.
contributo inviato da cilloider il 18 giugno 2010

 Marina Jarre

“Il bambino ricco e il bambino povero”

 

C’era una volta un bambino ricco che andava sempre vestito di bianco. Aveva persino le scarpe bianche per la pioggia, e quando camminava con quelle scarpe in mezzo al fango sembrava che il fango non vi restasse nemmeno attaccato, tanto erano bianche. Era un bambino molto pulito, forse perché aveva molti bagni nella sua casa. Bastava aprire una porta ed ecco che c’era un bagno, o nero, o bianco, o giallo, o azzurro. Al bambino piaceva il bagno azzurro del secondo piano. Era come stare coricati sulla sabbia, al mare, e guardare il cielo. Ma siccome era così pulito non poteva entrarci se non per lavarsi le mani prima di andare a tavola. Qualche volta gli era venuto in mente di sporcarsi apposta, ma era anche un bambino buono e pensava che poi, se si fosse sporcato, la sua signorina avrebbe pianto dal dispiacere. E a quell’idea gli rotolavano giù per le guance rosee grossi lacrimoni chiari come i suoi occhi.

- Questo bambino è un angelo, - diceva allora la cuoca.

E lo dicevano anche la mamma e il papà, la sera, quando lo portavano in pigiamino a salutare i loro amici, radunati sulla veranda. E lui, a forza di sentirselo dire, qualche volta a letto, prima di addormentarsi, si sentiva un pizzicorino nella schiena:

“Forse stanno per crescermi le ali, - pensava, - larghe ali tutte bianche”. E poi si addormentava e sognava di lavarsele in una grande vasca bianca nel cielo azzurro.

Il primo giorno che lo portarono a scuola la mamma disse alla signorina:

- Non bisogna che gli altri bambini si sentano umiliati, deve essere uguale agli altri. Potrete perciò andare a piedi, e non prenderete l’automobile.

- Nemmeno la piccola rossa, vecchia, dell’anno scorso? - chiese il bambino.

- No, nemmeno quella! - disse la mamma fermamente.

- Ma allora andiamo a piedi, - disse il bambino, - che bellezza!

Così se ne andarono a piedi fino alla scuola, lui e la sua signorina. Quando entrarono c’erano tanti bambini puliti e belli, ma lui era il più pulito di tutti. Li misero in fila e via via che entravano la maestra li faceva sedere a due a due nei banchi. Il bambino era tutto contento di essere con altri bambini, perché, a dir il vero, si sentiva un po’ solo nella sua grande casa, piena di bagni e di specchi. Così, appena fu seduto, guardò il suo compagno di banco e gli sorrise. Costui, che aveva i capelli neri e gli occhiali, lo guardò ben bene in faccia e poi... tirò fuori la lingua. Il bambino ricco fu sorpreso. Non gli avevano insegnato a salutare così. “Magari, - pensò, - a scuola, per salutarsi, bisogna tirare fuori la lingua”. E la tirò fuori anche lui.

In quel momento la maestra lo guardò e disse ad alta voce:

- Vergogna, non si tira fuori la lingua. Chi lo fa, va al banco dell’asino!

Il bambino diventò tutto rosso e gli altri si misero a ridere. Anche il compagno nero con gli occhiali. La maestra continuò:

- Come ti chiami?

Il bambino si alzò e disse:

- Mi chiamo Alberto.

- E poi?

- Alberto terzo, - disse il bambino.

Tutti gli altri si rimisero a ridere e il compagno nero disse a bassa voce:

- Alberto balordo!

- Ma sì, - disse il bambino e si sentiva qualcosa dentro che non s’era mai sentito, qualcosa di rosso che gli cresceva in gola e nella voce, - mio nonno era Alberto primo e fu lui che fece la fabbrica di sapone, mio papà è Alberto secondo e io sono Alberto terzo.

- Ah, sei tu, Alberto terzo, - disse la maestra e tutti gli altri bambini stettero zitti, - va bene, siediti.

Alberto terzo si sedette e guardò il suo compagno nero:

- E tu, - gli chiese, - come ti chiami?

Ma quello non rispose, teneva gli occhi storti e cercava di guardarsi il naso negli occhiali. La maestra intanto chiedeva il loro nome agli altri bambini, ma avevano tutti nomi strani: Bongiovanni, Cerutti, Parodi e solo in coda, piccolo piccolo, un nome che somigliava un poco a quello di Alberto, come Giovanni, Alfredo, Piero. Quando la maestra arrivò al compagno di banco di Alberto terzo e gli chiese il suo nome, questi si alzò e disse:

- Io mi chiamo Augusto zero.

