i due racconti risulta evidentissimo :

sui minuti concitati che seguono l'esplosione delle 16:58 nella versione Contrada 1 si dice  che « il Narracci, dal suo cellulare o dal mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più precise » apprendendo che la bomba è esplosa in via D’Amelio, dove abita la madre di Borsellino.
La versione di Narracci è completamente diversa :
«  Io cerco di mettermi in contatto con l’ufficio, ci riesco con fatica ma i miei dicono solo che s’era sentita un’esplosione, che non si capiva ancora niente ».
 I miei chi ? Narracci chi chiama ?  Ovviamente chiama i suoi agenti i quali non sanno ancora niente di preciso. A questo punto bisogna suppore che Narracci non chiami qualcuno al centro SISDE all’interno del Castello Utveggio perchè se avesse chiamato qualcuno a quel centro quel qualcuno avrebbe avuto modo di vedere che in via D'Amelio era successo qualcosa di grosso mentre chi gli risponde al telefono gli dice solo che « s’era sentita un’esplosione, che non si capiva ancora niente » ma Contrada afferma che
« il Narracci, dal suo cellulare o dal mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più precise » apprendendo che la bomba è esplosa in via D’Amelio.
E' chiaro che il Narracci mente nel dire « i miei dicono solo che s’era sentita un’esplosione, che non si capiva ancora niente » se Contrada dice la verità nel dire « subito dopo il Narracci, dal suo cellulare o dal mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più precise » apprendendo che la bomba è esplosa in via D’Amelio, dove abita la madre di Borsellino.
Il punto è che nella versione Contrada 1 la telefonata del Narracci risulta essenziale per apprendere che l'esplosione è in realtà un attentato in via D' Amelio mentre Narracci ammette la telefonata ma asserisce che sia ininfluente « i miei dicono solo che s’era sentita un’esplosione, che non si capiva ancora niente » , quindi uno dei due mente. Chi lo fa, Contrada o Narracci ?

Strano tipo davvero questo Narracci : qualcuno perde un bigliettino innocuo che lo riguarda e dove lo perde ? Nel deserto del Sahara ? In cima al Monte Bianco ? In mezzo al mare ? Macché, quel qualcuno lo perde proprio nei pressi del cratere della strage di Capaci. Parcheggia una Y10 in via Fauro e ci scoppia una bomba dopo poche ore. Fa una foto e dopo molti anni Spatuzza lo riconosce come il tale che assisteva da spettatore alla preparazione dell'auto-bomba per via D'Amelio e Ciancimino lo riconosce come l'accompagnatore del mitico signor Franco.

E' veramente particolare questo signor Narracci, passa lui e qualcosa esplode.
E se fosse lui il vero obbiettivo dell'attentato di via Fauro ? In effetti il Narracci sa bene che qualcuno lo mette in relazione all'attentato di via Fauro ed ecco l'incredibile, fantasmagorica, bombastica linea di difesa : « Sono sfortunato, sì. Ma ragionate: vi sembra normale che uno organizza un attentato sotto casa ? Eppure, c’è chi lo ha ipotizzato ipotizzando che la mia casa era una base coperta».

Ma qualcuno lo ha accusato di aver organizzato un attentato sotto casa o qualcuno lo ha accusato di aver organizzato l'attentato di via Fauro proprio sotto casa come forma estrema di depistaggio ?

A me non risulterebbe ma potrei sbagliarmi, l'ipotesi è sempre stata che Narracci potesse essere un obbiettivo sensibile per altri non certo l'organizzatore dell'evento

Una lettura in tal senso dell’attentato di via Fauro la offre per esempio il ibro I mandanti di Gianni Cipriani. Secondo quest’ipotesi il possibile obiettivo dell’attentato poteva essere un'auto intestata ad una ditta, la Gattel srl, una società di copertura del SISDE. L'auto di servizio era all'epoca usata da Lorenzo Narracci, fino a poco tempo prima dell'attentato vice capo del SISDE di Palermo poi trasferito nella capitale. La macchina, una Y10 targata Roma 7A1762 era, al momento dell'esplosione parcheggiata sullo stesso lato dell'autobomba, ad una distanza di tre auto. Secondo Cipriani vi è il sospetto, come accertato poi per i successivi attentati, di un utilizzo di una miccia a lenta combustione e non di un telecomando: "La presenza di Costanzo avrebbe potuto essere attribuita solamente ad una coincidenza". "Non si poteva escludere la volontà degli attentatori di lanciare un messaggio preciso". Amministratore della società di copertura era Maurizio Broccoletti, poi arrestato per la vicenda dei fondi riservati del SISDE.
Fonte : http://aglio.splinder.com/post/230102

E' in particolare la difesa di Leoluca Bagarella a sollevare dubbi sul fatto che l’inchiesta abbia approfondito altre piste. L’avv. Luca Cianferoni, che con il collega Marzio Ceolan assiste il boss, in data 26 novembre 1996, solleva interrogativi, tra l’altro, sugli obiettivi degli attentati di via Fauro e di via dei Georgofili. Nel primo caso, nel mirino degli attentatori “potrebbe non essere stato Maurizio Costanzo, ma una sede dei servizi segreti di fronte alla quale fu parcheggiata l’autobomba”. 

Nel dibattimento, in data 18 dicembre 1996, in effetti qualche anomalia era venuta fuori : « C’è poi l’ipotesi che l’attentato avesse nel mirino un appartamento dei servizi segreti in via Fauro. Una circostanza che potrebbe essere legata alle stranezze emerse anche nelle deposizioni di alcuni poliziotti e carabinieri intervenuti sul luogo dell’attentato. Dai rilievi fotografici e dai ricordi degli investigatori, emerge come gran parte delle auto parcheggiate in via Fauro quella sera siano state rimosse in fretta nei minuti successivi all’attentato ».

Ma in data 21 dicembre 1996 il Narracci afferma che in via Fauro, a Roma, non c’era alcuna base
coperta del SISDE. Narracci sostiene che in via Fauro c’era solo la sua abitazione privata.

Gli Atti della Sentenza della Corte di Assise di Firenze del 6 giugno 1998 dedicano solo poche parole a p. 243 riguardo « all’ipotesi, avanzata da alcuni difensori, che la vittima designata di via Fauro non fosse Costanzo ma altri. Già in questo caso .....non si riesce a comprendere quale potesse essere l’altra vittima designata. E’ sembrato di capire (ma l’affermazione non è stata fatta con chiarezza e con convinzione nemmeno dai difensori suddetti) che potesse trattarsi del dr. Narracci Lorenzo, funzionario del Sisde, che abitava in via Fauro, n. 94.
La tesi, però, è veramente peregrina e insostenibile, giacché non v’è nulla, nemmeno il più labile indizio, che possa sostenerla. Infatti, il dr. Narracci è stato esaminato all’udienza del 21-12-96 ed ha dichiarato di essere rientrato in casa, il giorno 14-5-93, verso le ore 16,30 e di non essersi più mosso fino all’ora dell’esplosione. Possedeva un’ auto di servizio (una Y10 intestata alla Gattel Srl), parcheggiata quel giorno nei pressi del civico 62 di via Fauro. L’auto fu gravemente danneggiata dall’esplosione ».
Il discorso sembra chiuso.

Gli stessi Atti fanno una breve menzione riguardo a un'ipotetica tesi complottista :  « L’altra tesi, pure sostenuta da vari difensori, è che in via Fauro si consumò un complotto (a carico di chi non è
mai stato specificato). Prova ne sia che l’auto di scorta di Costanzo fu spostata (seppur di pochi metri) nel corso delle operazioni di rilevamento degli effetti dell’esplosione. Prova ne sia che il dr. Narracci ha dichiarato di aver ricevuto in casa sua degli ospiti dopo l’esplosione, verso le ore 23,00. Prova ne sia che fu ritrovato il libretto della vettura impiegata nell’autobomba sotto una delle vetture in sosta nella zona. Anche questa tesi poggia sul nulla ».

Negli atti si parla di una generica ipotesi complottista e si fa menzione di un imprecisato investigatore alternativo che avrebbe subdorato a torto qualche movimento strano. Gli atti riferiscono che « il dr. Narracci ha dichiarato di aver ricevuto in casa sua verso le ore 23,00 della sera dell'attentato degli ospiti, degli amici invitati per la cena o il dopo-cena e non come accertato casualmente o deliberatamente da qualche investigatore alternativo » ....ma.... non come accertato cosa ? Casualmente in che senso ? Deliberatamente in che senso ? Chi è qualche investigatore alternativo ?

Gli Attii su questo punto sono veramente fumosi e approssimativi, non si capisce chi abbia sospettato il Narracci di qualcosa e non si capisce cosa possa essere questo qualcosa ma a quanto pare non risulta, quanto meno agli atti, un'accusa esplicita di aver organizzato l'attentato di via Fauro eppure qualcuno deve aver mosso un'ipotesi accusatoria del genere perché è il Narracci stesso ad affermarlo : « vi sembra normale che uno organizza un attentato sotto casa ? Eppure, c’è chi lo ha ipotizzato ipotizzando che la mia casa era una base coperta ».

