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contributo inviato da dianacomari il 11 marzo 2010

La manifestazione di sabato si avvicina e nel Partito Democratico si moltiplicano i distinguo.
È strano questo Partito Democratico: di solito non ne azzecca una, ma questa volta sembrava aver colto al volo il messaggio che il “popolo” del suo bacino elettorale gli mandava e, con un perfetto tempismo, lo scorso sabato è sceso in piazza (insieme al popolo viola) per manifestare contro il decreto salva-liste e aveva annunciato immediatamente una grande manifestazione per sabato 13, sempre per la legalità.
Un tempismo stranamente perfetto.

Ma la perfezione armoniosa tra base e dirigenti (e soprattutto all’interno del gruppo dirigente) è durata pochissimo.
Già perché l’idea della manifestazione lanciata dal Pd ha trovato una grandissima adesione da parte di tutte le forze del centrosinistra (dalle forze politiche extra parlamentari al popolo viola, all’immancabile Italia dei valori) e qui sono cominciati i distinguo sui toni da far assumere alla piazza, o meglio alle piazze. Sì, perché all’improvviso l’idea di una grande manifestazione a Roma si è frantumata in tante manifestazioni più o meno grandi in tutte le piazze delle maggiori città italiane, questo perché c’è una campagna elettorale in corso, ormai quasi in dirittura d’arrivo e non si poteva pensare di buttar via il sabato, che è il giorno migliore per realizzare iniziative di quel tipo.
Insomma, Roma resterà il cuore dell’iniziativa, ma niente folle oceaniche e big dei partiti sparpagliati ovunque (a seconda dell’agenda elettorale).

Ma i big dei partiti che cosa possono fare? Sul palco ci devono andare o no? E, se ci vanno, cosa devono dire?
E qui è cominciato il solito dramma del Pd che proprio non riesce a mettersi d’accordo.
La paura della piazza, la paura che qualche contestazione possa uscire dagli schemi, la paura di parole poco generose verso Napolitano (colpevole di aver firmato un decreto sbagliato), la paura che tutto possa sfuggire dal controllo e trasformare un evento che può dare una grande spinta alle elezioni regionali per il Pd in un boomerang a causa di qualche estremismo o di qualcosa di non consono ai toni fermi ma civili e di rispetto per le istituzioni che il Partito Democratico sta faticosamente cercando di mantenere, ha mandato tutto all’aria.

Ed ecco che allora, via via che passano i giorni, assistiamo ad un maggiore sfilarsi proprio del Partito Democratico che la manifestazione per la legalità l’aveva indetta per primo.
Un grande partito che da promotore dell’iniziativa si sta trasformando giorno dopo giorno in organizzatore-ombra per lasciare sempre più spazio ad un’altra piazza (più viola, più dipietrista, più estrema), che è proprio ciò di cui il Pd ha maggiormente paura.
Un paradosso che si fa più consistente con i troppi distinguo che gli esponenti democratici mettono nel dibattito.
Dirigenti che lasciano intendere che proprio non hanno voglia di andare in piazza sabato (compresi quelli che il 5 dicembre, giorno del No B-Day, polemizzavano con Bersani perché aveva rinunciato ad una piazza dove la gente del Pd era presente e voleva avere i suoi leader), a partire da Veltroni (con il suo “non vorrei che…” e “le piazze non risolvono…”, dimenticando di quando aveva organizzato lui una mega-manifestazione al Circo Massimo) o dai popolari (che disertano a prescindere) o da chi dice che sul palco ci devono salire solo esponenti della società civile, ufficialmente per avere la sicurezza che possano essere ascoltati da tutti i presenti e non dai simpatizzanti di un solo schieramento politico, in realtà anche per evitare che Di Pietro possa prendere la parola e tradire le promesse di sobrietà fatte, ma proprio Di Pietro ci tiene a far sapere che lui parlerà eccome e allora anche altri vogliono parlare. Meno i partiti contano e più vogliono aver voce.

E, sempre per paura di qualche intervento sconsiderato, ma anche con un occhio alla campagna elettorale, il Pd prova a reinventarsi l’agenda della manifestazione: va bene la legalità, ma è meglio aggiungerci altri temi che riguardano il Paese (la crisi, la scuola, il lavoro)… Insomma, si cerca di sfruttare la manifestazione - nata quasi spontaneamente contro il decreto salva-liste - per mandare anche un messaggio agli italiani.
Altro stupido errore: la gente è pronta a scendere in piazza, ci crede al tema della legalità, è per quello che si è mobilitata spontaneamente lo scorso week end ed è di quello che vuol parlare. Poi nessuno si offende se, mentre si fa notare che il governo vara leggi e decreti solo per salvare il Premier e la sua truppa, c’è un’Italia in crisi che ha bisogno di una classe politica che se ne occupi, ma è ben diverso dallo spostare l’attenzione dal tema delle regole e della legalità ad altro (solo nel timore che qualcuno più arrabbiato di altri, possa travolgere anche Napolitano nella sua foga).
La vera spinta alla campagna elettorale - più che i contenuti (che, a dire il vero, non sempre ci sono stati) - l’hanno data gli errori grossolani del centrodestra, incapace, arrogante, sovversivo e allora tanto valeva sottolinearli questi loro difetti.
Le elezioni regionali avrebbero dovuto giocarsi nei territori, sulle politiche locali, sulle capacità delle amministrazioni locali, ma è evidente che quello che è accaduto in seguito ai pasticci delle liste del centrodestra qualche cambio di argomenti poteva anche generarlo e non era di per sé una cosa negativa.

Qualcuno, sui giornali di oggi, ha parlato di una rinascita dell’Unione in piazza sabato (unita solo dall’antiberlusconismo) e la fine dell’idea del Pd da solo e a vocazione maggioritaria. Personalmente non credo che una sola piazza e un solo argomento di condivisione possano essere la base di una nuova alleanza elettorale, ma è altrettanto sbagliato pensare che allora non si possa mai far niente insieme agli altri. Costruire insieme una manifestazione, accordarsi sugli argomenti e sulle personalità da far intervenire, non implica necessariamente la costruzione di un intero programma elettorale insieme e della rinuncia al proprio progetto.
Il vero problema è vedere cosa accadrà in quella piazza: sarà la piazza del Pd o sarà la piazza di un altro partito. Se sarà la piazza del Pd, della sua agenda di contenuti, dei suoi dirigenti e dei suoi elettori, sarà una vittoria del Partito Democratico; se, invece, il Pd lascerà il campo alle altre forze politiche e cercherà di parlare d’altro per paura dei toni in cui si potrebbe scivolare nell’affrontare i problemi per cui quella piazza è stata convocata, sarà un’inutile passerella sgangherata che - per quanto vivace e giusta nell’intenzione - finirà per diventare un elemento di indifferenza.

Il Pd deve avere il coraggio di non farsi scippare quella piazza e quell’occasione. Ha tutti gli argomenti e i toni validi per saperla affrontare e gestire, non si nasconda sotto la foglia di fico, non la regali ad altri.

TAG:  PD  MANIFESTAZIONE  LEGALITÀ  POPOLOVIOLA  VELTRONI  UNIONE  DIPIETRO  BERSANI  SINISTRA  SALVALISTE 

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