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contributo inviato da dianacomari il 18 giugno 2010

Da un po’ di tempo a questa parte, non posso fare a meno di pormi due domande relativamente all’elettorato del Partito Democratico:
1) Siamo sicuri che le persone che oggi votano Idv e il movimento di Beppe Grillo siano nostri potenziali elettori sfuggiti di mano?
2) Il Pd ha un elettorato più o meno stabile di base (forse anche in fase di esaurimento) costituito da ex-Pci, per lo più molto anziani e sempre più stanchi di concedere il loro voto. Non è che per tenerci questa base costante, abbiamo lasciato andare tutti i potenziali nuovi elettori che avevamo attratto alla nascita del Partito Democratico?

Entrambe queste domande mi attanagliano da un po’ di tempo e mi sono tornate alla mente ieri sera, nel corso di una riunione del coordinamento di zona inerente l’analisi dei dati elettorali.


Per quanto riguarda il primo punto, ci sono un po’ di cose che meritano di essere approfondite: in tutte le analisi elettorali si è sempre detto che «il Pd perde voti a sinistra» e questi tendono a confluire in Ivd e Movimento di Beppe Grillo.
Il dubbio che personalmente mi pongo è il seguente: siamo sicuri che questi due partiti si possano definire “di sinistra”?

La sinistra (almeno quella intesa come “rossa”, “comunista” o “post-comunista”) è morta in seguito alla caduta del governo Prodi: non si possono dimenticare gli insulti lanciati dai loro elettori contro i due esponenti dell’ala più radicale di quei partiti che mandarono sotto quel governo (già molto traballante di suo) e non si può dimenticare come quei partiti vennero sonoramente bocciati alle urne dagli elettori immediatamente dopo (in parte anche per una questione di “voto utile” contro Berlusconi, ma in parte anche perché gli elettori non li hanno più percepiti come loro rappresentanti).
Idv e Movimento Cinque Stelle, inizialmente, hanno intercettato una parte di quell’elettorato sfuggito ai partiti “rossi” e che non riusciva a riconoscersi nel Pd, ma questi sono per lo più partiti d’opinione, il cui tratto dominante è l’antiberlusconismo che si unisce alle richieste di giustizialismo in nome dei valori della legalità e della Costituzione.

Di Pietro, poco prima delle ultime elezioni, ha precisato che l’Idv si colloca nel centrosinistra, ma tra i suoi elettori moltissimi si dichiarano di destra.
Idv e Movimento Cinque Stelle sono sicuramente «partiti di opposizione», come spiega bene Carlo Galli in un’intervista sull’Espresso («In Italia ci sono tre destre e nessuna sinistra», colloquio con Carlo Galli di Marco Damilano, L’Espresso, 17 giugno 2010), ma sono ben lontani da quella sinistra comunista che è stata fatta fuori dal Parlamento.
Idv e Movimento Cinque Stelle, in questo senso, sono anche partiti nuovi per le modalità di azione che adottano: hanno scarsissimo radicamento territoriale, comunicano perfettamente attraverso il web (per questo riescono ad attrarre un elettorato giovane), usano linguaggi semplici e molto “urlati” che si sposano perfettamente con il sistema mediatico, mettono in campo pochissimi contenuti ma sanno perfettamente opporsi in modo netto e chiaro; per questo, pur non facendosi riconoscere come possibile forza di governo, vengono almeno percepiti dai loro elettori come una valida opposizione alla maggioranza in carico.

Unico erede di quell’antica sinistra “rossa” spazzata via dalle istituzioni, oggi, è Nichi Vendola ma si tratta fondamentalmente di un leader senza partito perché, guardando le percentuali di voto, si capisce perfettamente che Sinistra Ecologia e Libertà non esiste (e senza di lui scomparirebbe del tutto, esattamente come sono scomparsi Rifondazione Comunista e i Verdi).