Excusatio non petita, accusatio manifesta è la bella formula antica  che in parole povere significa :  chi si scusa per cose di cui non è accusato può essere sospettato di avere delle cose da nascondere.
Nell' intervista del 2 giugno 2010 pubblicata da Il Giornale, sembra che il Narracci nel mettere in campo la sua linea difensiva adotti una variante di questa formula nel senso che tende a mettere in campo degli elementi a discarico in relazione ad ipotesi accusatorie di secondo piano, di apparente scarso rilievo o non fondate su una logica probatoria ineccepibile.
Riprendiamo il caso della gita in barca con Contrada e della fantomica telefonata : Narracci ammette di aver telefonato per sapere dell'esplosione  ma nega di aver ricevuto notizie della strage di via D'Amelio  « Io cerco di mettermi in contatto con l’ufficio, ci riesco con fatica ma i miei dicono solo che s’era sentita un’esplosione, che non si capiva ancora niente » . Perché negare che la telefonata sia servita per avere conferma che qualcosa di grave è successo in via D'Amelio ?  Perchè l'accusa vuole dimostrare che se uno è al corrente della strage a pochissimi minuti dall'evento deve per forza essere implicato ma è un'ipotesi che ad una analisi approfondita non reggerebbe e allora perchè smentire un'ipotesi accusatoria non fondata con un elemento a discarico che ha l'effetto perverso di contraddire il racconto di altri ?
Per l'attentato di via Fauro la linea difensiva è simile : « Sono sfortunato, sì. Ma ragionate: vi sembra normale che uno organizza un attentato sotto casa ? Eppure, c’è chi lo ha ipotizzato ipotizzando che la mia casa era una base coperta ».

Perché non appellarsi alla sentenza della Corte di Assise di Firenze quando a p. 243 si dice : « D’altra parte, che la vittima designata fosse Costanzo lo rivelano, in maniera inconfutabile, le circostanze dell’azione »  oppure sempre a p. 243 : «  D’altra parte, che la vittima designata fosse Costanzo lo rivelano, in maniera inconfutabile, le circostanze dell’azione. Per il punto in cui fu collocata, l’autobomba doveva servire necessariamente ad fare del male alle persone. Il teste Gargiulo, comandante del Nucleo Operativo dei CC di Roma, ha precisato che, in zona, non v’era nessun obiettivo fisso che potesse giustificare un’azione del genere (censirono porta a porta tutti gli abitanti della zona).510 Essa era rivolta, quindi, contro un obiettivo mobile ». oppure ancora a p. 243 quando si dice  : « Solo poche parole vanno dedicate all’ipotesi, avanzata da alcuni difensori, che la vittima designata di via Fauro non fosse Costanzo ma “altri”. Già in questo caso (come nell’attentato a Contorno, dove pure è stata indicata una diversa direzione offensiva) non si riesce a comprendere quale potesse essere “l’altra” vittima designata. E’ sembrato di capire (ma l’affermazione non è stata fatta con chiarezza e con convinzione nemmeno dai difensori suddetti) che potesse trattarsi del dr. Narracci Lorenzo, funzionario del Sisde, che abitava in via Fauro, n. 94. La tesi, però, è veramente peregrina e insostenibile, giacché non v’è nulla, nemmeno il più labile indizio, che possa sostenerla »  oppure quando a p. 244 si dice : « Quanto, alla tesi che l’attentato abbia una matrice diversa da quella mafiosa, va detto che non sono solo i tre collaboratori considerati in questo capitolo che rimandano, come autori dell’attentato, a esponenti di “cosa nostra”. Si vedrà, considerando i mandanti, che sono almeno 12 i collaboratori che hanno fornito informazioni per individuare la mano (e la mente) di questo delitto » ?  

Perché introdurre un ragionamento sulla presunta illogicità di un attentato organizzato sotto casa con l'evidente scopo di tentare un despistaggio di qualche tipo quando in effetti nessuno ha calcato la mano su un'ipotesi del genere e tutt'al più si è ipotizzato che il Narracci potesse essere un potenziale obbiettivo occulto dell'attentato stesso ?  Excusatio non petita, accusatio manifesta ?


27 maggio 1993 - Strage di via dei Georgofili,  Firenze 



29 giugno 1993 - Viene costituita  Forza Italia! Associazione per il buon governo

presso lo studio del notaio Roveda a Milano. Partecipano all'impresa Marcello Dell'Utri, Antonio Martino, Gianfranco Ciaurro, Mario Valducci, Antonio Tajani, Cesare Previti e Giuliano Urbani.


27 luglio 1993 - Strage di via Palestro, Milano, ore 23,15

Alle 23,15 esplode in Via Palestro a Milano davanti alla Villa Reale, un'autobomba, danneggiando e distruggendo completamente l'adiacente Padiglione di Arte Contemporanea, muoiono cinque persone : tre pompieri, un vigile urbano e un immigrato dal Marocco. Poco dopo esplodono a Roma due ordigni , uno davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano e l'altro davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Nelle stesse ore viene registrato un black out telefonico a Palazzo Chigi, che rimarrà isolato per alcune ore.

1. La donna

Anche per l'attentato di via Palestro come per quello in via Fauro è presenta una donna : è la stessa ? Ne parla il Corriere della Sera del 29 luglio. Alcuni giorni dopo, il 7 agosto,  La Repubblica
tira fuori la storia di Rosy , la bionda dei misteri :

ROMA - Che sia stata identificata, la misteriosa biondina, non ci sono dubbi. Che abbia avuto un ruolo nella strategia delle bombe, quantomeno per l' approvvigionamento degli esplosivi, sembra altrettanto pacifico. Di lei si conoscono nomi, trascorsi, legami e amicizie. Si chiama Rosalba, detta Rosy. E' calabrese solo di nascita perché a due anni la famiglia la portò a Milano, dov' è cresciuta, è una brunetta dai capelli castani cortissimi per potere usare ogni tipo di parrucca, è stata legata a un boss della ' ndrangheta che si aggirava nei paraggi di Roma prima di essere ucciso a colpi di lupara, adesso vive con un terrorista tedesco scappato da un carcere piemontese. E soprattutto, è una "specialista" nel trasporto di armi e droga dalla Svizzera e di esplosivi da quel paradiso criminale che è diventata Brno, in Cecoslovacchia. I pentiti non sembrano avere dubbi. Parla di una avvenente donna bionda di età non superiore ai 40 anni (Rosy ne ha 35), il pentito Gianluca Simonelli che ha permesso le indagini sull' autoparco della mafia di Firenze. Dice che, con la mediazione della bionda, trafficanti di armi russi e tedeschi si incontravano a Rimini con emissari della mafia. E indica Rosalba, senza tentennamenti, dopo avere visto l' identikit diffuso dalla questura milanese sulla biondina notata in via Palestro poco prima dell' esplosione, un pentito della ' ndrangheta che ha avuto frequenti rapporti con lei fino a qualche mese fa. La descrizione dei collaboratori La Superprocura antimafia si sta, adesso, preoccupando di coordinare le indagini che da ogni procura d' Italia interessata (Roma, Firenze, Milano, Reggio Calabria e Palermo) portano tutte alla biondina e al suo amante tedesco. Sembra infatti che il criminale tedesco, esperto in esplosivi, ricercato dai magistrati di Palermo e di Caltanissetta per le stragi di Capaci e via D' Amelio, sia proprio il compagno di Rosy. La descrizione che ne hanno fatto i pentiti non lascia alcun dubbio. Ci sarebbe, dunque, un filo drammatico che lega le più atroci stragi recenti, da quella di Capaci a quella del 27 luglio scorso in via Palestro a Milano. E secondo i pentiti, almeno quelle di Roma, Firenze e Milano, farebbero parte di un unico programma criminale che non si sarebbe ancora esaurito. Le indagini e le ricerche corrono quindi velocemente. L' attacco frontale allo Stato, di cui le varie mafie, in base al racconto dei due nuovi pentiti calabresi, sarebbero solo esecutrici interessate, è di quelli più drammatici. Gli investigatori sperano di localizzare presto Rosy e il suo amante. Stanno centuplicando gli sforzi anche perché i pentiti prefigurano scenari drammatici e si colgono timori di un nuovo atto terroristico-mafioso. Ma nel frattempo perfezionano dettagli investigativi. Viene guardata con nuova attenzione, per esempio, l' operazione dei carabinieri che a Rimini, nel febbraio scorso, hanno messo le mani su un consistente quantitativo di armi proveniente dall' Est europeo, grande emporio di materiali da guerra sofisticati, e destinate, secondo quanto si apprese, alle cosche calabresi. Facevano parte degli stock importati da Rosy e dal suo amico? Quello che si sa - è Simonelli a raccontarlo - è che in uno degli incontri mediati dall' avvenente e ormai non tanto misteriosa bionda, alcuni mafiosi acquistarono una partita di T4, il terribile esplosivo cecoslovacco usato nelle tanti stragi italiane, un telecomando a distanza e "tre pacchetti di plastica trasparente contenenti particolari fili elettrici". Le dichiarazioni di Simonelli si incastrano perfettamente con quelle rese da un nuovo pentito della ' ndrangheta il quale ha conosciuto e frequentato Rosy. E quando ieri, a Roma, carabinieri e agenti del Sisde hanno messo le mani su un latitante tedesco, Feil Bernd, 28 anni, ricercato dal 1991 per ricettazione, si è pensato per un attimo a una svolta in questo filone di indagini. Il giovane nascondeva, ancora imballati, sofisticati congegni (si tratta di collimatori elettronici a raggi infrarossi, componenti di sistemi di puntamento per aerei militari e una centralina di comunicazione aero-terrestre) da cui è possibile ricavare radiocomandi. Il materiale era stato rubato a Pomezia nel giugno scorso da un furgone dell' Alenia. E a Pomezia, secondo qualcuno, Rosy avrebbe vissuto, in gioventù, per un breve periodo. Ma Feil Bernd, abboccato all' amo degli investigatori che lo avevano contattato come possibili acquirenti, si è capito subito non è l' uomo di Rosy. Fuga di notizie Così, nel timore che la strategia del terrore produca nuovi lutti a breve, si lavora per tentare di scardinare il piano criminale. Gli sforzi, però, lamenta il giudice milanese Ferdinando Pomarici, potrebbero essere frustrati da fughe di notizie. "A Milano si lavora, a Roma si parla", ha detto il magistrato ricordando che, anche all' epoca del terrorismo, si facevano filtrare informazioni riservate provocando danni alle indagini. Ma le notizie su Rosy? "Posso dire che questa Rosy non è la bionda di cui parlano i giornali", ha affernato Pomarici che si occupa delle indagini sulla strage milanese. Un ruolo nella storia, è ormai chiaro, però ce l' ha. E gli investigatori hanno le idee chiare su di lei: anche se tentasse di camuffarsi o subisse qualsiasi trasformazione, loro sono in grado di identificarla. Il problema è trovarla, ma c' è ottimismo.


