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contributo inviato da acalisi il 13 giugno 2010

Leggendo l’ultimo documento del PD - Per la crescita per l’equità per il lavoro - ho potuto constatare che esso contiene dei segnali positivi nella direzione di proposte concrete. Ma, secondo me, c’è ancora molto da fare per essere veramente credibili.

 Comincio con un’osservazione generale che riguarda il linguaggio. Un documento che intende rivolgersi soprattutto ai cittadini comuni, dovrebbe essere di facile comprensione. Invece, chi lo ha stilato, non ha resistito alla tentazione di usare termini tutt’altro che alla portata di tutti. Ne riporto alcuni: inversione delle variabili “vincolo” con le variabili “obiettivo” (pag. 2), minimalismo corporativo e salvaguardia di rendite di posizione (pag. 2), border tax adjustment (pag. 3), preallocazioni improprie (pag. 4), click day (pag. 5). E’ questo il linguaggio con cui il PD intende mostrarsi vicino ai cittadini?
 
Ma andiamo avanti.
Anche a un’analisi molto superficiale appare subito evidente che i costi complessivi delle proposte avanzate sono assai maggiori delle entrate che questa prevede. Quindi la proposta, nel suo insieme risulta poco credibile, soprattutto in un contesto in cui si richiede un rigido controllo dei conti pubblici.
Giusto portare la tassazione delle rendite finanziarie al 20%. Ma assolutamente irrealistica (anche se socialmente auspicabile) è l’idea di poter ridurre l’aliquota più bassa per ogni tipo di reddito al 20%. C’è qualcuno che si è fatto i conti di quanti miliardi costerebbe questa operazione?
Manca invece il coraggio di andare ad incidere sistematicamente sui redditi più alti (io credo per timore di una reazione scomposta da parte del centro-destra), con una lieve maggiorazione della tassazione dei redditi che superano i 120-150 mila euro annui, tassando di più le barche al di sopra di una certa dimensione e le auto di grossa cilindrata, e altre iniziative analoghe tendenti a ridurre il divario tra redditi alti e redditi più bassi. Ritengo in ogni caso socialmente ingiusto che un dirigente continui a guadagnare fino a 400 volte la paga di un operaio!
 
Alla voce “abbattimento dei costi della politica attraverso la riduzione del numero dei parlamentari” (pag. 6), aggiungerei non solo una riduzione consistente degli emolumenti degli stessi parlamentari, l’adeguamento delle loro pensioni alle condizioni dei lavoratori comuni, ma anche l’estensione di misure analoghe ai consiglieri delle Regioni, delle Province e dei Comuni; con l’aggiunta di un controllo ferreo sulle spese per consulenze, contratti alle varie società di servizi, ecc.
 
Trovo invece una vera assurdità la proposta di “neutralizzazione dei patrimoni condonati” (pag. 6). Anche se si è trattato di una misura profondamente ingiusta nei confronti di chi paga regolarmente le tasse, ormai è fatta. Quale credibilità agli occhi dei cittadini avrebbe uno Stato (indipendentemente da chi lo rappresenta) che prima fa delle concessioni e poi se le rimangia?
 
Infine, due parole su giustizia e innovazione:
 
1) Giustizia. Non c’è una sola parola sulla riforma della giustizia.- Come se - dopo tanto parlare - l’argomento avesse perduto ogni interesse per i politici. Serve o non serve un serio intervento volto a rendere più veloci i processi? Oltre ad essere un diritto dei cittadini ottenere giustizia in tempi rapidi, questo sarebbe anche un fattore significativo di crescita. Si fa finta di non sapere che molte aziende straniere non investono in Italia perché eventuali contenziosi hanno tempi intollerabili.
 
2) Nel documento si parla, sì, di ricerca e di istruzione, ma in modo superficiale e generico, tanto da far temere la continuazione della politica dei “pannicelli caldi”. Per la ricerca e la riqualificazione dell’università c’è bisogno di provvedimenti robusti, fortemente orientati a premiare il merito, a richiamare i cervelli fuggiti all’estero, in una parola, capaci di dare un segnale inequivocabile di un cambiamento qualitativo.
La ricerca e l’innovazione vanno incentivati con decisione, perché possono costituire la base per il rilancio delle aziende italiane costrette a far fronte alla concorrenza dei Paesi emergenti. All’interno di questa logica, credo che proposte tendenti a rilanciare le energie rinnovabili (pericolosamente dimenticate dall’attuale maggioranza), rappresenterebbero un aspetto importante, non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma anche per ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero.

 

Astro Calisi

TAG:  PROPOSTE  CRESCITA  FISCO  LAVORO   

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