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contributo inviato da dianacomari il 31 marzo 2010

In questi due giorni passati a seguire lo svolgersi delle votazioni, oltre che a litigare con il presidente del seggio in cui ero rappresentante di lista per il Pd, mi è capitato di incontrare molti elettori. Il nostro gruppo di rappresentanti era ben visibile all’interno della scuola sede dei seggi e piuttosto compatto e la maggior parte degli elettori del Pd - anche quelli che non ci conoscevamo personalmente - si fermavano a parlare con noi.
Era evidente la loro voglia di farsi riconoscere, di scambiare qualche parola con chi la pensa come loro, di raccontare le loro impressioni a persone che in qualche modo vengono identificate come espressione del partito.
Molti si limitavano a salutarci e sorriderci.
Tanti venivano solo a chiedere informazioni su come votare correttamente (anche per voti disgiunti), ma sceglievano noi, il nostro distintivo e non quello di Pdl e Lega.
Altri si fermavano per chiederci se avevamo previsioni.
Una signora anziana, arrivata dalla Messa domenicale, ci ha anche regalato un rametto d’ulivo.
Qualcuno più timido restava per un po’ a guardarci, prima di decidersi ad avvicinarsi e dirci qualcosa.
Un signore molto anziano che ci guardava è stato attirato da una nostra battuta: credevamo ci guardasse male, invece era solo discreto e stava meditando se dirci qualcosa o no. Alla fine è rimasto parecchio a parlare e a raccontarci che votava per noi, ma voleva che il Pd facesse di più per mandare a casa Berlusconi.
Sì, Berlusconi: l’oggetto della maggior parte dei discorsi di chi si è avvicinato al nostro gruppo era proprio lui e non il governatore della Regione per cui eravamo chiamati alle urne.
Forse questo è accaduto perché nessuno credeva realmente alle possibilità di Penati di spuntarla (certo non immaginavano neanche che potesse andare così male, però).
Una coppia si è fermata a dirci che aveva votato Pd, come aveva sempre fatto, ma che si aspettava molto di più da questo partito: “Non è possibile che abbiamo sempre le stesse facce, che non ci sia mai niente di nuovo da proporre”, affermavano.
Ed era vero: la percezione generale (anche guardando i voti disgiunti scrutinati) era che molti elettori avessero voglia di proposte e persone nuove.
Mi è capitato di vedere molte schede che avevano votato Lega come lista e Penati presidente, ma anche lista Pd e Pezzotta presidente o lista Pd e presidente Crimi del Movimento Cinque Stelle; qualcuno ha addirittura azzardato lista Idv e Formigoni presidente…
Il voto disgiunto è poco adatto per fare analisi perché spesso accade che si voti la lista di un partito magari solo perché al suo interno c’è un candidato che si conosce e a cui si vuol dare la preferenza, ma poi si scelga tutt’altro.
Alcuni hanno giocato sul voto parzialmente “utile”, scegliendo la lista del Movimento Cinque Stelle ma Penati come presidente.
L’impressione generale, però, era che la figura di Penati, per quanto autorevole, non fosse più spendibile (soprattutto dopo la recente sconfitta alle elezioni provinciali) e addirittura non fosse credibile come presidente della Regione, mentre Formigoni, per quanto usurato, una certa immagine l’abbia saputa mantenere.
Penati è stato votato per lo più dagli affezionati elettori del centrosinistra e da chi ha pensato che votarlo fosse l’unica maniera possibile di mandare a casa Formigoni: nessuno si è preoccupato del programma del candidato del Pd, nessuno è stato particolarmente entusiasta di questa candidatura (anche quelli che apprezzavano Penati come politico e come persona e lo hanno sostenuto con convinzione pensando che, in quel momento, per il partito fosse la scelta più ragionevole).
Le proposte del Partito Democratico, per quanto interessanti, sono emerse poco davanti agli spot formigoniani dei grattacieli imponenti e di una Regione moderna ed è un peccato perché, con la scelta di un candidato forte e non riciclato, probabilmente qualcosa di più lo si sarebbe potuto ottenere: le persone erano abbastanza stanche anche dell’eterno Formigoni, ma continuano a preferirlo al nulla dell’alternativa (anche c’è da riflettere su come, ovunque, i dati relativi ai voti delle grandi città siano diversi da quelli delle altre province).
Sulla scheda elettorale della Lombardia c’era un forte senso di inutile: tutto sembrava uguale a tutto e nessun candidato presidente faceva venir voglia di votarlo.
Gli unici voti utili potevano andare a Formigoni e Penati, ma il primo si ripresentava per il quarto mandato, dopo 15 anni di governo della Regione; mentre il secondo, il Pd lo ha candidato a qualsiasi tornata elettorale e pensa di riproporlo come sindaco di Milano.
Le alternative erano Savino Pezzotta, che ha sempre contato poco come sindacalista e lasciato solo con l’Udc aveva ben poche speranze; i rivoltosi grillini e gli ideologizzatissimi di Rifondazione Comunista (che creano tanto casino, ma di proposte realmente utili e concretizzabili ne hanno sempre presentate poche); Forza Nuova…
Insomma, nulla di nuovo possibile e soprattutto nulla di particolarmente eccellente.
Tanto che l’astensionismo ha colpito molto anche la nostra parte politica: gli elettori cominciano ad essere stanchi di votare per appartenenza, soprattutto se non si sente di appartenere più a nulla. Gli elettori probabilmente si aspettano di più dai partiti per dare loro il voto: vogliono proposte concrete, linguaggi chiari e comprensibili, scelte importanti e anche candidati credibili (e magari non troppo usurati).