2. La Falange Armata

Anche per l'attentato di via Palestro come per quello in via Fauro la Falange Armata fa la sua rivendicazione

3. La Fiat Uno bianca

Anche per l'attentato di via Palestro come per quello in via Fauro l'auto-bomba sembra essere una Fiat Uno bianca.
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/07/28/bomba-contro-milano-strage.html

Secondo gli Atti p. 46, la Fiat  Uno è grigia


4. Il plastico T4

L’esplosivo utilizzato risulta essere dello stesso tipo di quello rinvenuto in via Fauro (a Roma) e in via dei Georgofili (a Firenze) , il plastico T4  «lo hanno in dotazione solo le nostre Forze Armate. Lo ha affermato Pisanu nella sua relazione.

Il Corriere del 5 agosto 1993 riporta : « Vertice a Palazzo di Giustizia per l' attentato in via Palestro. Nella riunione di ieri pomeriggio, presieduta dal Procuratore Nazionale Antimafia Bruno Siclari, è' stato fatto il punto sulle indagini a poco più di una settimana dalla strage. "Non è' da trascurare l' ipotesi del coinvolgimento di una certa finanza spregiudicata . ha detto Siclari .. La mafia non dovrebbe avere raffinatezze come quella di andare a colpire chiese o monumenti di valore storico, tuttavia è presumibile che possa fornire il suo contributo di manovalanza in termini di uomini. E non c' è soltanto la mafia, ci sono l' affarismo internazionale e le frange della P2 che continuano a svolgere la loro attività con schegge dei servizi segreti ».


22 luglio 1993 - Salvatore Cancemi si consegna spontaneamente ai Carabinieri

Salvatore Cancemi si è descritto come una vite arrugginita che ci vuole del tempo per svitarla
(cfr. verb. 29/4/1999 dinanzi alla Corte di Assise di Firenze proc. Graviano + 3).  Per giustificare la gradualità della sua collaborazione ha spesso invocato – con formule talvolta stucchevoli – la consapevolezza degli effetti dirompenti che le sue dichiarazioni avrebbero avuto su “cosa nostra”
( io a cosa nostra ci ho creato un terremoto di decimo grado ; cfr. verb. 29/4/1999, cit.).

26 luglio 1993 - Intervista di Silvio Berlusconi a "La Stampa" di Torino

Berlusconi dichiara di voler dar vita a un'associazione di ricerca e di impulso al fine di individuare in ogni collegio elettorale i candidati più vicini all'idea liberaldemocratica. In verità ci ha già pensato Ma, aggiunge: "Non credo di potermi impegnare personalmente. Il mio mestiere è quello dell'editore e  la mia regola quella di rappresentare tutte le opinioni e i fermenti presenti nel Paese, senza parteggiare per nessuno".


28 luglio 1993 - Bomba a San Giovanni in Laterano, Roma  

28 luglio 1993 - Bomba a San Giorgio in Velabro, Roma


29 luglio 1993 - Si uccide in cella a Rebibbia il mafioso Nino Gioè



agosto 1993, data imprecisata

E' ancora Ezio Cartotto che parla : « Nell'agosto del 1993 quindi si arrivò a una riunione dei principali dirigenti Fininvest e degli altri esterni aderenti al progetto, nel corso del quale la decisione venne comunicata a Confalonieri e a Letta. In quell'occasione erano presenti: Giuliano Urbani, Gianni Pilo, Dell'Utri, l'avv. Travaglia, Angelo Codignoni, Doris e Baldini. Nell'ambito di questo incontro, avvenne un forte scontro tra Confalonieri e Berlusconi. In particolare Confalonieri sostenne che era negativo sia per il gruppo sia per il paese che intervenisse direttamente in politica un gruppo che aveva una così forte presenza e influenza sui mezzi di comunicazione, dato che questo avrebbe potuto influire pesantemente sulla libera scelta dei cittadini. Questo, anche in caso di vittoria, dei politici amici li avrebbe messi comunque in una posizione assai scomoda e nell'impossibilità di favorire in alcun modo il gruppo Berlusconi ».


21 otttobre 1993

Attentato a Padova durante la notte contro il Palazzo di Giustizia che viene in parte distrutto. L'attentato viene rivendicato dalla Falange Armata.

31 ottobre 1993  (?) - Fallito attentato allo Stadio Olimpico, Roma

Nei primissimi giorni del luglio 2002, Pier Luigi Vigna, nel corso di un' audizione davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, rivela che Il fallito attentato di Cosa Nostra allo stadio Olimpico era fissato per il 31 ottobre del 1993, quel giorno, nello stadio romano era in programma la partita Lazio-Udinese.
« Siamo finalmente riusciti - spiega Vigna - ad individuare in modo esatto la data di quella che avrebbe potuto essere una strage. La macchina piena di esplosivo era al suo posto ma l'innesco, malgrado fosse stato dato l'impulso, non funzionò ».

In verità sulla data di questo attentato fallito, sono sorti dei dubbi  cfr. alla data 23 gennaio 1994


Autunno 1993 - Secondo Marcello Dell'Utri nasce Forza Italia

Intervista a Marcello Dell'Utri del 9 Giugno 2004, Corriere della Sera

Domanda  del giornalista : « Lei avrebbe pensato al nuovo partito discutendone con i mafiosi già nel ' 92 ».
Risposta di Marcello Dell'Utri : « Non si pensava niente di questo fino a metà autunno del ' 93... Che c' entrano i mafiosi? ».

Ovviamente Dell'Utri mente sapendo di mentire : il partito c'è già anche se formalmente è una associazione, si chiama Forza Italia! Associazione per il buon governo

3 novembre 1993, Ore 22.30: il Capo dello Stato parla agli italiani a reti unificate

Scalfaro si presenta in televisione, a reti unificate, con un messaggio alla Nazione :
« Prima con le bombe, poi col più ignobile degli scandali. Ma a questo gioco al massacro io non ci sto ».

Tra il 4 e il 6 novembre, il Ministro di Grazia e Giustizia non proroga il 41 bis a 140 detenuti nel carcere dell'Ucciardone di Palermo.


