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contributo inviato da LOGU il 17 febbraio 2010
 

Milano, disordini Via Padova

 Guerra tra etnie, tolleranza zero, espulsioni, integrazione e sicurezza. Il governo si prenda carico del fatto che è fallita una politica sia di integrazione che di sicurezza. Mi fermo qui perché sono molte le parole e gli sproloqui di questi giorni. 
 
Il governo non ha un pensiero sull’immigrazione, esprime solo reazioni al fenomeno, oggi epocale, quindi non può avere una conseguente politica di integrazione da non confondere con assimilazione. Con il “pacchetto sicurezza” il governo ha determinato le condizioni di rendere criminale ogni essere umano che è costretto a lasciare il proprio paese i propri affetti e chiede solo di essere accolto in nome di un diritto che l’umana coscienza riconosce e la “carta dei diritti dell’uomo” sancisce.
L’opposizione dal canto suo scivola continuamente sulle bucce di banana che l’esecutivo lascia per strada. Per cui l’opposizione non fa altro che ribattere al Governo la sua inefficienza e/o il suo fallimento invece di  essere propositiva, di saper leggere gli eventi nell’ottica chiarificatrice, di aiutare a cambiare un pensiero. Mi spiego: rispetto a fatti di Via Padova sarebbe stato più efficace, come comunicazione, dire: Occorre distinguere tra il fenomeno delle gang latine che spadroneggiano in alcuni quartieri di Milano e la popolazione migrante che si impegna onestamente nel quotidiano e contribuisce alla crescita del Paese Italia.
Invece di limitarsi a ribadire: Il governo si prenda carico del fatto che è fallita una politica sia di integrazione che di sicurezza.
(Dal Dossier Statistico Immigrazione 2009 - Caritas Migrantes - leggiamo che è notevole l’apporto finanziario degli immigrati all’economia italiana. I versamenti contributivi effettuati all’Inps sono stati stimati dal Dossier pari a oltre 7 miliardi di euro),
ne consegue che: “I migranti ci pagano le pensioni!...”.
Il distinguo, apparentemente implicito, aiuta a contrastare un pregiudizio sui migranti e a non fare tutto un fascio della popolazione straniera che vive in Italia.
Non si sente mai parlare di GIUSTIZIA se non in termini di legge. Mi domando: Come può esserci la tanta sbandierata: SICUREZZA senza operare in modo giusto. Necessita giustizia nella società in tutti gli ambiti a tutti i livelli. Mentre ora possiamo vedere applicare diversi livelli di giustizia in modo apparentemente giusto. Non può  manifestarsi nulla di buono se non ci impegniamo nell’essere giusti. La Giustizia genera la pace e ci fa dono della sicurezza. Non funziona al rovescio partendo dalla Sicurezza..
 
CI SENTIAMO SICURI:
se pensiamo la terra come dono di tutti
se coltiviamo la pace in noi
se viviamo le differenze e l’incontro come opportunità
se ci riconosciamo, almeno un poco, nell’altro
se abbiamo rispetto per le cose che non comprendiamo
se….
  
