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contributo inviato da antefattoblog il 10 giugno 2010

L'ingegnere di Paternò pensa di uscire dal progetto e sullo sfondo si allunga l'ombra di Caltagirone.

di Carla Lorenzini

Salvatore Ligresti da Paternò, classe 1932, è e rimarrà l’ingegnere. Perché il primo amore non si scorda mai, fa superare problemi finanziari e anche una bufera come quella di Tangentopoli che aveva costretto lui, come gran parte degli imprenditori immobiliari, alla ritirata. Sistemati i guai giudiziari e rilanciato il gruppo con la fusione fra la Sai e Fondiaria, all’inizio del duemila Ligresti è quindi riuscito a tornare al mattone in grande stile ripartendo dalla riqualificazione del quartiere Fiera di Milano. E poi conquistando un ruolo da protagonista nell’ultima rivoluzione urbanistica della città con l’ingresso, da azionista, nel mega cantiere di Citylife. Una partita importantissima per il futuro del capoluogo lombardo in vista dell’Expo e del nuovo piano regolatore del Comune che riverserà sul mercato immobiliare milioni di metri cubi. Ma decisiva per il futuro dell’ingegnere che sul progetto ora rischia di giocarsi la reputazione.

L'aria che si respira all'interno del consorzio dei soci ha cominciato a farsi pesante quando è partito il riassetto della compagine azionaria della società che controlla il progetto proprio adesso che il cda (fissato per oggi) deve decidere chi tra i soci si assumerà gli impegni relativi al maxi-prestito delle banche da 1,4 miliardi. Nelle ultime settimane hanno iniziato a volare gli stracci: la Fonsai di Ligresti ha fatto sapere di non essere interessata a rilevare parte della quota del 20,2% messa in vendita dalla Lamaro della famiglia Toti e che dunque verrà spartita da Allianz e Generali. L’ingegnere, a corto di liquidità, starebbe trattando una via d’uscita se le scelte sul progetto non saranno più condivise dagli altri soci che nel frattempo spingono per fare chiarezza nella gestione della società e vogliono Ligresti in minoranza. Qualunque sarà il prezzo dell’addio, la paralisi del progetto rischia di stravolgere gli equilibri di potere all’ombra della Madonnina.

Il cantiere nella zona Fiera, rimasto paralizzato dalla crisi del mercato immobiliare che ha stressato i conti di Toti e dello stesso impero Ligresti pressato dalle banche, va dunque chiuso con successo. Costi quel che costi. Non è un caso se il dossier è finito sulla scrivania dei vertici di Mediobanca e se Cesare Geronzi, da poco presidente delle Generali, ne sta seguendo l’evoluzione in prima persona. Perché Citylife non è soltanto il progetto simbolo della rivoluzione urbanistica di Milano ma anche il simbolo dell’eterno conflitto di interessi che anima il sistema finanziario italiano. Il nuovo polo urbanistico nasce con un peccato originale: l’acquisto delle aree viene fatto a un prezzo vantaggioso dalla Fiera spa che ai tempi era amministrata da Claudio Artusi. Oggi presidente di Citylife. La struttura societaria di Citylife si sviluppa inoltre su due piani: la holding partecipata da Ligresti, Allianz, Generali e Toti ha sotto di sé il general contractor (Tre Torri) incaricato di appaltare i lavori partecipato al 50% dagli stessi Toti (oggi in uscita) e Ligresti con Immobiliare Lombarda.

La possibile acquirente delle quote di Toti è Impregilo nel cui azionariato troviamo ancora una volta l’ingegnere. Ma gli intrecci non finiscono qui. Per cedere le sue partecipazioni in Citylife e Tre Torri, la famiglia Toti ha dato mandato a Banca Akros, controllata da Bpm. Ebbene, il presidente della Popolare di Milano è Massimo Ponzellini che dunque assolve a un triplice ruolo: finanzia la cordata (Bpm è nel pool di banche che ha in pegno il capitale di Citylife), fa da advisor a Toti con Akros, ed è anche presidente di Impregilo interessata alla quota di Toti. Non solo. A febbraio Citylife ha siglato un accordo con A2A che fornirà l’acqua calda al nuovo quartiere tramite una rete di teleriscaldamento: alla trattativa ha partecipato Graziano Tarantini, presidente del consiglio di sorveglianza di A2A, ma anche presidente di Banca Akros che fa da advisor alla famiglia Toti.

Dal ginepraio di ruoli e competenze, spunta infine la nomina di Marco Cardia, figlio di Lamberto presidente della Consob e da anni in stretti rapporti con le società di Ligresti, a capo dell'organismo di vigilanza interno del general contractor. Mentre gli interessi si intrecciano e l’ingegnere si gioca tutto su Citylife, c’è un collega romano pronto già a prendere il suo posto. Un certo Francesco Gaetano Caltagirone che pare interessato a partecipare al progetto, magari acquistando in un secondo momento proprio un pacchetto simile a quello attualmente in mano a Ligresti. Lo stesso Caltagirone che di lavoro non fa solo l’ingegnere ma anche l’azionista delle Generali. E che nel salotto del Leone di Trieste, come vicepresidente della compagnia, siede a fianco del trono di Geronzi. Ma questa è un’altra storia.

 

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