22 novembre 1993

Silvio Berlusconi in un'intervista a "La Stampa" di Torino  sostiene di non essere insensibile al grido di dolore che si leva da tanti imprenditori,  ma di sperare ancora di poter allontanare da sé "l'amaro calice", cioè di doversi impegnare personalmente in politica se il polo moderato abdicasse al proprio ruolo di governo, non unendosi contro il "rassemblement" della sinistra.


dicembre 1993, data imprecisata


Testimonianza di Ezio Cartotto : « Subito dopo il Natale del 1993 si tenne dunque una grande riunione ad Arcore, nell'ambito della quale venne formalizzata la decisione di Berlusconi di divenire egli stesso il leader del nascente movimento. Alla riunione di Arcore erano presenti, oltre a me, Letta, Mennitti, D'Onofrio (che venne ad assicurare l'appoggio di una parte del Ppi), Urbani, Doris, Dotti, Previti, Dell'Utri e Spingardi. La riunione durò tutto il giorno, e nel corso della stessa Berlusconi disse che la decisione da lui presa avrebbe comportato le sue dimissioni da qualsiasi carica Fininvest  ».


18-24 gennaio 1994

Testimonianza di Spatuzza del 4 dicembre 2009  : « Al bar Doney di via Veneto a Roma, Giuseppe Graviano mi disse: abbiamo il paese nelle nostre mani, abbiamo fatto l’accordo con Berlusconi e il nostro compaesano Dell’Utri.....Queste sono persone serissime non come quei 4 crasti (buffoni, ndr) dei socialisti . Io non conoscevo Berlusconi e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì ». Secondo gli accertamenti della DIA, Spatuzza risulterebbe a Roma tra il 18 e il 24 gennaio 1994.

Le giornate romane di Gaspare Spatuzza sono evocate anche nella sentenza di secondo grado del processo Dell'Utri a pag. 463 :

Avviati quindi i preparativi per l’esecuzione dell’attentato a Roma ai danni dei Carabinieri, Gaspare Spatuzza, recatosi nella capitale, aveva avuto notizia di un incontro che doveva avvenire con Giuseppe Graviano e si era quindi personalmente occupato di andarlo a prelevare in via Veneto al bar Doney ove era giunto con due autovetture, una delle quali guidata da Antonio Scarano, altro soggetto coinvolto nei processi celebrati a Firenze per le stragi del 1993, poi divenuto collaboratore di giustizia (deceduto il 4 aprile 1999).
Mentre quest’ultimo attendeva con le due auto parcheggiate in una traversa della via Veneto, lo Spatuzza si era recato al bar Doney dinanzi al quale aveva trovato ad attenderlo Giuseppe Graviano del quale aveva subito notato l’atteggiamento “gioioso” (pag.51: “lì davanti noto Giuseppe Graviano. Effettivamente aveva un atteggiamento abbastanza gioioso, come potrei dire, come se aveva vinto l’Enalotto, quello che sia, o una nascita di un figlio … un espressione veramente molto gioiosa”). Dopo averlo invitato ad accomodarsi ad un tavolo del bar, il Graviano
aveva riferito a Spatuzza che era stato “chiuso tutto” ed erano riusciti ad ottenere tutto ciò che cercavano per merito di chi si era occupato della cosa (pag.51: “sempre con quell’espressione gioisa, mi riferisce che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo, questo grazie alla serietà di quelle persone che avevano portato avanti questa cosa”).
Gaspare Spatuzza ha aggiunto che in quel contesto il Graviano gli aveva fatto il nome di Berlusconi, per il quale egli aveva chiesto conferma al suo capomafia se si trattasse di “quello di Canale 5”, e di Dell’Utri, indicato come “un nostro compaesano”, che avevano messo il paese nelle loro mani (pag.52: “Mi vengono fatti i nomi di due soggetti, di Berlusconi… E qui gli venni a dire a Graviano se era quello del Canale 5 … Graviano mi disse che era quello del canale 5, aggiungendo: <<Tra cui c’è di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri>>. Grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo, praticamente, a noi il paese nelle mani”).
Il colloquio si era concluso con il Graviano che aveva confermato che si sarebbe comunque portato a termine l’attentato programmato ai danni dei Carabinieri che rappresentava per lui il “colpo di grazia” (“Giuseppe Graviano mi disse che l’attentato contro i Carabinieri si deve portare a termine, con questo gli dobbiamo dare il colpo di grazia, quindi lì abbiamo chiuso questo colloquio”).
Usciti dal bar Doney i due avevano raggiunto lo Scarano con il quale si erano poi recati a Torvaianica in una villa ove alloggiava il resto del gruppo incaricato di preparare ed eseguire l’attentato. Al termine della riunione svoltasi in quella villa, lo Spatuzza aveva riaccompagnato a Roma Giuseppe Graviano che il dichiarante ha riferito di non avere più rivisto perché “pochi giorni dopo” il capomafia di Brancaccio era stato arrestato a Milano con il fratello Filippo. Proprio il riferimento all’arresto dei fratelli Graviano, avvenuto il 27 gennaio 1994, consente di collocare con assoluta precisione l’incontro del bar Doney nella seconda metà del mese di gennaio del 1994, avendo lo Spatuzza ricordato che l’attentato ai danni dei Carabinieri, in servizio per una partita di calcio allo stadio Olimpico di Roma (fortunatamente fallito), fu organizzato proprio per la domenica successiva all’incontro con Giuseppe Graviano, mentre quest’ultimo era stato arrestato appunto “pochi giorni dopo il fallito attentato all’Olimpico” (pag.43 esame). Lo stesso Spatuzza ha altresì chiarito che l’incontro con Graviano avvenne “tre, quattro giorni prima rispetto al furto delle targhe” collocate nella vettura imbottita di esplosivo condotta nei pressi dello stadio e che le targhe furono sottratte “il sabato prima del fallito attentato” (pag.50 esame). Ne consegue pertanto che, essendo stati i Graviano arrestati il 27 gennaio 1994 (giovedì) ed essendo stato l’attentato fallito allo stadio Olimpico compiuto la domenica precedente (23 gennaio) con una vettura le cui targhe erano state rubate il sabato precedente (22 gennaio), l’incontro del bar Doney deve collocarsi “3-4 giorni prima“, e dunque il 18 o il 19 gennaio di quell’anno 1994.


23 gennaio 1994

Nella sua recente relazione alla Commissione Parlamentare Antimafia, Pisanu indica il 23 gennaio 1994 come probabile data del fallito attentato allo Stadio Olimpico in occasione della partita Roma - Udinese : «  una Lancia Thema imbottita con oltre 120 kg di esplosivo viene collocata nel viale dei Gladiatori a Roma, nelle immediate vicinanze dell'Olimpico, in un punto dove al termine di manifestazioni pubbliche sportive, transitano gli autobus dei carabinieri in servizio allo stadio. L'autovettura non esplode per il difettoso funzionamento del congegno di attivazione della carica». [ cfr. Relazione Pisanu ]

E' sempre Pisanu a suggerire che la data del 23 gennaio potrebbe essere messa in relazione con la data del 31 gennaio 1994, giorno in cui sarebbe scaduto il provvedimento più importante, nel cui elenco figuravano alcuni dei boss più autorevoli di 'Cosa Nostra': Gerlando Alberti, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Stefano Fidanzati, Giacomo Gambino, Salvatore Greco, Luciano Liggio, Francesco Madonia, ecc.

Testimonianza di Spatuzza del 4 dicembre 2009  : « Mi dissero di fare un attentato che neanche i talebani avevano mai fatto». Il pentito si riferisce all'ordine, da parte di Graviano, di fare un attentato all'Olimpico mettendo insieme all'esplosivo cinquanta chili di tondini di ferro del diametro di un centimetro.  «Il telecomando all'Olimpico non funzionò». «Parcheggiammo l'auto. Ci trovavamo sulla collinetta di Monte Mario. Benigno provo a dare impulso con il telecomando ma non successe nulla. intanto i carabinieri si stavano allontantando. A quel punto dissero di lasciar stare e l'attentato era fallito. Lasciammo stare l'auto e ritornammo a Palermo » .

In realtà del fallito attentato all Stadio Olimpico si parla già da tempo : la prima notizia sulla stampa appare il 25 febbraio 1996, ne parla Pier Luigi Vigna : « Una domenica tra la fine del settembre 1993 e il gennaio del ' 94 un' autobomba era pronta a far saltare i furgoni dei carabinieri in servizio allo stadio Olimpico di Roma. Ma un congegno elettronico non funzionò » . Ovviamente non può essere Spatuzza la fonte di Vigna, Spatuzza comincia a vuotare il sacco il 1° luglio 2008 e di  Berlusconi e Dell'Utri comincia a parlare dal 16 giugno del 2009 in poi.
Sei (?!) anni dopo,  nel luglio del 2002, si viene a sapere che il procuratore nazionale Antimafia, Pier Luigi Vigna, nel corso di un' audizione davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, ha rivelato che Il fallito attentato di Cosa Nostra allo stadio Olimpico era fissato per il 31 ottobre del 1993, quel giorno, nello stadio romano era in programma la partita Lazio-Udinese.
« Siamo finalmente riusciti - spiega Vigna - ad individuare in modo esatto la data di quella che avrebbe potuto essere una strage. La macchina piena di esplosivo era al suo posto ma l'innesco, malgrado fosse stato dato l'impulso, non funzionò ».