- Non è un nome, - disse la maestra, mentre gli altri bambini ricominciavano a ridere.

- Se lui è terzo, io posso ben essere zero, - disse il bambino con gli occhiali.

- Non devi rispondere così, - disse la maestra, - e poi ti devi lavare le orecchie.

- Io non ho una fabbrica di sapone, - disse Augusto zero, - perciò ho le orecchie sporche.

- Si può essere poveri, - disse la maestra, - ma puliti e beneducati lo stesso; va’ nel banco dell’asino.

Augusto zero si alzò e andò dritto nel banco dell’asino, come se fosse contento di andarci. Appena si fu seduto disse ancora a bassa voce:

- Meglio nel banco dell’asino che in un portasapone.

Ad Alberto terzo venne freddo nella schiena per la paura di quel che sarebbe certamente successo. Ma la maestra era voltata dall’altra parte e non aveva sentito.

La sera nel suo lettino Alberto ripensò alla giornata e si disse:

“Se io sono un angelo, Augusto zero dev’essere un diavolo. Ecco come sono i diavoli. E per giunta è il mio compagno di banco. Me ne terrò lontano, è proprio cattivo”.

Ma non era facile stargli lontano. Quando non era seduto al posto dell’asino, Augusto zero era il suo compagno di banco. Non stava mai attento, faceva sempre qualcos’altro. Alberto terzo, dritto e immobile, tratteneva il fiato per sentir meglio quel che diceva la maestra. Augusto zero, intanto, gli infilava pezzetti di carta nelle calze. Ma capiva tutto ugualmente. Quando Alberto studiava la d, Augusto era già alla t; Alberto scriveva una pagina di 3 + 3 e Augusto era già alle divisioni.

Eppure i quaderni di Alberto erano così belli e ordinati che era quasi un peccato vederci i segni rossi degli errori, mentre Augusto dimenticava sempre i suoi in giro ed erano pieni di macchie e di orecchie. Però quando correggeva i compiti la maestra diceva: - Anche oggi il pensierino più bello l’ha fatto Augusto!

Così Augusto impediva ad Alberto di essere contento. Anche quando a casa dicevano:

- Non è soltanto buono questo bambino, è anche intelligente! - Alberto pensava ad Augusto e all’ultima volta che gli aveva detto: - Non capisci proprio niente, a forza di lavarti ti hanno portato via anche il cervello! - E aveva voglia di dire:

“Ma non lavatemi, tanto, poi, se ho le orecchie pulite Augusto mi versa dentro l’inchiostro quando non me ne accorgo”. Non osava però dirlo per davvero come non si osa parlare dei sogni brutti che si fanno la notte per paura che diventino reali.

Così passò l’inverno e venne la primavera e la fine dell’anno scolastico e mai Augusto aveva sorriso ad Alberto o gli aveva detto “ciao” senza aggiungere “saponetta” o, quel che era peggio, “spazzolino” perché gli tagliavano i capelli corti sulla testa. Alberto però si era quasi abituato. Adesso, la notte, non sognava più vasche da bagno bianche nel cielo azzurro ma sognava invece grossi gatti neri con gli occhiali che gli saltavano addosso e lo graffiavano. La cuoca, parlando dei suoi calli, diceva sempre: “Sono la mia croce”, e lui, pensando ad Augusto si diceva pure: “Augusto zero è la mia croce, se non ci fosse lui sarei troppo contento, forse”.

Nel pomeriggio dell’ultimo giorno di scuola Alberto ebbe in regalo una bicicletta nuova e la signorina gli permise di provarla subito, da solo, nel parco. Alberto era contento. Aveva avuto tutti otto sulla pagella e ora sarebbe andato al mare e poi in montagna. Inoltre aveva imparato a fischiare proprio il giorno prima e ora fischiava pedalando. Quand’ecco, giunto in fondo al parco, là dove c’erano i garages, chi c’era seduto fuori, appoggiato al cancello, con un’armonica in mano? Augusto zero. Alberto scese dalla bicicletta e lo salutò: “Ciao”, e poi gli venne voglia, a un tratto, di rifarsi di tutta la rabbia patita. Gli avevano ben detto: - Non bisogna che tu ti vanti d’essere ricco con quelli che sono più poveri di te, tu sei un bambino fortunato, non tutti lo sono -. Ma uno si stanca alla lunga di essere buono, soprattutto con un bambino che magari non è nemmeno un bambino, ma un diavolo nero. Così Alberto terzo disse:

- Vedi, mi hanno regalato una bicicletta nuova!

