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contributo inviato da dianacomari il 15 maggio 2010

Tanti sono stati i contenuti messi in campo a Cortona nei tre giorni di seminario di Area Democratica dai vari esponenti del Pd che si sono succeduti al microfono nell’affollata sala del centro congressi S. Agostino.
Gli argomenti hanno spaziato da interessanti riflessioni sulla linea politica da intraprendere all’idea di partito e di organizzazione.

La premessa è stata un’analisi del risultato elettorale fatta da Roberto D’Alimonte, da cui sono emersi alcuni dati interessanti:
• Tutti i partiti hanno perso voti in questa tornata elettorale e l’astensionismo è un fenomeno fisiologico.
• Nelle regioni meridionali, oltre al voto di lista, sono state espresse molte preferenze (80%), tanto da far sospettare il fenomeno del clientelismo.
• Il ciclo elettorale della Lega è diverso a seconda del tipo di elezioni, quello che è certo è che comunque riesce sempre a portare alle urne i suoi elettori (di qui si spiegherebbe il perché le sue percentuali crescono).
• Il Partito Democratico risulta debole nei comuni fino a 15.000 abitanti e poi comincia a salire: nei grandi centri raccoglie moltissimi voti (esattamente il contrario della Lega), ma in Italia sono molto più numerosi i piccoli comuni.
• L’Udc riesce a guadagnare voti solo quando si colloca in coalizioni di centrodestra, soprattutto al Sud.
Per il futuro, secondo D’Alimonte, il Pd deve occuparsi della “questione settentrionale” per recuperare terreno in modo stabile, in quanto il Nord-Ovest registra un tendenziale vantaggio della destra, ma la partita è ancora da giocare e c’è spazio per un recupero, anche se questa parte d’Italia vale circa il 10% dell’elettorato complessivo. Nel Nord-Est (in cui D’Alimonte colloca anche la Lombardia) ha trionfato più o meno stabilmente la destra e il Pd percepisce quest’area come senza speranza di recupero. L’elettorato del Sud, secondo D’Alimonte, è più mobile e, di conseguenza, diventerebbe più difficoltoso farci affidamento; mentre nelle cosiddette “regioni rosse” è cominciata una lenta erosione di quel vantaggio competitivo di cui godeva il centrosinistra.

Da questa analisi sono così venute a galla tre questioni: il Nord (a cui è annesso il problema dell’espansione della Lega), l’Udc, il Sud.

La risposta unanime che i vari esponenti del Pd hanno dato a questi problemi è stata tradotta nella richiesta di un «cambio di passo» alla maggioranza che guida il partito, sottolineando come il Partito Democratico sia nato come forza innovativa, per rinnovare il Paese e deve diventare un perno del cambiamento e non solo ed esclusivamente di difesa dell’esistente.

Il problema, dunque, è stato affrontato tutto sul terreno della politica.
Dario Franceschini, infatti, nella sua relazione di apertura, ha detto che la Lega avanza dove si sostituiscono le paure alle speranze, anche nei luoghi in cui non ha un’organizzazione territoriale, sottolineando come la destra abbia offerto protezione contro le paure del nostro tempo e dando risposte in modo più veloce rispetto al centrosinistra.
La vera sfida alla destra, secondo Franceschini, si deve lanciare sui valori, costruendo l’alternativa attraverso la preparazione di un programma riformista ma anche facendo l’opposizione e non inseguendo gli avversari sul loro terreno.
«Solo una visione ambiziosa può farci sopravvivere», ha detto Dario Franceschini, perché «siamo in un tempo che richiede visione e coraggio» e, per questo, si dovrebbe andare oltre l’addizione delle sigle precedenti, attraverso un «cambio di passo del modo di essere del Pd», un rinnovamento dei gruppi dirigenti, rimuovendo ciò che non ha funzionato. A tal proposito, riguardo al Sud, Franceschini è arrivato a chiedere il commissariamento del Pd della Calabria.
In polemica con l’aggettivo sexy usato da Enrico Letta, che Franceschini ha definito più adatto alle categorie berlusconiane, ha parlato di un partito che deve essere «attrattivo».
Franceschini ha rilanciato, dunque, le ragioni fondanti del Pd, come il riformismo, il voler cambiare l’Italia e per questo, ha evidenziato come sia sbagliato giocare sempre in difesa dell’esistente e ha posto la missione di tenere il Pd vicino all’idea originaria come propria di Area Democratica.

