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contributo inviato da team_realacci il 9 aprile 2010
Nove mesi per avere la conferma di quanto si sapeva già da luglio. Nove mesi per cercare di capire quello che sembrava già chiaro grazie ad una serie di istantanee scattate da un’altra barca. Ieri, finalmente, la prima dichiarazione ufficiale. Forse la più importante. Il procuratore di Livorno Francesco De Leo ha infatti confermato la presenza di almeno un container sul fondo del mare, al largo dell’isola d’Elba.
 
Sembrerebbe l’epilogo di una storia finita sulla stampa già lo scorso luglio, quando Legambiente diede voce alla denuncia dell’equipaggio della nave ambientalista tedesca Thales, che dichiarò di aver visto un portacontainer scaricare materiali tra la costa livornese e l’isola d’Elba. Era la nave Toscana, battente bandiera maltese e proveniente dal Perù.
 
Una vicenda rimasta, però, in sospeso nonostante l’individuazione da parte della nave oceanica della Nato Alliance di un “bersaglio” a circa 120 metri di profondità. Quello di ieri, invece, rischia di diventare la prima puntata di un’altra storia. Fatta di insabbiamenti, di italianissime deficenze e di minacce. Una storia che inizia il 9 luglio scorso, a circa 10 miglia a nord del porto di Marciana Marina, all’isola d’Elba, quando l’equipaggio dell’imbarcazione tedesca MS Thales incrocia una nave portacontainer stranamente ferma in mezzo al mare con segni inequivocabili di attività di scarico di materiale utilizzando le gru di bordo.
 
Il tutto in pieno Santuario internazionale dei mammiferi marini Pelagos. La MS Thales che svolge crociere nell’ambito del progetto internazionale Green Ocean e ha con Legambiente una collaborazione all’interno del progetto Plastic from the sea scatta alcune foto (in quella che pubblichiamo sono evidenti le posizioni non a riposo, delle gru) che dimostrano la strana attività lavorativa in alto mare della porta-container Toscana proveniente da La Valletta, Malta.
 
Che l’attività oltre che ad essere strana fosse anche molto sospetta lo dimostrano anche i successivi tentativi di speronamento che, stando alla denuncia dell'equipaggio tedesco, sarebbero stati messi in atto dalla nave per intimidire la Thales. Tanto da costringerla a un repentino cambio di rotta e a trascorrere forzatamente quattro giorni in Corsica, per giunti bloccati dal maltempo.
 
Sulla vicenda, la procura di Livorno avviò un’inchiesta. Anche perché, nel frattempo Francesco Fonti, il pentito di ‘ndrangheta che per primo rivelò l’esistenza di traffici di rifiuti nel Mediterraneo, aveva raccontato come Livorno fosse il crocevia degli affari. Dove, quasi fosse un gioco ad incastri, armi, droga e rifiuti tossici e pericolosi seguivano le stesse vie, coprendosi a vicenda. Terra è in possesso della lettera che Fonti, tramite il suo avvocato Claudia Conidi, spedì al procuratore di Livorno De Leo.
 
Sarebbe proprio l’Italia, secondo Fonti «il vero centro del traffico di armi e di droga e rifiuti tossici e nucleari». Nel nostro Paese arrivavano da ogni parte del mondo, tramite il perverso legame tra politica, servizi segreti e criminalità organizzata «le richieste di ogni tipo di armamenti, dalle pistole alle tecnologie nucleari assieme a grandissime quantità di eroina e di cocaina». Le contrattazioni internazionali fra i trafficanti avvenivano in Bulgaria all’hotel Giapponese di Sofia e all’hotel Marmara di Monaco di Baviera.
 
«Con il grande traffico di eroina trasportato dalle navi, esse ritornavano dall’Italia con i rifiuti che venivano affondati, oppure viaggiavano per destinazioni africane» si legge nella lettera. Quattro i riferimenti e i nomi che Fonti ha rivelato a De Leo. Due di questi sono spedizionieri di Livorno. 

Fonte: Terra News
9 aprile 2010
Autore: Vincenzo Mulè
TAG:  LIVORNO  CONTAINER  RIFIUTI  TOSSICI  NAVE  TEDESCA  MS THALES  ISOLA D’ELBA  LEGAMBIENTE  PROCURATORE  LIVORNO  FRANCESCO DE LEO  FONTI 

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