Anche la data del 31 ottobre 1993 ha una sua ragion d'essere perché il 1° novembre del 1993 scade un altro blocco di provvedimenti 41bis ed in effetti, imprevedibilmente, pochi giorni dopo il Ministro di Grazia e Giustizia non proroga il 41 bis a 140 detenuti nel carcere dell'Ucciardone di Palermo. [ cfr. Relazione Pisanu ] ma a questo punto sorgono delle domande perché comincia la confusione : anche la macchina per l'attentato del 31 ottobre sembra essere una Lancia Thema, abbiamo 2 Lancia Thema in 2 date diverse ? Oppure la Lancia Thema è una sola e si tratta di capire solo quella che è la data giusta del fallito attentato ? Vigna aveva detto : « Siamo finalmente riusciti ad individuare in modo esatto  ».  Sulla base di quale elementi ?
Le fonti di stampa dicono che la prima auto è imbottita di chiodi e di tritolo ma Spatuzza parla di tritolo e tondini di ferro, Spatuzza dice qual'è il modello della macchina imbottita con tondini di ferro ?

Quali sono i riscontri reali di cui gli inquirenti sono in possesso ?  Fonti di stampa che riferiscono sul fallito attentato del 31 ottobre precisano che la  « Thema rimase lì, posteggiata a lungo prima di essere rimossa ».  Ma a lungo quanto ?  Altre fonti raccontano invece che « i killer, certi della riuscita dell' attentato, avevano gettato le chiavi dell' auto. Tornarono a riprenderla la mattina successiva con un carro attrezzi che la deposito' da uno sfasciacarrozze, rintracciato in seguito dagli inquirenti ». E allora ? Altri elementi da prendere in considerazione sono : 1. dopo gli attentati del luglio 1993, Cosa Nostra, per usare le parole di Pisanu, alza il tiro minacciando una nuova strage con la garanzia di centinaia di morti 2. la data del 23 gennaio 1994 è troppo lontana rispetto alla minaccia di alzare il tiro 3. il presunto attentato del 31 ottobre sembra in effetti portare a casa un risultato concreto.  Ma ci sono altri elementi da prendere in considerazione, sempre secondo fonti di stampa inizialmente le ricostruzioni poliziesche avevano fatto risalire il progetto dell'attentato nel periodo ottobre-novembre 1993, poi il pentito Salvatore Grigoli aveva indicato una data precisa (domenica 31 ottobre, la partita era Lazio-Udinese), poi ancora un altro pentito - Antonio Scarano - aveva spostato di qualche mese il giorno della strage: 6 febbraio 1994, ventiduesima giornata di campionato, all'Olimpico l'incontro Roma-Milan. Il quadro comincia decisamente a complicarsi :  abbiamo 3 pentiti con 3 date diverse per lo stesso attentato oppure abbiamo 3 pentiti per 3 attentati diversi ?  Grigoli è un compare di Spatuzza [ insieme hanno ammazzato Don Puglisi ndr ] e potrebbe sapere più o meno le stesse cose di Spatuzza oppure potrebbe conoscere la sua parte di storia, Grigoli viene arrestato Il 19 giugno 1997 a Palermo, è lui con ogni probabilità il pentito che fornisce a Vigna la data del 31 ottobre 1993. Ma allora chi è il collaboratore di giustizia che nei primi mesi del  1996 svela i retroscena e la meccanica del fallito attentato all' Olimpico e senza ricordarsi una data precisa, indica però come data una domenica di fine ' 93 durante una partita di calcio ? Un elemento di ulteriore confusione è che nella sua relazione Pisanu non cita più la data del 31 ottobre e su quella del 23 gennaio non dà certezze quindi la domanda sorge spontanea : ma gli inquirenti cosa hanno in mano ? Quali sono gli elementi che inducono gli inquirenti a propendere per una data piuttosto che per un'altra ?

Una fonte di stampa così riferisce sull'attentato di Roma : « I retroscena e la meccanica del fallito attentato all' Olimpico sono stati svelati da un nuovo collaboratore di giustizia che pero' non ricorda la data precisa. Si trattava di una domenica di fine ' 93 durante una partita di calcio. Nel mirino della mafia erano i carabinieri impiegati per i servizi di sicurezza delle partite. I mafiosi avevano seguito i pullman dell' Arma sul Raccordo anulare progettando di farne saltare uno vicino a una caserma. Ma l' obbiettivo si era rivelato inavvicinabile. Allora avevano deciso di compiere l' attentato sul viale dei Gladiatori, vicino all' Olimpico, dove a fine partita arrivavano i mezzi dei militari. Sul viale fu parcheggiata una "Thema" con 120 chili di esplosivo nel portabagagli. Nelle intenzioni degli attentatori la carica avrebbe dovuto esplodere alle 17, al passaggio di uno o piu' pullman e uccidere una sessantina di carabinieri e un numero imprecisato di tifosi. Ma quando venne premuto il bottone del radiocomando, non ci fu esplosione. I killer, certi della riuscita dell' attentato, avevano gettato le chiavi dell' auto. Tornarono a riprenderla la mattina successiva con un carro attrezzi che la deposito' da uno sfasciacarrozze, rintracciato in seguito dagli inquirenti ».

Quando è stata ritrovata la Lancia Thema ? Era piena di tritolo e chiodi o era piena di tritolo e tondini di ferro ? Se la Lancia è stata ripresa la mattina successiva, quindi il 1° novembre 1993,  con un carro attrezzi per essere depositata da uno sfasciacarrozze, rintracciato in seguito dagli inquirenti,  su che basi si può parlare di un attento per il 23 gennaio 1994 ? Si tratta di un secondo attentato ? C'è una seconda Lancia Thema ? Gli attentati falliti quanti sono ? 1 o 2 ?  Nella sentenza di secondo grado del processo Dell'Utri,a pg. 458, è scritto in modo sibillino "falliti attentati allo stadio Olimpico di Roma, tra fine 1993 ed inizi 1994". Allora,1 o 2 ? Si parla sempre di attentato fallito per mancato funzionamento del radiocomando : imperizia o bluff , cialtroneria o semplice minaccia ? Anche nel caso dell'attentato a Maurizio Costanza si parla di un primo tentativo andato completamente a vuoto per il solito mancato funzionamento del radiocomando e poi di un secondo tentatativo  vuoto ma poi il tentativo fu ripetuto....proprio il caso di Maurizio Costanzo potrebbe curiosamente dimostrare che quando si vuole colpire si colpisce ma quando non si vuole colpire non si colpisce, ci si limita a millantare una potenza di fuoco devastante per portare al massimo la minaccia ma poi non si va oltre....

Allora : gli attentati sono 1 o 2 ? 31 ottobre 1993 oppure 23 gennaio 1994 ?

Riassumendo :  non conoscendo i riscontri concreti che sono in mano agli inquirenti, si possono solo fare congetture e ipotesi a partire dalle incongruenze che risultano evidenti dai resoconti disponibili, una cosa è certa : abbiamo la data, il 31 ottobre 1993, di un attentato, non sappiamo se presunto o reale, finto o vero, abbiamo una seconda data, il 1° novembre del 1993 scade un altro blocco di provvedimenti 41 bis e poi abbiamo una terza data : il 4 novembre 1993 non viene rinnovato  il 41 bis per 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone. Questa seguenza di date e di circostanze è perfettamente coerente con la testimonianza di Spatuzza resa a Torino nel dicembre del 2009 nella quale viene ricordato il colloquio al bar Doney di via Veneto a Roma con Giuseppe Graviano: «Con espressione gioiosa come se avesse vinto alla Lotteria o avesse avuto un figlio Giuseppe Graviano mi riferisce che hanno chiuso tutto e ottenuto quello che volevamo grazie alla serietà delle persone che avevano portato avanti quella storia e non come quei quattro crasti socialisti che avevano preso i voti nel 1988 e 1989 e poi ci avevano fatto la guerra».
«Grazie alla serietà di certe persone, ci hanno messo il Paese nelle nostre mani » avrebbe detto Giuseppe Graviano.

Ed è sempre Graviano a dare le istruzioni a Spatuzza : «Lascia stare Contorno perché l’attentato ai carabinieri si deve fare lo stesso sia perché gli dobbiamo dare il colpo di grazia sia perché per Contorno dobbiamo trovare un tipo di esplosivo diverso». Testimonianza di Spatuzza del 4 dicembre 2009  : « Mi dissero di fare un attentato che neanche i talebani avevano mai fatto» e poi racconta : «Il telecomando all'Olimpico non funzionò». «Parcheggiammo l'auto. Ci trovavamo sulla collinetta di Monte Mario. Benigno provo a dare impulso con il telecomando ma non successe nulla. intanto i carabinieri si stavano allontantando. A quel punto dissero di lasciar stare e l'attentato era fallito. Lasciammo stare l'auto e ritornammo a Palermo ».