Proprio a partire da questa idea della politica, Franceschini ha espresso le sue proposte per le riforme istituzionali utili a rendere più efficiente il funzionamento della democrazia:
• Una sola camera che faccia le leggi
• Senato federale
• Taglio dei parlamentari
• Maggiori poteri al Presidente del Consiglio, accompagnati da una legge sul conflitto di interessi
• Bipolarismo
• Collegi uninominali

Una visione innovativa Franceschini l’ha messa in campo anche affrontando il tema dei giovani, proponendo:
• Un anno di Erasmus obbligatorio all’estero, ma anche mobilità territoriale tra Nord e Sud Italia per gli studenti.
• Meritocrazia (per rimettere in moto la mobilità sociale).

Argomenti, questi, legati alla questione del lavoro che, secondo Dario Franceschini, rischia di essere affrontata con un approccio sbagliato da parte del Pd, che sembra fare discussioni datate su un mondo e su categorie che non ci sono più.
I giovani oggi, secondo Franceschini, preferiscono una vita dinamica e non solo garanzie, per questo, ha chiesto che ci sia una base comune di tutele, ma mantenendo la flessibilità.

Idea questa che ha scatenato le riflessioni contrapposte di Treu e Damiano, ma anche accenni da parte di Veltroni e altri esponenti.

Treu, infatti, in accordo con questa visione molto “liberal” del mondo del lavoro, ha espresso parere negativo sul contratto unico e ha chiesto di rompere la logica difensiva per essere a favore dell’innovazione sia nel campo dell’economia che della politica.
 

Cesare Damiano, nel suo intervento, si è mostrato più cauto, e ha parlato dei giovani come divisi in tre categorie: 1) quelli che vogliono il posto fisso sotto casa, 2) quelli che vorrebbero spingersi all’avventura, 3) quelli che vogliono una ragionevole stabilità.
Damiano ha chiesto di non confondere l’innovazione con lo smantellamento dei diritti perché la flessibilità, sebbene utile se ben regolata, non può andare solo a vantaggio delle imprese.
Sul contratto unico, l’ex ministro, si è mostrato sicuro di incontrare il no degli imprenditori, ma ha ricordato che ci sono già tre proposte di legge che aspettano di essere discusse. Tra le proposte avanzate dall’ex ministro ci sono anche il salario minimo garantito per i contratti flessibili.
Secondo Damiano, la battaglia per la stabilizzazione dei precari, tuttavia, sarà vana finché i contratti flessibili costeranno meno alle imprese, per cui l’unica soluzione è quella di trovare delle forme che incentivino chi stabilizza i lavoratori.

Più o meno sulla stessa linea anche Antonello Giacomelli che ha detto che per incoraggiare i giovani alla libertà e all’avventura, occorre prima smantellare il sistema delle lobby, perché altrimenti rimarrà solo un’opportunità per pochi appartenenti a famiglie agiate.

Ignazio Marino, ospite di Area Democratica, invece, ha parlato espressamente di contratto unico e della necessità di avere tutele nel mondo del lavoro, pur riconoscendo che occorrono nuove categorie per valutare la società.

