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contributo inviato da stefano menichini il 22 luglio 2010
Seguiamo con attenzione le mosse di Walter Veltroni. Perché è una personalità importante del centrosinistra, e perché presto potrebbe tornare a rivestire ruoli di leadership.
Da settimane le sue uscite pubbliche si distinguono per la grande attenzione al tema delle stragi di mafia del ’92. Anzi, in questo momento l’ex segretario del Pd, commissario antimafia, è il politico che più di ogni altro (insieme al finiano Granata) interpreta l’attesa per «la verità sulle stragi» che è stata promessa dalla procura di Caltanissetta, accreditando l’ipotesi della relazione fra esse e il trapasso dalla prima alla seconda repubblica.
Veltroni si trattiene appena sul limitare della tesi Spatuzza, cioè si ferma un passo prima di sostenere che le stragi fecero da battistrada alla scesa in campo di Forza Italia e di Berlusconi. Ma il sottotesto della tesi del rapporto fra stragi, mafia e nuova stagione politica è quello, lo sanno tutti.
Una trattativa fra le cosche e lo stato, i depistaggi, le deviazioni, una verità processuale che non è una verità: questo è, al momento, lo scenario intorno alle morti di Falcone e Borsellino. I pm dicono di sentirsi in grado di andare oltre: ottimo, lo facciano, con il sostegno di tutta la politica e di tutti gli apparati pubblici, e senza stare a sbandierarlo troppo sui giornali (come suggerivamo ieri anche su Europa) per non compromettere credibilità e risultato. Le più recenti parole del capo della procura, Lari, sono in questo senso molto rassicuranti.
La fiducia nella magistratura è il modo migliore per la politica di sostenere lo sforzo per la verità. Il peggiore è il disinteresse, ma anche la riproposizione dell’eterno vizio della sinistra italiana (oggi trasmesso per contagio alla destra berlusconiana) di cercare dietro ai segreti e alle trame i motivi delle proprie sfortune politiche. L’alibi perfetto per non affrontare le più amare verità evidenti, palesi: quelle legate agli errori compiuti, oppure ai meriti degli avversari. Un alibi che il Veltroni fondatore del Pd non aveva mai cercato.

Intervistato ieri sull’Unità, inducendo a fare un po’ di confusione, l’ex segretario allineava il ’92 e l’agenda rossa di Borsellino alle stragi del ’69 e poi alla banda della Magliana, il sequestro Moro, il rapimento Orlandi, la morte di Ilaria Alpi, gli appunti di Cassarà, i files di Falcone, la videocassetta di Rostagno. Sempre la mano invisibile dell’antistato, una lunghissima interminabile scia di misteri per i quali sarebbe finalmente arrivata «l’ora della verità».
Speriamo che a proposito dell’ora della verità su via D’Amelio abbia ragione Veltroni. A Caltanissetta sembrano avere le idee abbastanza chiare. Ma di una cosa siamo sicuri: la storia d’Italia, epopea berlusconiana compresa, avrà molte ombre ma non si riduce e non si spiega con una lunga teoria di segreti da svelare. Non esiste una “storia parallela” a quella che abbiamo vissuto e conosciuto.
E infine, forse il punto che ci sta più a cuore considerando il possibile e magari auspicabile ritorno sulla scena di Veltroni: la ripresa politica del centrosinistra è legata a ciò che saprà dire sul futuro, non a come cercherà di raccontare il passato, tanto meno se proverà a riproporre la narrazione auto-consolatoria della vittoria mutilata dai poteri oscuri.
Questo improbabile argomento lasciamolo a Belpietro e a Feltri, ai pizzini contro Berlusconi che i loro giornali sono sempre i primi a rivelare, alle fantasiose trame attribuite alla Cia contro il legittimo governo italiano.
Con il sospetto addosso non si vive bene, e soprattutto non si vince mai.

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