Noi non sappiamo in base a quali elementi si sia ritenuto opportuno spostare la data del fallito attentato all' Olimpico dal 31 ottobre 1993 al 23 gennaio 1994, perché Vigna  ad un certo punto dice  « Siamo finalmente riusciti ad individuare in modo esatto la data di quella che avrebbe potuto essere una strage » e ora Pisanu non fissa più una data certa ? Possiamo dire che l'attentato del 31 ottobre era fasullo ma la messinscena era reale mentre l'attentato del 23 gennaio è rimasto solo un progetto, un'intenzione ? Se non è così, cosa è successo veramente il 31 ottobre 1993 e il 23 gennaio 1994 nei pressi dello Stadio Olimpico a Roma ? Si potrebbe persino ipotizzare che siano stati organizzati due finti attentati con due gruppi di fuoco diversi, non avendo accesso alle informazioni in possesso degli inquirenti si possono solo fare ipotesi, in mancanza di riscontri certi si potrebbe per esempio ipotizzare che l'unico attentato veramente fallito sia quello del 23 gennaio 1994 ma allora su quali basi il 6 novembre 1993 , il Ministro di Grazia e Giustizia non aveva  prorogato il 41 bis a 140 detenuti nel carcere dell'Ucciardone di Palermo ? Oppure si potrebbe per esempio ipotizzare che l'unico attentato veramente fallito sia quello del 31 ottobre 1993 e che la testimonianza di Spatuzza sia attendibile su alcune cose ma non su tutto. Su quali basi ad esempio  gli inquirenti già dal 1996 si dicono ragionevolmente certi che il fallito attentato sia databile nell'ottobre del 1993 ? Quali sono gli elementi nuovi che portano gli inquirenti a prendere in considerazione la data del 23 gennaio 1994 ? Ci sono riscontri oggettivi, relazioni certe
o si lavora solo sugli indizi e sull'incrocio delle testimonianze ?

Un fatto rimane certo : a fine gennaio scade un altro rinnovo del 41bis e in ballo questa volta ci sono i pezzi grossi, lo riferisce anche Pisanu nella sua Relazione : Tanto più che il 31 gennaio 1994 sarebbe scaduto il provvedimento più importante, nel cui elenco figuravano alcuni dei boss più autorevoli di "Cosa Nostra": Gerlando Alberti, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Stefano Fidanzati, Giacomo Gambino, Salvatore Greco, Luciano Liggio, Francesco Madonia, ecc..

Questa volta però il 41bis viene rinnovato, è finita la minaccia ? E' successo qualcosa che ha modificato il quadro ? Il 26 gennaio 1994 Berlusconi annuncia la discesa in campo, il giorno dopo i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano, in effetti qualcosa è successo.

I giochi della politica si sono riaperti, Ciampi si è dimesso il 13 gennaio, Cosa Nostra, come dice Pisanu, si mette alla finestra, in attesa di quel che sarebbe successo : «è probabile che all'indomani dell'arresto dei fratelli Graviano e della sconfitta dell'ala stragista, Cosa Nostra si sia adeguata al nuovo ordine di Bernardo Provenzano e si sia messa alla finestra, in attesa di quel che sarebbe successo dopo le dimissioni del Governo Ciampi (13 gennaio 1994), lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate».

Se c'è un patto è inutile forzare la situazione, se c'è un patto non resta attendere il rispetto del patto.


Pare accertato che Spatuzza fosse a Roma tra il 18 e il 24 gennaio del 1994 : gli investigatori della Direzione Investigativa Antimafia indicano la presenza a Roma del telefono cellulare usato da Spatuzza in quel periodo, tra il 18 e il 24 gennaio ' 94. In un' altra relazione della Dia sono riportati gli accertamenti sull' incontro tra il pentito e Giuseppe Graviano al bar Doney di via Veneto, avvenuto poco prima della mancata strage allo stadio. Abbiamo le parole di Spatuzza e le parole di Giuseppe Graviano come le ha riferite da Spatuzza ma sul fallito attentato del 23 gennaio quali sono i riscontri reali , quali sono gli elementi probatori che permettono di escludere la data del 23 ottobre o di confermare eventualmente il 23 gennaio come data di un unico fallito attentato oppure come data di un secondo attentato progettato ma mai eseguito ? Senza l'apporto di altri riscontri, si potrebbe ipotizzare che Giuseppe Graviano nel suo incontro romano con Spatuzza millanta un accordo che crede di avere in mano ma che in realtà non ha perché qualcuno sta per tradirlo oppure il Graviano ha in mano un accordo di qualche tipo con il quale ritiene di aver «  ottenuto quello che cercavamo » oppure si potrebbe ipotizzare che Spatuzza racconti cose vere ma in modo volutamente confuso in modo da lanciare avvisi e avvertimenti a chi deve intendere il vero senso delle sue parole. Spatuzza dice di aver « riferito quello che sapevo su Berlusconi e Dell'Utri solo il 16 giugno del 2009 ai magistrati di Firenze », quindi subito dopo le elezioni europee del 5 e 7 giugno, è una coincidenza ?  Spatuzza dice che Giuseppe Graviano « ha in mano il jolly », a cosa si riferisce ? Spatuzza è un pentito che racconta la verità delle cose accadute o è il pentito che racconta mezze verità per avvertire chi deve capire che i giochi sono ancora aperti ?  Anche Dell'Utri lancia messaggi a chi deve capire che i giochi devono rimanere aperti : «Mangano resta il mio eroe, non so se io, trovandomi al suo posto in carcere, riuscirei a resistere senza fare nomi », Spatuzza e Dell'Utri parlano lo stesso linguaggio , è il trasi e nesci , e si rivolgono alla stessa persona, i patti devono essere rispettati, non c'è scampo.




2 novembre 1993 - Dell'Utri incontra Mangano


30 novembre 1993 - Dell'Utri incontra Mangano

Fine del 1993

Bernardo Provenzano fa sapere alle famiglie: «State tranquilli, ho trovato qualcosa, il vento sta per cambiare». E' Mangano che lo avverte che B. sta per entrare in campo ?

26 gennaio 1994 -  B. annuncia la «discesa in campo»

Con una dichiarazione registrata ad Arcore e inviata a tutti i mezzi di informazione e trasmessa da tutte le Tv, Silvio Berlusconi scende in campo per contrastare il polo delle sinistre : «  L'Italia è il paese che amo, qui ho le mie radici, le mie speranze e i miei orizzonti........Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perchè non voglio vivere in un paese illiberale governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo ad un passato politicamente ed economicamente fallimentare..... ».

L'astrologa Luisa De Giuli divenuta celebre per avere previsto la guerra del Golfo annuncia che le stelle sono favorevoli a Berlusconi anche se difficolta' e ostacoli non mancheranno.  « Colpa di Giove in Scorpione. Tutto dipendera' da un accordo sotterraneo gia' siglato, che destera' sorpresa.  Il desiderio di cambiare gli equilibri tradizionali si avverera' ». [ E poi c'è chi non crede all'astrologia, mah... il grassetto è mio...ndr]

27 gennaio 1994 - Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati a Milano

I carabinieri del nucleo operativo di Palermo arrestano Filippo, 33 anni, e Giuseppe Graviano, 31, le loro fidanzate Rosalia Galdi e Francesca Buttitta, e due amici, Salvatore Spataro e Giuseppe D'Agostino detto Geppino, mafiosi della famiglia di Brancaccio.

Racconta Elio Boi, ai tempi proprietario del ristorante Gigi il Cacciatore dove furono catturati i fratelli Graviano  «Erano le 20, l'ora in cui cominciano ad arrivare i clienti. Sono entrate cinque o sei persone, tutti uomini, che si sono scelti tavoli in vari punti del locale. Poi ho capito: erano tutti carabinieri. Infine sono arrivati loro: quattro uomini e due giovani donne, cariche di borse dello shopping fatto nel pomeriggio in via Montenapoleone. D'un tratto, irrompe nel ristorante un gruppo di uomini, passamontagna neri e mitra spianati. Si buttano sui sei, che avevano appena ordinato l'antipasto. I mitra spinti dietro la nuca, anche delle due donne. Per un attimo ho creduto fosse una rapina, poi ho capito: avevano circondato il locale, cercavano quei due giovanotti ben vestiti che erano arrivati con le fidanzate. Il giorno dopo ho letto sul giornale: i fratelli Graviano arrestati al ristorante Gigi il Cacciatore»

Relazione Pisanu : « La stagione terribile delle stragi si chiuse il 27 gennaio 1994 con l'arresto dei fratelli Graviano, capi indiscussi dell'ala più violenta, e con l'ascesa del 'moderato' Bernardo Provenzano ai vertici di Cosa Nostra. Costui spingerà l'associazione mafiosa a fare impresa, ad immergersi sempre più nell'economia e nella società, facendo tacere le armi: sarà la fine dei 'viddani' di Totò Riina, rinchiuso in carcere e reso impotente dal rigore del 41 bis. Anche la semplice narrazione dei fatti induce a ritenere che vi furono interventi esterni alla mafia nella programmazione ed esecuzione delle stragi ».

