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contributo inviato da Fabio1987 il 20 febbraio 2010
http://www.repubblica.it/images/2010/02/20/110550835-53efc752-7243-4729-b596-9b73ae1e8fd0.jpg"Un Paese senza regole è una vergogna. Ma in questi due giorni, sul decreto della Protezione civile, le opposizioni hanno messo il freno a un meccanismo perverso che è ai margini della democrazia". Sigaro acceso dopo il caffè, nel suo ufficio alla sede del Pd Pierluigi Bersani si gode il primo segnale di cosa possono fare insieme i partiti di minoranza. "Siamo riusciti a imporre uno stop". Potrebbe essere il banco di prova per le riforme, alle quali il segretario democratico non rinuncia. Anche se teme che "Berlusconi continuerà a fare il suo mestiere, ossia mettere al centro del dibattito un giudizio di Dio sulla sua persona".

Pd, Udc e Idv hanno ottenuto la cancellazione della Protezione civile Spa, dello scudo per i commissari e il ritiro della fiducia. Ma non è stata decisiva l'inchiesta della magistratura?

"Certamente sì. La svolta si è determinata in un contesto che ha reso lampanti le deviazioni del sistema Protezione civile. Ora vedremo se si tratta di "birbantelli" o di ladri. La politica intanto deve continuare ad affrontare il tema della democrazia e delle regole. Che non riguarda solo Bertolaso e il suo dipartimento".

Cosa vuole dire?

"In 20 mesi il governo ha messo 28 volte la fiducia, promosso 53 decreti e varato 189 ordinanze in deroga slegate da qualsiasi controllo. Affidandone il voto a un Parlamento di nominati in cui non è il governo a rispondere alla maggioranza ma il contrario. Questo meccanismo ha avuto effetti aberranti: si sono intimiditi tutti gli attori sociali mettendoli di fronte a un potere inappellabile e impenetrabile. Si sono incoraggiati così comportamenti basati sulle relazioni e tutti subalterni al potere. Negli ultimi due giorni è arrivato un primo stop a questo sistema. E il presidente della Repubblica ha fatto bene a sottolinearlo difendendo alcuni fondamentali della democrazia a cominciare dal ruolo del Parlamento".


Si può parlare di riforme con chi giustifica questo sistema di potere?
"Porre il problema delle regole non è sinonimo di inciucio. Per intenderci: alla fine abbiamo votato contro il decreto sulla Protezione civile. Ma un tema sul quale sarei disposto a qualsiasi confronto con la maggioranza ce l'ho: un piano nazionale anticrisi. Siamo l'unico Paese al mondo che nei primi due mesi dell'anno non ha parlato di redditi, industria e fisco. Discutiamone in Parlamento, magari con una diretta televisiva. Se si trova un'intesa non mi spaventa votare con loro, se non c'è mi opporrò fino all'ultimo. Nella massima trasparenza. L'importante è che gli italiani comprendano di che cosa si sta parlando e che si sta parlando di loro. Finalmente".

Perché Berlusconi dovrebbe cambiare registro dopo le regionali?
"Se cambiano i rapporti di forza, cambia anche la situazione. Non sono fiducioso sulle buone intenzioni del premier. Ma tocca a noi cominciare a dire che di Berlusconi ci interessa fino a un certo punto, che i cittadini hanno altri pensieri. Abbiamo l'occasione di introdurre qualche ripensamento nell'elettorato del centrodestra".

Il premier corre ai ripari dando alle regionali un valore nazionale e politico.
"Si mette al centro? Bene, ci stiamo. Chiederemo agli italiani di ragionare sul riassunto di questi 20 mesi di governo. Poi il Pd si presenterà con la sua piattaforma che ha un punto di partenza: siamo un partito fondato sul lavoro. Quello dei lavoratori dipendenti, dei piccoli imprenditori, dei professionisti, di tutti coloro che fanno per bene il loro mestiere".