Anche Walter Veltroni, acclamato da folla e telecamere, nel suo lungo e appassionato intervento, in merito alla questione lavoro, si è espresso apertamente a favore del contratto unico.
Quello di Veltroni è stato, però, un intervento a tutto campo che è partito da lontano: dall’Europa a rischio, con la vicenda della Grecia che mostra lo sgretolarsi dei meccanismi di solidarietà europei e questo tempo che muta per slittamenti progressivi, quasi senza che ce ne accorgiamo, con un’opinione pubblica sempre più neutralizzata. Veltroni ha cominciato così l’affondo a Berlusconi (nominato per nome più volte) ma anche alla gestione apatica del Pd da parte di Bersani, palesata con due frasi ironiche: «Cosa facciamo davanti alla crisi? Conserviamo? Cosa dobbiamo conservare? Abbiamo bisogno di portare la nave da un’altra parte!» e «Obama non ha contemplato la foto di Bush e ha detto “non c’è niente da fare devo allearmi con qualcun altro”, ma ha lanciato la sua sfida».
Per Veltroni, infatti, «siamo chiamati alla sfida dell’innovazione e della conquista», «le parole innovare, cambiare devono essere abbinate al Pd, non difendere» perché «i dati elettorali mostrano che abbiamo davanti una sfida da cogliere» e il Pd deve aprirsi ora che la destra è in crisi: «Chi non votato a destra, non ha trovato in noi un contenitore credibile».
Per questo Veltroni - che ha chiesto un partito moderno, agile, che permetta alle forze sociali di partecipare dall’interno e ha contestato la scelta del gruppo bersaniano dell’alleanza con l’Udc - «il Pd deve lanciare una sfida di innovazione e su questa costruire le alleanze», perché «dobbiamo essere il centrosinistra riformista» in contrapposizione a Fini che rappresenta la destra moderna e riformista (come aveva sottolineato anche Dario Franceschini).
Di fronte al dubbio delle ventilate ipotesi di scissione, Veltroni è netto affermando, tra gli applausi dell’affollatissima sala, che dal Pd «Non potremmo mai scinderci perché siamo quelli che ci credono di più».

Ad essere sospettati di scissione erano per lo più gli esponenti dell’area popolare (Castagnetti, Fioroni, Gentiloni) che da un po’ di settimane esprimevano in modo sempre più consistente il loro disagio sulle colonne dei giornali.

Dario Franceschini, nel suo intervento di apertura, aveva proprio sottolineato come fosse pericoloso che all’improvviso qualcuno aveva cominciato a non sentirsi più a casa propria all’interno del partito, denunciando gli abbandoni silenziosi e ribadendo a gran voce che «il Pd è di tutti, non solo di chi ha vinto».

Giuseppe Fioroni è stato il sorvegliato speciale dei tre giorni di Cortona: tutti attendevano con ansia il suo discorso, per capire che ne sarebbe stato di lui, anche in vista di alcune dichiarazioni rilasciate ai giornali proprio durante il meeting di Area Democratica.
Nel suo lungo intervento, in tono serissimo e cupo, Fioroni ha contestato la maggioranza alla guida del partito e ha negato di essere alla ricerca di poltrone proprio perché in disaccordo con la linea politica intrapresa.
Fioroni ha messo in luce lo spostamento (a suo parere) del Pd a sinistra e l’appiattimento sulla Cgil (mentre ha chiesto che vengano rappresentati gli italiani e ci si riagganci ai corpi intermedi) e ha accusato la maggioranza di essersi chiusa in se stessa, fotocopiando la politica degli altri.

Antonello Giacomelli ha parlato esplicitamente di «questione cattolica», citando Aldo Moro per essere riuscito a sottrarre il mondo cattolico dalle lusinghe della destra per portarlo al confronto con la sinistra popolare e mettendo ciò alla base della vocazione maggioritaria: «non possiamo appaltare i temi dei cattolici ad altri, li si deve discutere internamente».

Anche Gentiloni, nel suo intervento, ha chiesto un cambiamento alla maggioranza che guida il Pd, sostenendo che «un altro Pd è possibile».

Marco Minniti ha sottolineato la sensazione che la maggioranza si voglia fare partito, mentre il Pd è nato dall’incontro di culture differenti.

In controtendenza al tema delle scissioni, David Sassoli ha dichiarato che «noi abbiamo di fronte una sfida grande e dobbiamo affrontarla insieme», perché solo con un Pd più forte e aperto ai cittadini ci può essere alternativa alla destra.
Sassoli si è poi appellato a Bersani dicendo che la bella discussione che è stata fatta a Cortona «ci sarebbe piaciuta farla dentro al partito».

