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contributo inviato da verduccifrancesco il 27 maggio 2010

La crisi italiana che ha portato il governo a una manovra da 25 miliardi e sacrifici per “tutti?” è l’ennesima riprova che la politica sociale attuata in Italia dal 1990 in poi risulta dannosa sia alla popolazione sia all’industria.

Cosa centra la crisi con la politica sociale? Si domanderanno in molti. All’apparenza niente, ma se entriamo in profondità nel tessuto socioeconomico, risulta evidente che il disastro a cui stiamo andando incontro deriva dalla discontinuità della politica della seconda repubblica rispetto alla prima. Fino agli anni ottanta, la politica socioeconomica era improntata su una distribuzione del reddito, o comunque  veniva distribuito  in base a criteri che cercavano di salvaguardare la capacità economica di quasi tutti gli italiani. Questo anche grazie alle lotte operaie per stipendi più equi e il lavoro sicuro che permettessero loro di poter acquistare quei prodotti necessari, non solo a loro, ma anche al sistema produttivo. Questo, assieme al lavoro indeterminato – che permetteva di avere un reddito sicuro -, al turnover – che permetteva un ricambio costante del personale e pertanto agevolava anche la riduzione dello stesso qualora l’azienda ne avesse bisogno – e al pensionamento di anzianità - che permetteva: all’azienda di diminuire il personale senza licenziare e al lavoratore di uscire (ma non era obbligatorio) prima che diventasse poco produttivo e che l’azienda stessa cercasse di dimettere anzitempo con procedure costose per lo stato (prepensionamento). Inoltre, la rivalutazione periodica dello stipendio (scala mobile o contingenza), dava accesso al lavoratore a prestiti bancari senza il rischio di insolvenza.

Col venir meno di queste regole, è venuta meno anche la certezza e, di conseguenza, anche la quasi impossibilità di acquistare e investire per gran parte della popolazione; questo a portato a un regresso dell’occupazione fissa e a creare (grazie alla legge Biasi) una schiera di lavoratori a tempo determinato che sono da considerare, a tutti gli effetti, lavoratori precari peggiorando  ulteriormente la situazione. Considerando che le tasse si basano anche sulla persona fisica (dipendenti), meno lavoratori = meno tasse = meno entrate. Il risultato è il divario tra Pil e spese.

Da quanto detto sopra, risulta chiaro il nesso tra l’economia basata sul consumo e la possibilità della popolazione di acquistare i prodotti dell’industria; il lavoro del terziario tiene finché l’industria produce ricchezza, ovvero, finché l’industria mantiene l’occupazione e distribuisce ricchezza (non intesa come quantità ,ma come potere di acquisto dei salari), ma se l’industria non produce ricchezza, viene meno il presupposto del consumismo e, di conseguenza, anche i settori del terziario cedono.

 Certo, è vero che ci sono altri fattori di  crisi quali: speculazione finanziaria, evasione fiscale, lavoro nero, speculazione edilizia, sprechi ecc., ma va considerato che questi fattori “vivono” della ricchezza prodotta e della capacità di acquisto dei cittadini senza la quale, forse non esisterebbero neanche.

Per concludere, se non si ripristina l’occupazione piena e la produzione, a poco serviranno i “risparmi”, a prevalere sarà una diffusa povertà del cittadino (povertà che va al di la della quantità di stipendio perché esso è legato ai prezzi, di fatto si innescherà una svalutazione della moneta).

Ma come arrivare alla piena occupazione se l’industria non riprende la produzione? Ripresa che è legata, purtroppo, alla finanza mondiale e non più alla capacità produttiva e alla qualità del prodotto?

Alla prossima puntata.

 

TAG:  CRISI  LAVORO  PRODUZIONE 

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