- Vedo, - disse Augusto, - anche a me sarebbe piaciuto avere una bicicletta, ma non ci sono i soldi e così niente bicicletta -. E aveva l’aria così triste che ad Alberto venne voglia di piangere.

- Se vuoi, - disse, - se non ti offendi, io ho quella vecchia. È ancora buona. Te la regalo.

Ma sembrava che Augusto non avesse nemmeno sentito. Si era messo a suonare pian pianino, sull’armonica, e si guardava la punta delle scarpe.

- Non sei cattivo, saponetta, - disse poi soprappensiero, - sei solo un po’ stupido. E questo, in fondo, non è colpa tua, ma di tutte le storie che t’hanno raccontato.

Alberto disse allora tutto d’un tratto:

- Non mi hai mai potuto soffrire perché sono ricco e tu sei povero.

- Può darsi, - disse Augusto, - e poi? Lo trovi giusto?

- Mio papà lavora: ecco perché sono ricco, e anche mio nonno lavorava.

- Tuo papà ruba e tuo nonno rubava, - brontolò Augusto: - chi è ricco ruba sempre ai poveri.

- Non è vero! - gridò Alberto terzo. - I ladri sono brutta gente che va in prigione, - e incominciò a piangere. - Che cosa vuoi che mio papà rubi ai poveri se ne ha più di loro!

- Ci ho pensato, - disse Augusto, - e non so come va questa faccenda. Ma qualcuno deve pure avere incominciato a rubare, altrimenti non si spiega. Anche mio papà lavora, e mio nonno lavorava, ma quando bisogna farmi dei calzoni nuovi la mamma prende quelli vecchi di papà perché non ha i soldi per comperarmeli.

- Forse, - suggerì Alberto, - non lavorano abbastanza. Mio papà si alza alle sette.

- E il mio alle cinque, e anche la mamma. E la tua?

- Mah, non so, non la vedo la mattina; verso le dieci, credo, perché è sempre stanca. La sera deve ricevere tante persone e si mette le scarpe coi tacchi alti. Stanca camminare con i tacchi alti.

- Sarà, ma non è un lavoro. Fa giusto ridere.

- La mia mamma è bella, - disse piano Alberto terzo e stava per rimettersi a piangere, - non devi dire che fa giusto ridere.

- Con te non si può parlare, non capisci nulla! - sbuffò Augusto zero. - Rimetti il tuo sedere sulla bicicletta e lasciami in pace.

Alberto tirò su col naso e risalì in sella. “Ciao”, disse, ed ecco, chi sa perché Augusto gli rispose: “Ciao”, e non aggiunse “saponetta”.

Alberto ricominciò a pedalare, ma, naturalmente, siccome aveva incontrato Augusto, non era più contento. Pensava: “Guarda un po’. Dice che mio papà ruba, che tutti i ricchi rubano. E invece io so che in casa ruba soltanto Elisa, la cameriera, quando prende i profumi della mamma”. Poi cercò di fischiare ma sembrava che avesse disimparato perché non gli usciva di bocca che uno sconnesso zufolare. “Magari non sapevo fischiare nemmeno prima ma mi immaginavo di poterlo fare. Adesso che ho incontrato Augusto mi sono accorto di non esserne capace. Non dovrei mai vederlo, ecco”. Ma, manco a farlo apposta, proprio in quel momento era di nuovo arrivato davanti ai garages e Augusto zero era ancora lì seduto, e suonava.

Alberto scese dalla bicicletta e si riavvicinò al cancello:

- Senti, - disse risoluto, - se tu dici che io sono ricco perché mio padre ruba, come mai non l’hanno messo in prigione, allora?

- Piccolo, - disse Augusto e si spinse gli occhiali sul naso, - non tutti i ladri sono in prigione, non c’è abbastanza poliziotti per questo. Guarda, non so nemmeno io che cosa pensare. Dopotutto forse non è un ladro. Ma dove li avrà presi allora, i soldi, tuo nonno, eh? Per incominciare?

- Faceva il commesso in una drogheria, - mormorò Alberto.

- E adesso ci hai quella villa col parco e la piscina e chi sa quante automobili. Peuh, la cosa non si spiega.

Alberto si sedette dall’altra parte del cancello.

- Senti, - disse, - potrei chiederglielo io a mio padre dove li ha presi.

- E non te le passano poi? - chiese Augusto.

- Che cosa vuol dire? - disse Alberto.