Un appello all’unità è giunto da Franco Marini, il quale ha evidenziato come il Pd sia l’unica alternativa possibile a questo governo che sta fallendo, per questo è il momento di «stringere le fila e di unirsi, portando avanti con coraggio i nostri temi» (lavoro, riforme, superare la crisi). Marini ha sottolineato, quindi, la necessità di legare l’esigenza del partito a quella del Paese e facendo consistere in questo la vocazione maggioritaria.

Il primo a esprimere il proprio disagio, però, era stato Pierluigi Castagnetti che, tuttavia, non si è affatto tirato fuori dal Pd ma anzi ha rilanciato importanti riflessioni sul partito e sul fatto che «a forza di ragionare su piccoli pensieri, non si è stati più percepiti», mentre c’è bisogno di ragionare in grande.
Castagnetti ha anche segnalato la questione settentrionale, affermando che «il Nord è sempre più una nazione politica a sé, che registra una domanda diversa dall’altra parte dell’Italia», mentre ha criticato i dirigenti per aver abbandonato il Sud al proprio destino.

Di Nord e di Sud si è parlato molto anche con amministratori e dirigenti locali, come il consigliere regionale della Lombardia Franco Mirabelli che ha sottolineato come la questione dell’immigrazione abbia cambiato la cultura e il dna del Settentrione, producendo il risultato elettorale della Lega.

Del problema del Nord ha parlato anche Debora Serracchiani, arrivata molto tesa, probabilmente consapevole del fatto che la platea aveva alte aspettative su di lei.
La Serracchiani ha ripreso la proposta di Romano Prodi del partito federale, dicendo che il professore ha sottolineato un problema reale ma ne ha dato una soluzione non percorribile, in quanto la risposta per il Nord deve essere politica perché, all’esterno, il dibattito sulla forma-partito è decisamente poco interessante.
Così come poco interessanti per i cittadini, secondo la Serracchiani, sono le riforme istituzionali.
La trionfatrice delle Europee ha colto in pieno il problema della rappresentanza del Partito Democratico, che non può limitarsi alle classi più povere, in quanto la Lega si è affermata come interlocutore dei ceti produttivi del Nord e il Pd non viene percepito da questi perché non propone alternative.
Debora Serracchiani non ha mancato di citare il fascino di Fini che «dice le cose che dovremmo dire noi» e rappresenta un fenomeno nuovo.

Più o meno sulla stessa linea anche Marco Minniti che, parlando di Fini, ha sottolineato come sia sbagliato diventare tifosi degli scontri in atto nel centrodestra. Un centrodestra che, secondo l’esponente Pd, rappresenta gli interessi degli italiani, mentre il Partito Democratico dovrebbe rappresentare interessi e valori insieme.

Gianfranco Viesti ha parlato, invece, del “teorema meridionale”, constatando con un certo rammarico che, anche nel Partito Democratico, ciò che emerge e conta del Sud è solo la sua rappresentazione (quindi criminalità, inefficienza). Il Sud viene sempre percepito soltanto come un problema e non se ne vedono le cose positive.

Con un’ulteriore analisi dei dati elettorali, Paolo Feltrin ha sentenziato che alcune problematiche sono soltanto nella tesa dei politici:
• Il federalismo contrasta l’alto tasso di astensionismo per elezioni regionali.
• I nominati non interessano se calano le preferenze.
• Si parla di Sud mafioso, anche per l’alto tasso di preferenze espresse, ma è accaduto anche in regioni finite al centrosinistra.
Feltrin, un po’ ironicamente, ha detto anche chiaramente che non si è moderni perché ci si autoproclama tali e il conservatorismo non è necessariamente disdicevole (con riferimento al ruolo dei movimenti sindacali).

Tanti, poi, sono stati anche gli interventi riguardanti più specificatamente il partito e l’organizzazione, a partire dal dibattito che si è scatenato intorno alle modifiche allo statuto da approvare nell’assemblea nazionale del 21-22 maggio a Roma.

Nello specifico, sembrava che la maggioranza bersaniana stesse cercando di “regolamentare” le primarie sul modello Boccia in Puglia. Attorno a questo tema si sono succeduti gli interventi di Gero Grassi (più incline al compromesso) e Salvatore Vassallo (più duro nel denunciare i tentativi di colpi di mano e pronto a far circolare in rete tutti i documenti).