Di fronte a un successo del centrosinistra, Berlusconi si dovrebbe dimettere?
"Non chiediamo agli elettori di mandare a casa il governo. Vogliamo che gli italiani spediscano una bella letterina a Berlusconi, con scritto che le cose così non vanno: il governo del fare ha pensato più ai fatti suoi che a quelli della gente. Noi abbiamo lavorato molto per accendere i motori e risultare credibili come opposizione. Siamo pronti a combattere, con ottimismo. Abbiamo candidature forti e schieramenti significativi. E quando parliamo di alleanze non lo facciamo perché siamo appassionati di politicismo. Pensiamo a un'altra Italia. La battaglia sul decreto della Protezione civile segnala la presenza di un arco di forze che distingue dalla destra su un punto fondamentale: come si governa in una democrazia. Le regionali sono una prima prova di quest'altra idea di democrazia".

Casini immagina un governo di transizione. Lei invece sembra puntare dritto al 2013. Non ha un piano B?
"Non ce l'ho. Psicologicamente e politicamente non ragiono così. Quando hai ben chiara la strada trovi le soluzioni anche se i percorsi si accelerano. Eppoi non credo molto al crollo del berlusconismo. Vedo che non riesce più a tirare avanti la palla, certo. Però i tentativi di Fini di delineare una destra europea sono tanto generosi quanto velleitari perché in Italia c'è Berlusconi. La Lega è il vero punto di tenuta della maggioranza. Ecco perché mi propongo di rendere evidente il ruolo di Bossi, protagonista come Berlusconi dei risultati negativi nei 7 anni su 9 di governo del centrodestra. Non deve essere più consentito al Carroccio di fare tutte le parti in commedia. Altro che Nord. Loro governano a Roma, secondo un modello di consenso che non risolve i problemi ma li agita, li usa: immigrazione, sicurezza, occupazione. Quest'area può essere indebolita".

Considera eccessivo l'uso delle intercettazioni?
"Sono contrario a qualsiasi tentativo di castrare uno strumento molto utile, soprattutto per le procure antimafia. Che spesso scoprono reati mafiosi partendo da indagini su altri reati. La divulgazione di intercettazioni su fatti marginali però crea un'atmosfera di delegittimazione generale, dà l'idea che non ci sia niente di pulito. Questo è un danno per il Paese. Nelle intercettazioni si possono inserire millanterie di vario genere. Del tipo: ho perso una gara e do la colpa a Veltroni".

A proposito di Veltroni, dice che il Pd non è nato con lo scopo di candidare a premier Casini.
"Fare le candidature non è lo scopo del Pd. Una cosa è certa: siamo favorevoli a un assetto bipolare ma non bipartitico. Per il candidato vedremo, potrebbe essere uno o una che ancora non si vede".

Lei difende la Bonino per le sue competenze. Non è un modo per dribblare il tema dell'identità? Per non affrontare la questione cattolica?
"Emma Bonino non è del Pd. A lei si chiede di guidare un programma e una coalizione nei quali c'è anche il Partito democratico. Io dico che saprà fare bene il mestiere di amministratore e di guida di un'alleanza fatta da tanti e diversi. La questione dei cattolici nel Pd è tutt'altra cosa. Siamo nati per mettere assieme varie culture sul piano del progetto politico. Nel totale rispetto di ispirazioni di fede, etiche e ideali. Nel Pd infatti militano tantissimi credenti".

E la Binetti?
"C'è anche chi non vuole ingaggiarsi in questa sfida. Ma la scelta, legittima, è politica. La fede, la pari dignità non c'entrano. Avvenire parla di deriva zapaterista? A me non risulta. La mia idea di laicità sta tutta nella Costituzione, che è figlia in larga parte della cultura cattolica".

Bisogna andare a Sanremo per dimostrare che il Pd è un partito popolare?
"Vado a Sanremo perché mi piace la musica. Il rock, la lirica, persino i canti di montagna. Perché stupisce che un leader del Pd vada al Festival o da Emilio Fede? Per allargare la coperta dobbiamo prima allargare la testa".

Per chi tifa?
"Confesso un debole per Irene Grandi".

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