Augusto spalancò la bocca e, per una volta, non rispose nulla. Guardava Alberto come se fosse disceso dalla luna. Alla fine mormorò:

- Be’, è inutile, hai proprio tutto da imparare: passarle vuol dire picchiare.

- E perché mi dovrebbero picchiare? - chiese spaventato Alberto.

- I grandi picchiano quando devono dire la verità e non vogliono, - disse Augusto e aveva più che mai l’aria d’un diavolo.

Alberto inghiottì:

- Vuol dire che proverò lo stesso.

- Ma davvero? - chiese Augusto.

- Se provo e poi ti dico che cosa mi hanno risposto, non mi chiami più saponetta?

- No, parola d’onore.

- Allora a domani, qui, nello stesso posto e alla stessa ora! - disse Alberto.

- A domani, - disse Augusto.

Alberto risalì in bicicletta e pedalò verso casa. Fischiava forte e quando la signorina gli chiese come andava la bicicletta nuova, rispose:

- Non c’è malaccio, - come se la cosa non gli importasse gran che.

La sera c’erano, come al solito, molti invitati a cena. Gli invitati erano sempre zii e zie, perché la mamma diceva: - Dài un bacio a questa zia! - anche se poi non la si vedeva mai più. Alberto cenò come ogni sera in camera sua con la sua signorina dopo aver fatto il bagno. Poi, biondo e liscio in pigiamino bianco, la signorina lo accompagnò a salutare gli ospiti e i genitori.


Tutti stavano sulla terrazza grande e bevevano pochissimo liquido giallo in grandissimi bicchieri. La cosa sembrava divertirli molto perché scuotevano questi bicchieri prima di bere e poi ridevano forte. Quando entrò Alberto la mamma gli andò incontro e lo prese per mano.

- Ecco il nostro ometto, - disse il papà e gli carezzò la testa. Chi sa perché sembrò ad Alberto che stava per fargli un torto grandissimo, ma poi si ricordò dell’appuntamento che aveva l’indomani con Augusto e della sua promessa, e inghiottì le lacrime. Così fece il giro di tutti gli zii e di tutte le zie e poi, baciati mamma e papà, al momento di uscire, si voltò e chiese in fretta, ad alta voce:

- Senti papà, dove li ha presi i soldi il nonno per diventare così ricco?

Tutti tacquero di colpo e lo guardarono. Poi si misero a ridere e il papà disse:

- Ma lo sai, tesoro, che il nonno e il papà hanno sempre lavorato molto: per questo stiamo bene. Quanto a essere ricchi poi... - E alzò le spalle con un risolino come a dire “Cercate di capirmi”.

- Non è vero, - disse Alberto, - tutti lavorano e non tutti hanno la villa e la piscina e la bicicletta nuova. Dove li hai presi i soldi?

Il papà disse a bassa voce alla mamma:

- Lo vedi che cosa succede a mandarlo alla scuola pubblica? Io ero contrario...

Gli ospiti stavano zitti, adesso, alcuni tossicchiavano e scuotevano il bicchiere, altri guardavano le tende delle finestre come se le vedessero per la prima volta. Poi la mamma disse:

- Sono cose da grandi, queste, gioia mia, te le spiegheremo quando sarai in grado di capirle.

- Perché non adesso? - chiese Alberto e sentiva la sua voce diventare sempre più acuta. Gli era passata ogni voglia di piangere e gli sembrò di potere, come Augusto, capire quello che i grandi pensavano per davvero. Disse:

- Allora li hai rubati, tu, eh, “sapone da bucato”?

Il papà diventò rosso scarlatto e alzò la mano.

- Ecco, adesso mi picchi anche, perché non vuoi dire la verità! - continuò Alberto e pensava che Augusto aveva ragione, che qualcosa di losco ci doveva essere.

- Questo bambino ha la febbre, - gridò la mamma, - vedi com’è rosso! - Poi rivolta alla signorina, disse in fretta: - Lo porti a letto subito, io telefono al dottore.

La signorina lo prese in braccio, ma Alberto, mentre lo portavano, si divincolava e gridava:

- Non sono malato, sono soltanto ricco, ricco, ricco...

Quella notte non s’addormentò subito nel suo lettino, ma rimase sveglio e guardava fuori le stelle dietro le tende. Era venuto il dottore, aveva detto che probabilmente era stanco per aver studiato troppo, che bisognava portarlo via subito in campagna. E Alberto non aveva detto più niente, s’era lasciato mettere a letto e aveva persino bevuto la camomilla senza accorgersene, tanto era preoccupato a pensare ad altro. Così guardava le stelle e gli parevano tante monete d’argento intorno alla luna che era la moneta più grossa.