Sull’argomento, ovviamente, sono intervenuti anche Veltroni (a favore delle primarie sempre) e Franceschini (il quale ha rilanciato l’idea di primarie irrinunciabili per i candidati di coalizione alle prossime tornate elettorali e ha avanzato la richiesta di primarie entro fine ottobre per le città in cui si voterà per il sindaco nella primavera 2011).

Walter Verini ha posto, invece, il problema della “gestione plurale” indicandola come un mezzo per aiutare la maggioranza ad uscire dai vecchi schemi, e non un fine.

Un’accusa sulla partecipazione alla “gestione plurale” è stata mossa agli esponenti di Area Democratica da Ignazio Marino - forse ragionando solo a livello nazionale e non accorgendosi che a livello territoriale la faccenda è ben diversa - il quale ha anche sottolineato l’assenza di giovani nelle riunioni del Pd ed ha portato nel dibattito i temi a lui cari della laicità.

E invece, contrariamente a quanto detto da Marino, i giovani erano presenti a Cortona e qualcuno è anche riuscito ad intervenire, come la ormai nota Pina Picierno, ma anche Luca Burgazzi, Elisabetta Suffredini, Giovanni Valli (finito sui giornali per i toni un po’ coloriti del suo intervento) e tanti altri amministratori locali che hanno posto problematiche territoriali.

Ettore Rosato si è posto, invece, il problema di come gli altri vedono il Partito Democratico e la necessità di comunicare bene i temi che abbiamo messo in campo.

A tirare le conclusioni dei tre giorni di dibattito è stato, in parte, Piero Fassino, con un lungo intervento, che ha spaziato un po’ su tutti i temi, con particolari accenni alla questione settentrionale (basandosi sui dati elettorali presentati da D’Alimonte e Feltrin) e sulla necessità di cambiare passo, ma anche di rinnovare il gruppo dirigente, affermando che, al di là del “Papa straniero”, «non è possibile che i cardinali siano sempre gli stessi».

Dario Franceschini, nel suo discorso di chiusura, ha ribadito alcuni concetti emersi durante i tre giorni.
Al fatto che il centrosinistra sia rimasto confinato alle “regioni rosse”, coltiva i suoi elettori, ma è incapace di parlare al Nord e al Sud, Franceschini ha proposto come soluzione l’avere al proprio interno il Paese (non appaltare il consenso a sinistra o al centro, resuscitando partiti morti o facendo nascere partiti nuovi) e questo significa vocazione maggioritaria ma, per farlo, occorre avere un partito aperto e la missione del cambiamento.
Franceschini ha ribadito, poi, la necessità di un sistema bipolare che non può finire con l’uscita di scena di Berlusconi, ma anzi deve darsi una forma moderna.
Relativamente alle questioni del Nord e del Sud, Franceschini ha proposto un partito di «identità nazionale», un «partito dell’Europa» (anche in contrapposizione alla destra antieuropeista).
Un partito che, secondo Franceschini, deve essere aperto e plurale, non può ridursi ad una somma di ex mentre i nuovi se ne vanno e le primarie sono una forma di apertura.
Franceschini ha espresso anche la necessità di liberarsi dal complesso di superiorità secondo cui «la colpa è del popolo che non ci capisce» per mettere in campo un progetto in grado di recuperare sull’astensionismo e trovare il coraggio di fare battaglie scomode: «non contano destra e sinistra, ma le buone idee».
In questo è tornata la questione del dinamismo: il Pd, secondo Franceschini, non deve essere l’unità sindacale della politica.
Così come l’accoglienza deve essere un tema di cui discutere perché il futuro è nella società multietnica.

Franceschini ha chiuso la tre giorni di Cortona chiarendo il ruolo di Area Democratica impegnata a tenere il partito dentro a tutto ciò e ribadendo che «chiedere le cose con chiarezza è un atto d’amore verso il Pd» e «le vecchie provenienze si superano se ci si sente parte di un progetto comune».

 

Tutti gli interventi che si sono succeduti nel corso dei tre giorni a Cortona sono visibili sul sito di Area Democratica>>>

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