L’impressione è che il Partito Democratico, soprattutto in Lombardia, non brilli e voglia mantenere un profilo molto basso (tanto che molti cittadini non vedono nelle nostre proposte attuabili una grande differenza rispetto a quelle del centrodestra) con il risultato che gli elettori più di sinistra si sono spostati su Italia dei Valori e Movimento Cinque Stelle (votati anche da persone di destra anti-berlusconiane), quelli che amano “il fare” sono andati alla Lega, mentre al centrodestra non è stato portato via assolutamente nulla.
Chi alza i toni nel Pd è mal visto, ma la realtà è che spesso alza i toni solo per ragioni di potere personale e non per proporre qualcosa di valido. E allora il nuovo e l’eccezionale lo si è cercato altrove, per lo più nell’Italia dei Valori e nel Movimento Cinque Stelle.
A votare per Italia dei Valori e Movimento Cinque Stelle sono state prevalentemente persone giovani, il popolo viola, il pubblico di Santoro e non si tratta di un voto di “protesta”, in realtà, ma di un voto di “opposizione”: a livello nazionale, il Partito Democratico ha perso credibilità nel fare opposizione a Berlusconi e il suo naturale bacino di elettori non si è neanche preoccupato di guardarne le proposte alternative ma ha scelto ciò che a livello mediatico è risuonato come opposizione più netta e riconoscibile.
Si è fatta largo l’idea che nella “sporcizia” generale non ci si salva scegliendo chi è meno “sporco” di unaltro, ma facendo pulizia, rasando tutto al suolo e ripartendo da zero.
È una logica un po’ estrema, per questo è scelta per lo più da elettori giovani che, per loro natura sono più netti ed estremi nei modi di fare, nelle decisioni, nel linguaggio con cui si esprimono.
Italia dei Valori e Movimento Cinque Stelle, nei giovani, hanno riesumato il ruolo che per anni è stato dei partiti comunisti, ma hanno sostituito ideali e ideologie assolutamente anacronistici con argomentazioni più pragmatiche e legate all’attualità quotidiana così che i problemi che pongono non sono più le lotte operaie, ma la libertà di informazione e il rigore della classe dirigente.
La conferma è arrivata anche da qualche nostro amico rappresentante di lista che ha chiesto volutamente ai giovani cosa votavano e quali erano le tendenze del loro mondo.
Nel resto d’Italia non è andata molto diversamente: il Pd ha tenuto le regioni “rosse” ma ha perso tutto il resto. Un 7 a 6 che non consola e non dovrebbe far gioire.
Spiace leggere su La Repubblica l’affermazione di Bersani che dice: “Torniamo a vincere. Abbiamo invertito la tendenza. Era un partito morto”.
Spiace perché non c’è stata proprio alcuna inversione di tendenza e, con il caos delle liste del Pdl, le aspettative erano diventate molto più alte per il Partito Democratico e, al di là della necessità di rassicurare tutti gli elettori a mezzo stampa, non si può accettare una simile mistificazione della realtà: se gli elettori del Pdl accettano qualsiasi bugia dai loro leader perché non hanno mai chiesto loro particolari doti di serietà e moralità, quelli del centrosinistra vogliono onestà, verità anche nei momenti difficili e la frase di Bersani ne è ben lontana.
Bersani, all’inizio del suo mandato da segretario, ha avuto qualche mese di sbandamento, in cui non si capiva bene cosa stesse facendo, poi pian piano la situazione si è delineata.
Non è facile trovarsi un partito piuttosto agitato (quale è il Pd) da gestire e contemporaneamente scegliere i candidati migliori e organizzare subito una campagna elettorale che porti poi a buoni risultati.
Lo sa bene Franceschini che si era ritrovato nella stessa situazione e aveva faticato tanto per salvare il Pd dalla disfatta che tutti prevedevano alle elezioni europee di giugno.
La differenza è che Franceschini aveva trovato davvero un partito prossimo alla morte e gli ha permesso di resistere, ha cercato di dargli un progetto, un indirizzo e alla fine lo ha lasciato molto vivace.
Bersani non ha trovato affatto un partito morto, ha trovato un partito sveglio, vivace, che aveva voglia di rimettersi in moto, ha piazzato i suoi uomini a coordinarlo ed è stato sostenuto in modo compatto anche da tutti gli altri quando è partita la campagna elettorale e quella frase è assolutamente ingiustificabile, oltre che sbagliata e offensiva. Si capisce che Bersani - dopo la disfatta di Veltroni e Franceschini per mano di D’Alema - ora teme che la leadership in discussione possa essere la sua e si sia affrettato a mettere le mani avanti con frasi un po’ azzardate sul risultato elettorale e presentando statistiche (che ha trovato solo lui) in cui si è affrettato a sottolineare che il Pd è avanzato rispetto alle elezioni europee, ma non è una mossa molto elegante (anche se non è una novità, dato che è dall’inizio della sua segreteria che è tutto un susseguirsi di queste frasette poco eleganti che vengono diramate a mezzo stampa).
Ma la verità è che nessuno nel Pd ormai pensa più a fare ribaltoni e certi toni potrebbero anche essere messi da parte: è paradossale che il congresso permanente e i malumori siano creati dagli stessi deterrenti delle posizioni di comando e non dalla minoranza.

TAG:  PD  BERSANI  GRILLO  IDV  REGIONALI  LOMBARDIA  FORMIGONI  PENATI 

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