“Forse, - pensò, - di notte, quando dormo, gli angeli giocano a rotolarle per il cielo e la luna fa da boccino. Ci saranno angeli ricchi e angeli poveri, e monete d’argento, in cielo?”

L’indomani, all’ora stabilita con Augusto, se ne andò lentamente in giardino. La signorina stava facendo le valigie e nessuno gli badava. Di quel che era successo la sera prima sembrava che fosse lui solo a ricordarsi. La mamma gli aveva misurato la temperatura, al mattino, e quando aveva visto che non aveva assolutamente la febbre, invece di essere contenta come al solito quando ciò capitava, aveva fatto una faccia quasi triste, e l’aveva ben guardato come quando diceva: “Questo bambino deve avere il morbillo!”. Ma non aveva detto niente.


Così Alberto se ne andò fino ai garages e, come stabilito, vi trovò Augusto.

- Ebbene? - chiese questi subito.

- Ebbene, niente, - rispose Alberto.

- Non hai avuto il coraggio di chiedere, eh?

- Macché, ho chiesto, ma non mi hanno risposto nulla.

- Lo vedi che c’è sotto qualcosa? - disse Augusto.

- Sì, - disse Alberto lentamente, - c’è sotto qualcosa, ci ho pensato, sai, e se vuoi te lo dico.

- Su, avanti!

- Bene, io credo che sia una malattia.

- Che cosa?

- Una malattia. Uno si sveglia una mattina, ed ecco che è ricco, e non riesce più a staccarselo d’addosso. Ha un bel fare, è ricco, e così lo è tutta la sua famiglia, lui gliel’attacca. Lo vedi che nessuno vuol dire che è ricco; mio papà dice che “stiamo bene”, se ne vergogna, come dello zio, che ha una malattia ai polmoni e sta in sanatorio.

- Questa poi, - disse Augusto, - questa poi...! - E sembrava che facesse fatica a riprendere fiato. Poi si mise a ridere, ma a ridere così forte che gli occhiali gli cascarono dal naso. - Una mattina. Oh poverino! - E giù a ridere. - Quant’è comodo! Un bel mattino ti svegli ed eccoti ricco. A me non capita di sicuro.

- Non è bello, sai, - disse Alberto terzo, - che tu rida così. Dovresti un po’ provare a essere ricco.

- Ad avere una bella bicicletta nuova, eh, poverino?

- Ma no, a essere diverso dagli altri, a non avere amici...

Augusto cessò di ridere, poi disse, guardando Alberto come se davvero fosse malato:

- Be’, certo che non dev’essere sempre divertente. Ma io saprei come fare, oh come saprei. E non piangerei sempre, come fai tu!

- Non ci posso far niente, - disse Alberto, - se sono buono.

- È comodo essere buoni quando si ha tutto quel che si vuole.

- Non voglio nulla, - si mise a singhiozzare Alberto, - e quel che voglio, non ce l’ho.

Augusto allora sbuffò:

- Bene, lasciamo andare, vuol dire che tu sei un poveretto e io un ragazzo felice, anche con le toppe nei calzoni e la pancia vuota. Salutiamoci e buone vacanze. Speriamo che l’anno prossimo tu sia un po’ meno scemo, mio caro! - E, voltandosi sui tacchi, se ne andò fischiettando, ah, fischiettando così bene!

- Augusto, Augusto zero, - gridò Alberto, - senti, vorrei chiederti una cosa. Senti, l’anno prossimo saremo amici?

- Amici? ah, ah, ah, - rise Augusto, mentre se ne andava, e quando aveva voltato l’angolo lo si sentiva ancora ridere in lontananza, ah, ah, ah.

Alberto terzo si voltò e s’incamminò verso casa. Era così triste che non aveva nemmeno più voglia di piangere. “Eccomi tutto solo, - pensò. - Che cosa serve non andare a scuola in automobile per essere uguale agli altri. Tanto non lo sono. E forse non sono nemmeno un angelo”.

Si guardò le scarpe bianche ed ecco, proprio sulla punta, avevano un grosso gnocco di fango.

TAG:   

diffondi 

commenti a questo articolo 0
commento di cilloider inviato il 7 maggio 2011
commento di cilloider inviato il 7 maggio 2011
commento di cilloider inviato il 11 marzo 2011
Prova 2 prova prova
commento di cilloider inviato il 11 marzo 2011
prova
informazioni sull'autore
ISCRITTO A PDNETWORK DAL
23 febbraio 2009
attivita' nel PDnetwork