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contributo inviato da dalle nebbie mantovane il 29 aprile 2010

       

Ieri sera ero in casa.

Temprata ma anche riposata da una meravigliosa seduta di yoga, decido per una cena vegetariana: cicoria a vapore e seitan alla piastra.
Mi fa impazzire la cicoria, non so perché. In realtà mi piacciono tutte le erbette amare, anche la catalogna, i carciofi, il radicchio cotto... e di seitan sento spesso il bisogno da quando faccio questa maledetta dieta superproteica che, se dipendesse dalla mia dietologa, dovrei mangiare carne a pranzo e cena.

Sto leggendo il romanzo di Zelda Fitzgerald ma ha questi capitoli lunghi, densissimi, pieni di metafore, e ne ho già letto uno nel pomeriggio. Ora ho la testa solo per consumare un paio d'ore di tv, e poi filare a letto.

Così accendo la tv e capisco subito che la serata sarà desolante.
Su Rai 1 ritorno Barcellona-Inter. Spero che vinca il Barça ma non mi sogno neanche di guardarla: già mi sono cuccata l'andata durante la cena di pensionamento del Tata.
Rai2: reality.
Rai3: Dramma della gelosia, omaggio allo sceneggiatore Scarpelli.
Canale 5: Troy, cheppalle.
E non mi va meglio sul digitale terrestre: Coming Soon mette dei video e altra robaccia, su Iris c'è Prison Break che non mi ha mai preso, e su Cielo la seconda edizione di Italia's Next Top Model, che va bene guardare la prima, ma fare il bis non mi interessa abbastanza da farla rientrare tra i miei vizi permanenti.

In questi casi si sceglie sempre il meno peggio.
Voto Scarpelli. Già visto e stravisto ma è sempre bellissimo e ho anche riso più del solito (esempi: la gag dell'ambulanza; la parlata del macellaio; Adelaide che ringrazia lo psicologo menefreghista - Lei m'ha ridato la gioia di vivere - e subito dopo s'attacca alla canna del gas).
E' un film geniale nella sua intuizione di come fumetti, fotoromanzi, cinema e cultura pop in genere avessero influenzato il linguaggio delle classi popolari (e questa non è farina del mio sacco ma dei premiati Fruttero & Lucentini), lo fa con felici esiti comici e, anche se nel 1970 molta critica rimase perplessa ritenendolo tarda manifestazione della ormai decadente commedia all'italiana, personalmente continuo a ritenerlo un film valido.
Non neorealista, certo, ma fantasioso e riuscito.

E allora cos'è che mi turba e mi dispiace?
Non posso negare a me stessa che le vicende sentimentali dei tre disgraziati (diciamo due, va': Nello, è chiaro che ha gli strumenti per cavarsela) sono coinvolgenti: ridi non tanto di loro, ma con loro, perché roba del genere prima o poi l'hai provata anche tu. O almeno, io.
E allora, pur ritenendo doveroso ridere delle loro coniugazioni verbali di fantasia, dei loro voli romantici (Nemmeno il mio lavoro mi dava più gioia alcuna), dei loro cliché (Vorrei che questi nostri incontri diventassero una dolce consuetudine), del loro pathos (Nello che fa la pizza a cuore per conquistare la fioraia), della psicologia a buon mercato, delle spiegazioni astrologiche, ecco, sento come l'ingiustizia di tutto questo.

Sì, Age e Scarpelli intendevano denunciare la sovrastruttura culturale che aveva dato un'orrida verniciata al linguaggio (e ai sentimenti?) autentico del popolo, chiaro.
Ma allora non mi è chiara un'altra cosa: il cosiddetto popolo, quello che nel film va alle feste dell'Unità, si scontra in piazza coi celerini, ascolta i comizi del Pci in piazza San Giovanni, avrebbe dovuto limitarsi a una vita di lavoro, partito e famiglia? L'amore, la passione, il sesso, secondo Scola e i suoi sceneggiatori avrebbero dovuto essere lasciati fuori dalla porta in quanto indecorosi, piccolo-borghesi, corruttori?
Ma perché mai? E' questo, e solo questo, il punto debole del film. Non viene data una risposta esaustiva a questo interrogativo, si mostrano solo la sconvenienza, il ridicolo, l'inadeguatezza culturale dei poveri a vivere grandi passioni. Sembrano dire: attenzione, proletari, che diventate grotteschi se vi abbandonate al sentimento e tradite il Partito.

E infatti, Oreste, "corrotto" dal suo amour fou per Adelaide, non solo lascia l'anziana moglie e perde il lavoro riducendosi a fare il barbone, ma non riesce più ad appassionarsi alla politica, si stanca del partito e, per quanta buona volontà ci metta, non ci trova più niente di interessante nemmeno dopo che lei l'ha lasciato. Se lo semo giocato, mormora un compagno al segretario di sezione, cui poco prima il pover'uomo ha chiesto consigli ricavandone un'alzata di spalle e uno sconfortante Ascolta quello che dice l'oratore.
Eppure già prima di incontrare lei, in uno di quei raggelanti flashback in cui il film è magistrale, lo avevamo visto in casa, la sera, descritto dalla voce della moglie mentre ritagliava lettere dell'alfabeto dall'Unità e le collezionava, oggi le G, domani le P, e quanto s'incazzò quella volta che non trovò abbastanza H... Forse il proletario comunista archetipico aveva già perso la dimensione del senso delle cose, prima di perdere la testa per amore.
Ogni riferimento alla desolante comunicazione tra il Pd e i suoi elettori è assolutamente casuale.

La Wertmuller, che con la Vitti e Giannini, ma ancor di più con la meravigliosa coppia Melato-Giannini, lavorerà molto, ci marcerà portando questa tesi fino alle estreme conseguenze, declinandola nei più svariati risvolti: lui operaio e lei pure, lui anarchico e lei prostituta, lui marinaio e lei alto-borghese (con rovesciamento dei rapporti di potere, ristabiliti infine dal ritorno alla civiltà).
Ce n'era perfino uno con la Lario moglie in crisi dalle tendenze lesbo: ma lì il marito era un rozzo e innamorato falegname interpretato da Enrico Montesano, mica un puttaniere miliardario.
La morale era sempre quella: i poveracci strapazzati da anomala passione fanno ridere per definizione.

Negli stessi anni, in Francia, Truffaut (seguito poi da Rohmer e altri) faceva ottimi film sull'amore, non esenti da dialoghi brillanti, in cui personaggi di tutte le età e di tutte le classi sociali si innamoravano con esiti bizzarri, drammatici e talvolta tragici. Non ritenendo affatto, questi registi francesi, che il binomio eros-popolo fosse per definizione risibile, né tantomeno che l'arte di padroneggiare la passione fosse prerogativa delle classi alte.

Il film è finito. Guardo dieci minuti di Troy: Brad Pitt me lo ricordavo con dei bicipiti mostruosamente kitsch ma in tv si ridimensionano, anche se nudo di spalle fa sempre la sua porca figura.
Eric Bana, invece, con gli anni l'ho rivalutato, anche se non è esattamente il mio genere.

Vado a letto.

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