Commento : la seguenza  «discesa in campo» -  arresto dei fratelli dei fratelli Graviano si consuma nel giro di 24 ore, è troppo strana per essere una semplice coincidenza, qualcuno ha voluto neutralizzare due figure che potevano diventare ingombranti ?


[ Nota Falange Armata ]

“Una ulteriore chiave di volta per comprendere i fatti nei quali il Moby Prince è stato coinvolto è rappresentata dalla cosiddetta "Falange Armata", voglio per questo fornire quelle che sono le mie conoscenze ed i miei commenti rispetto a questa presunta organizzazione, con specifiche caratteristiche di guerra psicologica, che per molti anni ha fatto parlare di se fino a quando è stata disattivata, o meglio, posta in sonno.

L'ultima volta che questa sigla è apparsa è stato durante le indagini relative alle presunte intercettazioni illegali della Telecom di Tavaroli e del Sismi di Mancini ed in merito al suicidio di Adamo Bove; dalle carte recuperate durante una perquisizione nei confronti di un giornalista loro collaboratore sono stati repertati alcuni fascicoli provenienti dai Servizi nei quali si relaziona che la falange armata era formata da ex operatori della Folgore e dei servizi, reclutati dopo il loro congedo. Mentre in altre informative provenienti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri è stato ipotizzato che i coordinatori di questa struttura fossero stati una ventina di specialisti della Folgore, transitati alla famosa VII° divisione del SISMI.

Ricordo che intorno al 1987, mentre prestavo servizio alla Folgore, frequentando Camp Darby, l'esistenza di voci rispetto alla formazione di piccoli nuclei autonomi parte di strutture indipendenti, rispondenti direttamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in funzione di unità antiterrorismo, fatto che era più che regolare visto la natura operativa dei reparti della Folgore in quegli anni ed il quadro politico nazionale ed internazionale che li ha caratterizzati.
La Folgore ha sempre fornito il proprio personale ai Servizi, sia per quanto concerne l'impiego di unità d'elite in funzione info-operativa, sia per quanto concerne gli operatori all'estero, sia per quanto riguarda gli ufficiali ed i sottufficiali transitati ai raggruppamenti di unità speciali o di difesa, Rus e poi Rud. Quest'ultimo reparto, il Rud, è quello nel quale potrebbero essersi addestrati anche coloro che una volta esternalizzati, cioè non più operativi ma congedati o tornati al proprio reparto di origine, hanno comunque continuato a collaborare con i Servizi in forma esterna, gestiti da un ufficiale il cui compito è stato proprio quello di coordinare gli "esterni".

Questa parola, esterni, è importante per capire come, in quegli anni, fra l'85 ed il '94, molti ragazzi d'azione, e non d'avventura, sono stati reclutati, gestiti ed addestrati da singoli soggetti o piccole cellule di specialisti al fine di acquisire delle competenze in varie materie, una delle quali di tipo captativo delle comunicazioni e dei segnali elettronici, altre più riferibili alla esecuzione di azioni "psicologiche" idonee per destabilizzare un territorio oggetto di interesse.

Non dobbiamo dimenticare che proprio l'ordinamento cellulare ha impedito, al singolo soggetto chiamato a condurre delle operazioni, di capire in modo ampio in cosa fosse stato coinvolto, questi sostanzialmente riferiva al proprio capocellula o capocentro, soggetto con il quale aveva già maturato un rapporto di fiducia, vuoi perchè era stato il suo ufficiale durante il servizio o la carriera militare, vuoi perchè questi ha fornito tutte quelle garanzie di affidabilità per ottenerne la fiducia.

Ricordo che personalmente ho avuto modo di collaborare con alcuni ufficiali che avevo già conosciuto durante la mia carriera militare e con i quali avevo un rapporto di fiducia, saldato oltrettuto dal condizionamento psicologico indotto dall'appartenenza ai reparti d'azione, dal fatto di sentirsi diversi dalle altre unità, di essere in qualche modo legittimati nel porre in essere delle azioni di spessore diverso da quelle condotte dalle normali unità delle FF.AA. o delle FF.PP. proprio perchè quel tipo di operatori, "operativi", erano attivati laddove le altre unità incontravano i propri limiti. Azioni che richiedevano ardimento, coraggio, forza fisica, resistenza psicologica, competenza tecnica, devozione al reparto e al proprio comandante e soprattutto quella "sana" sregolatezza tipica di ogni reparto cosiddetto speciale, perchè il tipo di operazioni da condurre rappresentavano certamente nel loro contenuto una violazione delle regole in generale, erano operazioni fondamentalmente caratterizzate dalla clandestinità e dalla mancanza di ortodossia, cellulari e parte di un programma di più ampio respiro del quale certamente il singolo operatore attivato per compierle non aveva conoscenza.

La falange armata è stata una di queste operazioni, la cui sigla è stata fluttuante mentre gli operatori sono stati sempre gli stessi, salvo qualche transito di volta in volta avvenuto; la falange armata è stata perciò una "operazione" e non una "struttura" con vita propria.

Fra il 1985 ed il 1994 sono stati sviluppati dei programmi da parte degli uffici studi ed esperienze delle sezioni di guerra psicologica, originariamente americani e successivamente italiani e adattati al contesto sociale politico e culturale italiano, tali da coinvolgere tanti bravi ragazzi d'azione, in uniforme e non, in operazioni che se viste da un osservatore esterno avrebbero evidenziato numerosi fatti penalmente rilevanti, ma se interpretate dall'interno, con quella mentalità e soprattutto con il condizionamento nascente dal tipo di rapporto, di dipendenza, fra il singolo operatore ed il suo comandante, avevano invece quelle caratteristiche che hanno stimolato il singolo operatore, ardito, coraggioso, spavaldo, capace di accettare di porle in essere, specialmente laddove le difficoltà erano maggiori o magari richiedevano di superare degli ostacoli particolarmente difficili, per questo stimolanti l'ardimento tipico di questi operatori, gratificati non solo dalla riuscita dell'operazione, che come ho detto non conoscevano nel suo intero fine, ma soprattutto gratificati dalla possibilità di raggiungere dei livelli operativi tali da garantirgli non solo un ritorno economico importante ma anche il raggiungimento di una sostanziale impunità, sviluppando una progressiva forma autoreferenziale di superiorità, motivo per il quale ci sono state delle "smagliature" che successivamente sono state disattivate, quando non sono più state utili al programma di volta in volta applicato.

Gli operatori della falange armata hanno avuto delle competenze specifiche nelle attività di captazione elettronica, di mascheramento, di intercettazione e di penetrazione di sistemi elettronici, oltre alla specifica competenza nel porre in essere quei depistaggi "psicologici" capaci non di indurre un inquirente verso una falsa pista investigativa, ma di confonderlo rispetto all'origine di coloro che hanno posto in essere dei fatti gravi. Gravi per la collettività, ma accettabili nel loro costo di innocenti vite umane se visto all'interno di un programma di destabilizzazione e di stabilizzazione di un assetto politico e soprattutto militare.

La falange armata è stata una operazione modello, continuata e mai inquinata, compartimentata e soprattutto posta in sonno e mai disattivata da parte di un organo inquirente o ispettivo, ha raggiunto i propri obiettivi ed è stata semplicemente conclusa, i cui operativi hanno continuato a fare il proprio lavoro dedicandosi ad altre operazioni, lasciando gli inquirenti impegnati ad inseguire una "organizzazione" e non una semplice "operazione" con un nulla di fatto o con l'arresto di mere ignare pedine o di qualche povero innocente sacrificato per confondere gli inquirenti, il quale si è fatto qualche mese di galera ingiustamente la cui vita è stata rovinata.

Laddove sono stati adombrati dei sospetti nei confronti dei paracadutisti indicati come i responsabili di questa sigla, immediatamente questi hanno cambiato la sezione operativa, rimbalzando da un raggruppamento ad una unità, transitando dal proprio reparto di origine alle collaborazioni "esterne" ma sono sempre rimasti operativamente validi, mai resi deboli e soprattutto mai considerati effettivamente colpevoli di qualcosa, laddove eventualmente lo fossero stati.

Omicidi, rapine, attentati, sequestri, introduzione in opere militari e politiche, trafugamento di armi istituzionali, addestramento di civili in attività militari, spionaggio politico e militare, intercettazioni illecite, violazione ed utilizzazione di un segreto d'ufficio, peculato, attentanto alla democrazia ed altro ancora è ciò che l'operazione falange armata ha posto in essere fra il 1985 ed il 1994 attraverso gli operatori attivati, singolarmente o in piccole squadre.

