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contributo inviato da dianacomari il 22 maggio 2010

Il Partito Democratico si è astenuto nella votazione sul federalismo.

Dario Franceschini ne ha spiagato le ragioni con una lettera al Corriere della Sera il giorno 20 maggio:

I nostri ritocchi per avere una legge equa. È stato varato il primo decreto di attuazione del federalismo . L'astensione del Partito democratico, su un provvedimento così rilevante, è stata una meditata scelta politica, non un modo di non scegliere tra due linee opposte, come troppi, un po' strumentalmente e un po' pigramente, si sono affannati a dire. Sin dall'inizio del percorso legislativo la nostra scelta è stata questa: su norme che riguardano ilfuturo assetto della Repubblica e che avranno effetti sulle prossime generazioni, un grande partito riformista, oggi all'opposizione, non pu sottrarsi al dovere di migliorare i testi. Del resto, a chi ci ha criticato, vorreifare una domanda: avremmo dovuto opporci e lasciare che la maggioranza approvasse da sola il testo iniziale, con le sue opacità e distorsioni? La durezza dello scontro politico e l'alternatività di posizioni, non devono impedire, l'abbiamo detto mille volte, che gli avversari trovino trasparenti punti di incontro sulle regole. Così è avvenuto questa volta: il Parlamento ha riscritto quasi interamente il testo iniziale proposto dal governo, lavorando nella commissione bicamerale sulfederalismo appena istituita, purtroppo l'unica sede in cui sopravvive unflebile rapporto fra maggioranza e opposizioni sulle riforme. La proposta iniziale era molto carente: nell'area immobiliare si metteva al centro la vendita, piuttosto che l'uso ottimale del patrimonio. Su nostra iniziativa, la bicamerale ha convinto il governo a numerose modifiche. Sugli immobili il trasferimento non avverrà una tantum ma attraverso un processo continuo nel tempo, basato su decreti biennali ed è specificato, a garanzia della finanza pubblica, che se un ente territoriale vuole vendere un bene, deve prima appr vare la variante urbanistica per la sua valorizzazione. I proventi delle alienazioni vanno utilizzati per l'abbattimento del débito pubblico, quello locale (75%) e quello nazionale (25%) e, anche se stiamo parlando di un perimetro di beni ridotto (circa il 3% dell'intero patrimonio attuale), si tratta di un importante segnale di rigore in una fase di instabilità delle finanze pubbliche europee. Si è chiarito che non verranno trasferiti i parchi nazionali e le riserve naturali protette, e neppure i giacimenti di petrolio e di gas. Si sono esclusi dal trasferimento i bacini idrici di carattere sovraregionale; resta allo Stato la regolazione dei criteri per le concessioni i canoni dei demani idrico e marittimo, già affidati alle Regioni; sono stati introdotti principi cogenti per garantire l'unitarietà del sistema energetico nazionale ed evitare impatti negativi sui prezzi dell'elettricità; è stato promosso l'inserimento nel decreto di un impegno al governo per organici interventi in materia di dissesto idrogeologico, da programmare insieme alle Regioni. Le principali criticità, che hanno impedito un voto favorevole, riguardano ilfatto che il codice civile non è stato ancora coordinato con le modifiche legislative apportate dalla legge 42, e che, insieme ai beni demaniali, vengono trasferiti a Regioni ed enti territoriali costi di manutenzione non quantificati. A queste spese per non si applicherà il patto di stabilità interno: anche questo non era previsto nel testo originario. Vi è poi un ulteriore punto di debolezza che riguarda l'esclusione dei beni appartenenti al demanio della difesa, protetti da norme precedenti, come quella su Difesa Servizi SpA. Su questo tema il governo ha mostrato una vocazione molto poco federalista. Come si vede, elementi positivi e negativi insieme che hanno portato all'astensione Un modo per confermare la scelta difondo: contribuire costruttivamente alla creazione, con questo e con i prossim decreti, di unfederalismo equo e che funzioni, al posto di una manovra propagandistica e pasticciata.

A dare un quadro complessivo della situazione c'è anche un articolo uscito, lo stesso giorno, su Il Messaggero e Il Mattino a firma di Nino Bertoloni Meli:

Spiega Dario Franceschini, da buon ferrarese molto addentro alle tematiche ”nordiche”: «Sul federalismo avevamo chiesto dieci e abbiamo ottenuto dodici, a questo punto non si poteva votare contro». Il Pd infatti si è astenuto sul primo dei provvedimenti attuativi del federalismo, quello demaniale, come al solito si è diviso tra «dialoganti» e «refrattari», ma al momento i primi prevalgono sui secondi. Spiega ancora il capogruppo alla Camera: «Ci sono temi sui quali con la Lega è impossibile ogni dialogo, penso all’immigrazione o all’unità nazionale, ma sul federalismo non è così, qui il terreno di convergenza è ampio, tra un sindaco nostro del Nord e uno loro non ci sono molte differenze al riguardo, dicono più o meno le stesse cose, la nostra astensione è motivata, concreta, politicamente spendibile». E poco prima, concludendo l’assemblea dei deputati chiamati a raccolta da Enrico Letta per illustrare le parole d’ordine della convention di domani sul programma («Pd open» lo slogan), Franceschini aveva anche dato una chiave politica del disco giallo sul federalismo, «in questo modo teniamo aperto un filo, un canale, con settori importanti della maggioranza in vista di sviluppi più o meno futuri». In sostanza, attraverso il disco giallo tendente al verde su un provvedimento che a Bossi sta a cuore più d’ogni altra cosa (ma non ad altri settori della maggioranza), una buona parte del Pd intende incunearsi attivamente nelle contraddizioni del centrodestra, cerca di svolgere finalmente un ruolo, vuole fare, come si dice, politica, dimostrare che il Pd non è poi quello strumento così inutile come si crede. «Sì, ma non è che con la Lega ci debbiamo fare un governo domani mattina, non corriamo troppo», mette le mani avanti Franceschini, che poi alla domanda obbligata su Di Pietro che senza dire nulla a nessuno, a sorpresa, si è incontrato con Calderoli e ha votato sì al federalismo demaniale, risponde allargando le braccia, alzando gli occhi al cielo e con un inequivocabile «chissenefrega». Sul tema il partito non marcia unito, tanto per cambiare, le divisioni sono trasversali: se Sergio D’Antoni dell’area Franceschini è contrario («oggi c’è una emergenza unità, altro che federalismo»), nella maggioranza bersaniana D’Alema e dalemiani non vedono bene questa mano tesa alla Lega, «non sta a noi cavar loro le castagne dal fuoco», dicono, e Livia Turco conferma, «il federalismo o è solidale o non è». Oltre al federalismo, è anche l’assemblea programmatica di venerdì e sabato a dividere. La minoranza vorrebbe che Bersani si pronunciasse sui provvedimenti da proporre per affrontare la crisi, «non possiamo limitarci ad aspettare quelli del governo», dice Paolo Gentiloni. Altro tema di scontro, la premiership futura. A Migliavacca che esclude una eventuale candidatura di Veltroni perché «lo statuto prevede che il Pd candidi il suo leader», Fioroni replica polemico: «Dovremo darci da fare per fondare un altro partito in modo da candidarlo?». E Castagnetti chiosa: «Mi auguro che quando sarà il momento si facciano ragionamenti politici e non solo statutari».

A chiarire ulteriormente la vicenda, è intervenuta anche Giovanna Melandri su Europa del 22 maggio:

Federalismo, potevamo solo astenerci. Vorrei esordire questa breve riflessione sulla vicenda del federalismo demaniale, ponendo un quesito agli amici dell’Italia dei valori che hanno criticato la nostra posizione. Siamo certi che il testo uscito dai lavori della Bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale, meritasse un voto favorevole? Il testo giunto in commissione era assolutamente indigesto. Un attento osservatore come Salvator Settis ci segnalava il rischio che il decreto, così come formulato, potesse favorire grandi gruppi immobiliari, la cui mission non è certo quella di tutelare l’integrità del paesaggio italiano.
Come non ricordare, poi, le preoccupazioni espresse pubblicamente dal ministro dell’ambiente a poche ore dall’approvazione del provvedimento. Il testo del governo non nascondeva l’intento di dare una rapida boccata d’ossigeno agli enti locali, strangolati dalla draconiana riduzione dei trasferimenti e dalla cancellazione dell’Ici. I comuni non sono stati mai così tartassati. Questo è il vero problema oggi. Da questo punto di vista, sappiamo bene come l’effetto, per usare un vecchio detto, “meglio un uovo oggi, che una gallina domani” abbia, talvolta, portato gli enti locali a scelte di corto respiro, capitalizzando subito e dilazionando nel tempo le conseguenze negative, penso ai titoli tossici che hanno avvelenato i bilanci di tanti enti locali.
Il Pd ha responsabilmente accettato il confronto. Grazie al nostro contribuito, le parti più indigeste del testo sono sparite. Credo sia giusto rivendicare il fatto che le risorse provenienti dalla messa a valore saranno utilizzate per contenere il debito pubblico, con una quota rilevante verso gli enti locali (75%) e una quota per l’amministrazione centrale (25%). Siamo riusciti a perimetrare con maggior precisione i beni da trasferire, evitando il pericolo che i parchi e le aree protette potessero finire dentro la lista dei beni da valorizzare. È stato importante sia l’introduzione di un meccanismo di trasferimento scaglionato del demanio, così come la scelta di poter vendere un bene solo al termine del processo di variazione urbanistica. La nostra astensione non è frutto di ambiguità, tutt’altro. Abbiamo introdotto elementi qualificanti nel testo, pur mantenendo una serie di obiezioni di fondo. Attraverso lo strumento del federalismo demaniale, lo stato trasferirà agli enti locali parte dei suoi beni affinché possano essere “valorizzati”. Si tratta di oltre novemila fabbricati e quasi diecimila terreni. Già qui, si può scorgere una prima questione. Dalle tabelle dell’Agenzia del demanio sui beni disponibili alla “valorizzazione”, emerge una distribuzione regionale non omogenea. Regioni poco popolose hanno un tesoro demaniale più ingente rispetto a regioni con una maggiore quota di popolazione. Come si compenserà questo squilibrio? Senza un adeguato meccanismo perequativo, tra le regioni con maggior dote demaniale rispetto a quelle meno fortunate (casualmente nel meridione), c’è il rischio di creare un ulteriore squilibrio nel nostro sistema regionale, che equilibrato non è mai stato.
Il Pd, caro Di Pietro, è, allo stesso tempo, “carne e pesce”, in grado di portare avanti un’opposizione ferma, se necessario, ma forza responsabile che sa discernere l’interesse del paese da quello particolare. Un’astensione per la riduzione del danno e per continuare a lavorare seriamente sulla strada delle riforme, non smarrendo mai la bussola del bene comune e della solidarietà.

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