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contributo inviato da MarcoBorciani il 28 febbraio 2010
Il LOGOS, la parola: un potere da sempre sconfinato e incontenibile.
Uno strumento delicatissimo nelle relazioni umane: tanto imprescindibile, quanto pericoloso.
In un'epoca coma quella presente, in cui il potere comunicativo è alla base di qualunque altro potere, l'uso della parola dovrebbe essere estremamente "dosato". E invece, non è così.
Ecco allora, che la parola e il suo contesto sono arma di duello (politico) usata, con lo scudo della libera interpretazione, ad libitum contro l'avversario. Capita, insomma, che si leggano frasi e le si riportino con un significato e/o una valenza che non è quella originale, perchè in un dato contesto fa comodo travisare la fonte come pare. (pulli docent...).
E capita anche che certi termini, siano utilizzati con un arbitrio e una leggerezza inenarrabili, perchè si sa di colpire l'avversario. E poco conta che la parola lì usata sia grave, estremamente offensiva per il concetto di cui è latrice: quel che conta è sortire un effetto di stordimento in chi ascolta, di stupore nel pubblico in genere, di ilarità in chi non ne coglie la gravità. (basti l'espressione "giudici talebani" a capire il tutto).

Forse, sarebbe meglio che imparassimo tutti (dal primo all'ultimo, non escluso chi scrive) dai filosofi greci che del logos avevano una stima tale da inventare quella branca del Sapere che conosciamo come Filosofia.
TAG:  LOGOS  PAROLA  FILOSOFIA  TALEBANI  POLLI 
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