Noi siamo in larga parte ciò che pensiamo. I pensieri hanno il loro peso nel costruire parole che diverranno comportamenti:
Se ad esempio, nella Babele di parole di oggi sostituissimo: Tolleranza con Rispetto creeremmo nuove e più positive condizioni. Nella parola “tolleranza” manca l’equilibrio, come in una bilancia fuori asse. La parola contiene nello stesso tempo: chi tollera e chi è tollerato quindi una posizione di potere e una svantaggiata.
Occorre dar vita a un nuovo lessico, ritrovando le parole, disarmate dal silenzio, per una rifioritura del linguaggio che ci permetta relazioni più autentiche.
La migrazione è una costante della storia umana. In tutte le epoche le popolazioni di sono messe in cammino da un luogo ad un altro per: commercio, scambi, a motivo di guerre, carestie. La questione oggi è dovuta soprattutto alle dimensioni, ai numeri che diventano fenomeno sociale. Una umanità in movimento che nel nostro continente, da due millenni, è  divenuto luogo di incontro/scontro tra popoli differenti. Senza dimenticare le immigrazioni interne è in altri continenti che noi italiani conosciamo bene avendoli vissuti sulla nostra pelle.
Abbiamo tutti la responsabilità della testimonianza non solo chi governa o chi governerà. In qualsiasi campo siamo impegnati ci vuole un grande lavoro di cura. Soprattutto quello di sollecitare e sostenere  i valori della vita che non è compito solo delle istituzioni religiose.
Ogni giorno siamo chiamati in prima persona, incrociando le differenze, di qualsiasi genere, a riconoscerle e legittimarle iniziando da una sincera apertura del cuore, orientato alla ricerca delle somiglianze nel nome della stessa “umanità”.
I migranti sono gli ultimi, anche se a noi più vicini, la distanza grande che ci separa non è quella dei muri ma è quella dei cuori. Si tratta di riportare nell’incontro tra noi e  le differenze: linguistiche-culturali-sociali-religiose dei popoli migranti una disponibilità fiduciosa: cosa è questo per te?, per la tua gente?... lo scopo è di aprire i mondi. Se favoriamo queste pratiche limitiamo al nascere di traumatismi di diverso ordine: culturali, sociali, religiosi, e non perdiamo una buona occasione. Altrimenti lo spazio vuoto lo colmerà l’apparato esecutivo con il pensiero di paura che lo alimenta che ci venderà processi di assimilazione camuffati da integrazione illuminata. Occorre in altri termini: una nuova pedagogia dell’incontro che se la politica di governo, per sua scelta e orientamento non lo fa, lo faccia l’opposizione smettendola di usare slogan e produca buone pratiche coniugando interventi di mediazione mirati alle diverse etnie e comunità.
Ogni essere umano ha un suo specifico alfabeto, anche simbolico, attraverso il quale comunica e comprende il mondo e se stesso; nello stesso tempo è portatore di una verità che è legata alla sua esperienza che  bisogna legittimare. Per incontrare ogni persona bisogna essere disposti ad incontrare il suo mondo e il luogo che l’ha costruito. Lo scopo e  riconoscere la propria umanità nell’altro.
Ascolto quasi tutti i giorni: Può l'Italia accogliere tutti quelli che arrivano?. Ha lavoro e strutture per tutti, soprattutto in un momento di crisi come questo che viviamo?.
Penso occorra disincentivare i flussi, non con i respingimenti pensando che siano la soluzione, perchè tali iniziative aggiungono dolore alla disperazione e causano ulteriore smarrimento. Necessita investire nello sviluppo: sociale, economico, intellettuale, iniziando dai bisogni della gente dei paesi che sono origine della drammatica corrente migratoria, badando a non compromettere i delicati equilibri che regolano le comunità. Impiegando a questo scopo parte delle ingenti spese militari.
(Il personale militare italiano è presente in 20 paesi nel mondo, circa novemila soldati. - (fonte: www.difesa.it ). Altresì occorre favorire chi desidera muoversi, conoscere il mondo, sperimentare se stesso. Nessuno può essere limitato nei suoi desideri, nei suoi bisogni.
Penso sia arrivato il momento di accettare la realtà e la prova che oggi ci sottopone a forti sollecitazioni, volgendoci a creare le condizioni per regole condivise e rispetto per tutti, piuttosto che vivere una condizione di minaccia permanente.
Considero che non possiamo proprio fare a meno di incontrare o di scontrarci, se lo scegliamo, con le differenze di vario genere: linguistiche_culturali, sociali, religiose.
La mia opinione è che oggi si generalizza troppo, non possiamo parlare per categorie. Un atto delittuoso va punito secondo le leggi; non deve rispondere però anche all’origine del delinquente. Purtroppo, questo è un pensiero diffuso: quello di collegare un reato ad una etnia o un gruppo. La cronaca giornalistica, da parte sua, non alleggerisce e spesso non contribuisce a spiegare.
Quando ci rivolgiamo ad un essere umano disperato nominandolo: “clandestino” cancelliamo la sua identità e il rapporto che lo lega al suo mondo, operiamo anche a livello culturale. Non lo riconosciamo “uomo nostro simile” depositario di una storia. Tranciamo brutalmente le sue relazioni i suoi affetti. Abbiamo realizzato ciò che la legge aveva nella sua costruzione, ora purtroppo resa esecutiva: punire come reato una condizione di drammatica sofferenza senza che ci sia una condotta delittuosa che possa giustificarne la punizione.
Penso alla migrazione italiana, in Europa, negli anni “60. In Germania, in Belgio dove i minatori italiani venivano chiamati Gueules Noires (musi neri) o in Svizzera dove era impedito l’accesso nei locali pubblici agli italiani e ai cani. Ho proprio l’impressione che non abbiamo imparato nulla da questi eventi che hanno lasciato nei nostri parenti: nonni, zii, fratelli e sorelle, cicatrici ancora visibili. Riconoscere sia le differenze che le somiglianze penso sia saggezza, mentre costruire il totem dell’identità  è pura follia. Fortunatamente, siamo tutti il risultato dell’ibridazione, della mescolanza, anche se qualcuno si ostina oggi a pensare il contrario e a costruire politiche a sostegno del pensiero oscuro che però malauguratamente avanza.
 
Cordiali saluti, Guglielmo Loffredi 
TAG:  IMMIGRAZIONE  MIGRANTI  MILANO  SICUREZZA 

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