Livorno ha certamente ospitato questi operatori, i quali non hanno potuto porre in essere le loro attività senza una rete di complicità e soprattutto di copertura offerta dalla già esistente rete che ha gestito e manipolato persone inserite all'interno di uffici istituzionali, che ha gestito l'erogazione di informative depistanti o peggio ancora utili per disattivare un soggetto considerato un rischio per i propri interessi, facendolo arrestare per reati mai avvenuti, ma denunciati da confidenti prezzolati oppure da transessuali utilizzati al fine di screditare la personalità di un soggetto, perchè come ho detto, la psicologia, nelle attività dell'operazione falange armata è stata alla base di ogni programma.

C'è stato, nell'autunno del 1986, un giovane paracadutista di carriera che aveva compreso che alcune efferate rapine compiute da una banda in Emilia Romagna (formata da un ex parà e non quella della uno bianca che sarebbe stata attivata poco dopo) avevano delle caratteristiche militari comuni al suo addestramento, il quale si è rifiutato di partecipare a talune attività, il quale è stato nel dicembre 1986 denunciato da un transessuale, povero soggetto debole gestito e manipolato da un operatore istituzionale. Quest'ultimo ha sviluppato in oltre un anno una informativa, non inviata immediatamente alla AG ma utilizzata ai fini di pressione contro il giovane parà che una volta preso atto della sua inutilità è stata inoltrata causandone l'arresto nel 1988, accusato di rapina è finito perciò in galera, rovinato socialmente e professionalmente e soprattutto screditato di fronte ai propri colleghi eventualmente capaci di rendere testimonianza; perchè l'isolamento all'interno di un reparto d'azione avviene non per cause legate a fatti violenti, ma per il timore di essere accomunati ad un collega che "dicono" essere mezzo "frocio", amante di transessuali oppure mezzo pazzo, descrizione che è stata applicata in ogni fatto di cronaca che ha riguardato un paracadutista.

Il paradosso e la magnificenza dell'operazione falange armata è stato proprio quello di utilizzare quello stesso paracadutista, posto in un supercarcere per 77 giorni, come un operatore idoneo per penetrare le celle di terroristi e trafficanti di armi e piazzare i sistemi di captazione dei colloqui ambientali, il quale pur se sottoposto a continue vessazioni all'interno di una gabbia, sia dalle guardie che dai detenuti, posto in un carcere civile e non militare perchè chirurgicamente posto in congedo poche settimane prima, pur se ingiustamente arrestato proprio a causa dei propri colleghi, pur se cosciente di essere stato sostanzialmente depersonalizzato ha comunque condotto positivamente il proprio lavoro, accettandone gli elevati rischi di ritorsione da parte di questi soggetti attenzionati, con i quali condivideva la prigionia.

Questa è la "psicologia" di cui parlo, il condizionamento e la dipendenza per la quale un giovane operatore resta fedele al proprio reparto ed al proprio comandante nonostante questi siano la causa della propria situazione, accettata però come una forma di addestramento, proprio per dimostrare la capacità di gestire situazioni fisiche e psicologiche estreme e di eseguire lo stesso gli ordini ricevuti, perchè la caratteristica degli operatori speciali è proprio questa, gestire lo stress in situazioni estreme ed ostili e compiere il proprio dovere ugualmente con il raggiungimento della missione.

Per riuscire a farlo l'addestramento, parallelo e clandestino, che conducono nel corso di almeno tre anni, non lo gestiscono le educande di un convento ma dei soggetti che del dolore fisico e della mortificazione psicologica fanno la base di questa formazione alla quale, se superata, segue la competenza tecnica di elevata qualità, che associata alla capacità non solo di lanciarsi col paracadute, immergersi, arrampicarsi, combattere con e senza le armi, parlare più lingue, medicare ed automedicarsi, uccidere, manipolare fanno di un simile operatore un soggetto od una aliquota idonea per condurre delle operazioni clandestine a lungo termine, anche dietro le linee nemiche, autonomamente e svincolato per lunghi periodi da una struttura di comando e controllo, quindi capace di organizzare e porre in essere delle attività il cui risultato è atteso in tempi lunghi, diverso dalle semplici operazioni militari speciali per le quali vengono impiegati i più "semplici" incursori.

Questo giovane paracadutista è stata la "cavia" per la quale da quella operazione, i cui risultati sono stati positivi, è stata ampliata l'operazione falange armata che da quel periodo sarebbe diventata falange armata carceraria per poi alternare le varie rivendicazioni negli anni successivi con le due sigle.

L'omicidio in danno dell'operatore carcerario Scalone non è un fatto casuale ma la disattivazione di una smagliatura.

Questi atti sono stati compiuti da parte di soggetti che hanno avuto modo ed opportunità non solo di gestire l'apparato di veicolazione delle informazioni di Polizia e d'intelligence istituzionale, quindi accreditati dai necessari NOS, ma anche di gestire lo strumento idoneo per veicolare false notizie di Polizia e d'intelligence in danno di soggetti che per varie ragioni hanno rappresentato un rischio o una smagliatura, fino alla eleminazione fisica laddove ve ne fosse stata l'esigenza.

Chi ha gestito questa operazione è stato formato nelle migliori scuole di guerra psicologica ed ha avuto ai suoi ordini degli operatori capaci di dissimulare una operazione illegale trasformandola in una attività d'istituto, capaci di manipolare l'operato di ingari poliziotti e carabinieri con false informative, fino a rendere il soggetto attenzionato completamente screditato, oppure interdetto, o alla peggio farlo ritrovare morto in circostanze ambigue, legate a strani interessi sessuali, ritrovato in un località specifica rispetto a luoghi di scambi e d'incontri omosessuali, ucciso con il coltello da un amante occasionale e finito a pietrate, o addirittura dimostrare che era appena stato in casa di un transessuale per un "convegno carnale", fatti poi ben relazionati in una conferenza stampa che riporterà negli articoli di cronaca quanto detto in buona fede da autorevoli rappresentanti delle FF.PP che hanno raccolto le varie informative, sia confidenziali che riservate ed hanno elaborato il contenuto delle notizie fino ad allora conosciute fra le quali spicca proprio il luogo ove è stato ritrovato il corpo, come detto luogo di scambi sessuali ambigui nei quali nessuno vuole essere coinvolto, specialmente sui giornali. Questo è un esempio classico per interdire a basso costo un potenziale soggetto, con il semplice uso del proprio ufficio.

Chi ha gestito e preso parte alla operazione falange armata è stato anche a lungo a Livorno, ove ha veicolato false informative, ove ha gestito il proprio ufficio dal quale ha presumibilmente potuto apprendere notizie utili per capire cosa ha causato la collisione del Moby Prince e la morte di almeno 140 persone.

L'operazione falange armata ha rivendicato molti attentati avvenuti nel nostro paese, sempre dopo però, mai prima o nel tempo tecnico fra l'acquisizione della notizia e la sua divulgazione, ma l'ha fatto in modo tecnico, con gerco specifico, non sempre ma spesso, l'ha fatto dimostrando di conoscere dei dettagli, apparentemente insignificanti rispetto alla natura di un evento giuridico, ma troppo specifici sul conto degli inquirenti o degli strumenti da loro usati, tanto da voler dimostrare il proprio potere all'interno delle strutture dello Stato.

Questi operatori non hanno mai dissimulato il proprio potere d'azione, specialmente in campo elettronico, capaci di intercettare e di penetrare dei sistemi computerizzati di elevato spessore, anzi al contrario hanno sempre lanciato dei messaggi cifrati all'indirizzo degli inquirenti, raramente raccolti, perchè ritenuti depistanti o confusivi rispetto alle indagini, vero, ma vero anche che la strumentalizzazione della magistratura è stata una delle risorse per disattivare una smagliatura, offrendo l'opportunità per arrestarla dopo che ha commesso numerosi omicidi, come nel caso della c.d. banda della una bianca.

L'operazione falange armata ha visto i natali dentro le istituzioni dello Stato, i cui responsabili hanno molte medaglie sul petto, anche meritate perchè fondamentalmente validi ed operativi nel loro servizio, ma non per questo necessariamente meno pericolosi.

La rilettura storica di alcuni fascicoli processuali, il riscontro fra le notizie di Polizia scritte con dei fatti effettivamente accaduti, il confronto fra chi ha ricevuto quelle notizie e chi le ha originariamente erogate, laddove possibile, potrebbe fornire la conoscenza per comprendere come un depistaggio istituzionale può facilmente essere condotto in danno non solo del soggetto che ne subisce direttamente le conseguenze ma soprattutto della verità, giudiziaria, politica e storica di un evento grave che ha colpito il nostro paese, dalle bombe ai traghetti in collisione...”

Fabio Piselli, ex-parà della Folgore
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commenti a questo articolo 1
commento di cilloider inviato il 28 luglio 2010
Avevo promesso che no avrei commentato i tuoi post.

Ma ti devo fare i complimenti....

Ottima ricostruzione, spero che comunque i partecipanti di questo network...sappiano già queste cose...
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