Idv e Movimento Cinque Stelle, invece, sono partiti che traggono la loro forza dalle argomentazioni dell’antipolitica, secondo le quali tutto il sistema è corrotto, tutti sono uguali a tutti e quindi indegni.
Argomentazioni che oggi vanno molto di moda sui giornali, con tutte quelle discussioni sui costi della politica, sui fannulloni statali iniziate con Lega di “Roma ladrona” e il ministro Brunetta (come spiega bene, in
un articolo su Europa, Pierluigi Castagnetti) ma poi finite a mischiarsi con i discorsi sulla “casta” raccontata dai giornalisti Rizzo e Stella del Corriere della Sera, le battaglie del Popolo Viola supportate da Il Fatto Quotidiano o Anno Zero, ma anche da La Repubblica.
Si tratta di argomentazioni validissime, portate avanti da chi, sicuramente, auspica l’avvento di un sistema migliore, non corrotto e più libero, ma spesso gestite con toni molto forti e che tendono a mischiare nello stesso calderone un po’ di tutto, perché in una visione così manichea della realtà non sono ammesse ombre, neanche piccole o velate (ed in politica è un po’ difficile che non ce ne siano, peggio ancora quando il potere politico si mischia con gli interessi privati di imprenditori o lobby di categorie).

Il Partito Democratico, sia per come è nato (decisamente poco di sinistra e decisamente poco di opposizione, tanto che il suo primo segretario nemmeno chiamava per nome Berlusconi, quasi a fingere che non ci fosse) che per come sembra volersi porre ora con Bersani (che ripete sempre di voler preparare «l’alternativa di governo»), non può utilizzare le stesse argomentazioni dell’antipolitica (in quanto vuole fare politica) e il suo elettorato difficilmente potrà coincidere con quello.
Tant’è che le peggiori critiche sono giunte al Pd proprio da quel bacino elettorale, ritenuto potenzialmente suo e che, invece, sembra considerare quel partito un nemico quasi peggiore di Berlusconi.
Lo si è visto benissimo cos’è accaduto quando
il Pd ha annunciato, per bocca di Anna Finocchiaro, l’uscita dall’aula del Senato in segno di protesta al momento del voto contro il ddl sulle intercettazioni.
Anna Finocchiaro aveva fatto un discorso durissimo contro quel disegno di legge e la sua mossa voleva essere di forte rottura e, invece, sia da parte del Popolo Viola che da parte degli stessi elettori del Pd sono piovute critiche perché hanno percepito quella mossa al pari di un’astensione (come in parte segnala
un articolo di Europa, ma basta girare un po’ sulle pagine dei siti web per trovare commenti al veleno in ogni luogo).
Tutti coloro che hanno mosso le critiche pretendevano che il no del Partito Democratico al ddl intercettazioni si fosse palesato con un voto contrario, senza capire che quell’uscita dall’aula in segno di protesta valeva di più di un voto contrario (che comunque non sarebbe servito a fermare il disegno di legge).

La verità è che ultimamente sembra che il Partito Democratico (che sicuramente ha enormi problemi e tentenna su molte questioni), qualsiasi cosa dica o faccia, comunque non vada mai bene e se questa è la sensazione dei suoi elettori, figuriamoci cosa possono pensare quelli che suoi elettori non sono!
E allora siamo proprio sicuri di poter riuscire ad intercettare quella parte di elettorato viola, dipietrista, grillino così manichea e che tanto ci detesta e ci considera «né carne né pesce» (Antonio Di Pietro) o «una balena spiaggiata» (Carlo De Benedetti) o comunque un’ameba?
Siamo proprio sicuri che quell’elettorato lì, che è sicuramente fuoriuscito anche dalle nostre fila, voglia proprio tornare da noi?

