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contributo inviato da MarcoBorciani il 16 aprile 2010

L'altissimo senso civico che un Presidente del Consiglio dovrebbe sentirsi addosso, sulle spalle, è quantomeno gigantesco. Il senso del dovere istituzionale, del rispetto dei propri cittadini a prescindere, della propria transitorietà nel ruolo in cui si trova dovrebbero intimargli ogni istante una ponderazione massima di quanto sta per dire.
E invece, ancora una volta, il nostro premier ha perso l'occasione per tacere! Il bel tacer non fu mai scritto, caro cavaliere, se lo ricordi! Ancor più se per rovinare il silenzio si devono dire nefandezze nefande come quella di oggi....
Dietro tali parole avverto una tracotanza, una sfrontatezza, una pavidità anche di fronte ai morti che faccio fatica a capire come possano insediarsi in un uomo.
E' vergognoso sapermi, come italiano, rappresentato da uno che professa parole di questo tipo!
E' amaro pensare che i numerosissimi morti vittime delle mafie sono cancellati dalla memoria di certuni con cotanta facilità...
Verrebbe da piangere!
Viene da piangere!
Vengono i brividi lungo la schiena!
Viene meno il respiro: quante vittime di mafia cancellate con parole sparate con la facilità con cui si cala il due di briscola...

Mi sento solo di rifugiarmi nelle parole di questi eroi del nostro tempo, la cui statura morale è inarrivabile per uno che li infanga con tanta sfacciataggine.
In Sicilia la mafia colpisce i servitoridello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere. (G. Falcone)
E' bello morire per ciò in cui si crede. Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. (P. Borsellino)

E ancora, le parole di Ayala, un eroe vivente dei tempi nostri, un testimone sacro di una realtà crudele.
Il 14 maggio cenammo assieme alla Carbonara di Campo dè Fiori. Una serata vivace: l’argomento principale fu Tangentopoli, da poco venuta alla ribalta. C’erano anche Francesca e un comune amico, l’avvocato Francesco Crescimanno.
Lo rividi a Palermo nella tarda serata del 23 maggio in una <<camera>> fredda e molto spoglia. Eravamo soli, ma non parlammo. Lui dormiva. Un sonno senza risveglio.
Ai primi di luglio mi telefonò da Firenze Nino Caponnetto, pregandomi di andare a trovare Borsellino, che aveva sentito e gli era sembrato molto giù di corda.
Volai a Palermo appena possibile e lo raggiunsi in ufficio. Parlammo a lungo. A un certo punto mi disse una frase che feci finta di non capire:<<Giuseppe, non posso lavorare meno. Mi resta poco tempo>>.
Rividi anche lui, nel pomeriggio del 19 luglio davanti alla casa di sua madre. Ma non lo riconobbi. Ne era rimasto ben poco.
Ha detto Agnese Borsellino: <<Paolo cominciò a morire quando morì Giovanni, come due canarini che difficilmente sopravvivono a lungo l’uno alla morte dell’altro>>.
Pare che un giorno ci ritroveremo ancora. Senza fretta, però. Loro ne hanno avuto troppa. Senza volerlo.
E così sia”
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