È curioso notare come Dario Franceschini, sebbene sia un ex democristiano, fosse riuscito ad attrarre qualche simpatia in quel popolo (soprattutto tra i più giovani, forse perché meno legati a vecchi schemi ideologici e con meno pregiudizi riguardanti il passato politico delle persone), probabilmente in virtù del linguaggio più agguerrito utilizzato nella sua gestione della segreteria del Pd e per la più marcata opposizione alla destra.
Oggi, nonostante, Di Pietro lanci proclami di stima a Bersani (e contemporaneamente insulti il Pd per le non posizioni assunte), tra l’elettorato Pd e quello antipolitico rappresentato da Idv e Grillo non sembra correre buon sangue.
Lo strappo si è consumato con il no di Bersani al no b day del Popolo Viola, con il quale si è un po’ cercato di ricucire il rapporto con la manifestazione unitaria il 14 marzo (anche perché l’obiettivo di «mandare a casa Berlusconi» è comunque comune) e con cui ora sembra ci sia un tentativo di riavvicinamento (almeno da parte dei vertici di entrambi) in vista della prossima manifestazione.


Nel merito della seconda questione, quella riguardante la base, il discorso è questo: il Partito Democratico vive un dissidio profondo tra vecchi e nuovi elettori.

Il Pd nato come nuovo con Veltroni aveva saputo attrarre una parte consistente di elettorato nuovo per il centrosinistra, più giovane, meno legato a vecchi schemi ideologici, più di opinione, più attento al portafoglio e, probabilmente, più appassionato alle letture dei grandi quotidiani e fruitore dei mezzi di comunicazione di massa.

Veltroni, nel tentativo di far emergere il nuovo e di rompere con il passato, probabilmente, non si è reso conto che ha spaesato non poco la base del partito (sia per quanto riguarda i militanti che dovevano supportarlo, che per quanto riguarda l’elettorato, in prevalenza di provenienza Pci) e questo, più del resto, ha causato la sua fine perché ha creato le condizioni favorevoli perché le correnti a lui avverse all’interno del partito potessero avere mani libere per fare proseliti e liberarsi di lui alla prima occasione utile (la sconfitta alle regionali della Sardegna).

Tutto quel nuovo che Veltroni proponeva - e che gli elettori che era riuscito ad attrarre avevano guardato con speranza - era visto invece con sospetto (se non addirittura con disgusto) dalla base.
Oggi gli ex popolari accusano il Partito Democratico di essere appannaggio dei Ds, ma questo - al di là dei discorsi di poltrone e potere - avviene in primo luogo per il semplice fatto che le sedi in cui opera il Pd, i circoli e i militanti che lo tengono vivo sono per lo più di provenienza Ds, mentre quelli di area Margherita sono numericamente di meno. E la base Ds è costituita in prevalenza da ex Pci.

Proprio quegli ex Pci che non hanno mai compreso un Veltroni che dichiarava di non esser mai stato comunista, non solo perché non era vero ma anche perché quel suo gesto (fatto esclusivamente per rendere più credibile il suo appeal sul nuovo) era percepito come uno sgarbo verso una storia importante, vissuta come orgoglio e non come cosa di cui vergognarsi da loro.
Per questo, eliminato Veltroni, gli ex Pci hanno guardato poco a Franceschini e si sono buttati in fretta su Bersani: perché prometteva un ritorno alla sinistra (parola magica tanto evocata nel percorso congressuale, ma che ormai sembra essere rimasta solo parola morta e completamente sparita dal programma reale del Pd).
Lo si capiva subito guardando le file di anziani accorsi a votare alle Primarie nella giornata del 25 ottobre qual era la tendenza.
E il Pd di Bersani è esattamente ritornato indietro come schemi, come modalità d’azione, come linguaggio comunicativo.
Sicuramente il Pd non è tornato ad essere di sinistra - perché altrimenti l’astensionismo che ha colpito tanto questa parte politica alle ultime elezioni non sarebbe stato così alto - ma è un partito vecchio (se ne sono accorti gli altri prima degli interni), che ripropone sempre gli stessi candidati, gli stessi contenuti obsoleti e le stesse modalità ormai in disuso di proporli.
La vecchia base, però, si riconosce meglio in questo, perché è qualcosa che conosce e che pensa di poter gestire (dai risultati ottenuti qualche dubbio in merito sorge ma, personalmente, lascerei le responsabilità ai vertici per molti gravi errori che poi sono ricaduti a pioggia su tutto).

La vecchia base, ex Pci, ormai in esaurimento anche perché costituita in prevalenza da persone molto anziane, è venuta a votare alle elezioni regionali (pur lamentandosi perché non vedono nel Pd ciò che si erano aspettati di trovare), ma è stato completamente smarrito tutto il nuovo elettorato che aveva portato Veltroni.
Funziona bene l’area cattolica perché ha, evidentemente, una rete molto forte (anche se poco visibile all’esterno) e si è mobilitata a sostegno dei suoi candidati, ma di tutto il resto non c’è traccia.

E allora, la domanda che rivolgo ai vertici del Partito Democratico è: siete sicuri che questo ritorno indietro sia la strada giusta? Siete sicuri che il futuro non stia guardando altrove?
E soprattutto, siete sicuri che con una base così composta e con questa mentalità si potrà conquistare il futuro?

Personalmente ho molti dubbi.

Per chi ha comprato L’Espresso la scorsa settimana (numero interessantissimo, ci sono moltissimi articoli di grande importanza che trattano i tagli previsti dalla manovra di Tremonti) consiglio gli articoli (drammatici ma verissimi) di Marco Damilano a pag. 54.

Intanto preannuncio che guardo con interesse ciò che sta avvenendo a Milano… a ne parlerò la prossima volta: qualcosa di nuovo si agita…

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commenti a questo articolo 0
commento di dianacomari inviato il 18 giugno 2010
Rosso anche a me non è piaciuto il pd veltroniano, però ho scoperto che aveva attratto moltissi elettori nuovi e che ora ci hanno voltato le spalle... Veltroni ha fatto molti errori, mancava di concretezza, era troppo fotocopia di altri, però poteva essere una partenza su cui costruire il resto (a me ad esempio è piaciuta la linea che il pd ha assunto con franceschini: più chiara, meno traballante). Forse è vero che quei due ex partiti si sono uniti troppo presto (ma c'era una governo nostro caduto miseramente, bisognava inventarsi qualcosa di diverso), però ora non tornerei indietro e mi dispiace quando vedo persone di altre aree che ho ascoltato in questi anni che annunciano che vogliono andar via: io vorrei che cercassimo una sintesi (non con interviste sui giornali possibilmente). Ho molte perplessità sul futuro se lo stato attuale è questo...
commento di F.Rosso inviato il 18 giugno 2010
Già. Ma on è che, semplicemente, in Italia, per mille ragioni storico-culturali, non può funzionare un partito che vuol mettere insieme l'elettorato moderato-centrista con quello tipico della sinistra, quindi più legato alle lotte per i diritti, al lavoro e meno favorevole ad abboccare al pensiero liberista spacciato per modernità?
Forse lo sbaglio è stato nel voler unire forze che dovevano semplicemente continuare il percorso da alleati, portando ognuno le proprie diverse sensibilità verso cetri temi.
Perché se si può (e si deve) trovare una sintesi per un programma comune tra forze affini alleate, è impossibile trovarla all'interno di uno stesso partito, tra le sue diverse anime che in realtà sono veri partiti con idee diverse.
Del resto, qual'era il programma concreto, soprattutto sociale ed economico, del PD di Veltroni? Magari sono limitato io, ma non l'ho capito.
Non che adesso ce l'abbia, un programma comune chiaro, ma con Walter si era raggiuntol'apice del non sense: tutto e il suo contrario, il "ma anche" eletto a sistema!
Non funziona così in Italia, e lo stiamo vedendo con la disaffezione del nostro elettorato che vuole idee chiare e proposte concrete di cambiamento della società verso un certo indirizzo.

commento di grandmere inviato il 18 giugno 2010
Congratulazioni, Diana! Un bellissimo articolo e un' analisi della situazione molto puntuale.
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