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contributo inviato da giorgio egidio il 12 febbraio 2010
Soffro di una malattia autoimmune che ha colpito il sistema nervoso centrale. Ciò ha prodotto una situazione di disabilità che con l’andar del tempo è destinata a progredire e qui entra in gioco la fortuna, o il fato: chi è fortunato avrà un peggioramento lento, diciamo che potrebbe essere semplicemente un’enfatizzazione dell’invecchiamento, per chi invece lo è meno potrebbe avere delle cadute brusche delle sue funzioni: la deambulazione, la vista, la memoria, la manualità …

Io appartengo alla categoria dei mediamente fortunati, nel senso che ho subito delle limitazioni, ma in modo graduale, direi dolce, se questo aggettivo non mi sembrasse fuori luogo. In passato ho avuto una vita normale, ho fatto il boy scout da ragazzo, poi il militare, ho fatto sport, mi sono (felicemente) sposato e ho avuto una figlia, sono andato per tanti anni in vacanza in campeggio, sia con la tenda che con la roulotte. Mi piaceva camminare, correre, nuotare, fare sci di fondo e soprattutto andare in bicicletta.

Uno dei migliori medici che mi ha avuto in cura mi ha detto una cosa saggissima: non guardare mai indietro (cosa che in questo momento sto facendo e infatti un po’ mi fa soffrire) e non guardare mai a quello che potrebbe essere il futuro (altra cosa che non faccio molto: mi piacerebbe avere un po’ di progettualità, essere preparato sia al meglio che al peggio, d’altra parte il motto degli scout era estote parati).

Di una cosa sono però contento: di essere uscito dal mondo del lavoro, sono infatti da poco pensionato. Per carità esistono sacrosante leggi a tutela dei disabili e normalmente (spesso obtorto collo) vengono anche applicate, ma in ogni caso vivere la disabilità ‘dall’altra parte’ non è scevro di mortificazioni, se non di reali limitazioni. Alla prima categoria appartengono quei piccoli fatti figli della scarsa sensibilità che tutti si ha nei confronti del prossimo: <oggi sono venuto a piedi in ufficio, una volta alla settimana devo proprio farlo!>, <non se ne può più con questi posteggi per disabili che occupano tutti gli spazi della città!>, <oggi non posso fermarmi: devo andare a correre, se no sclero>…

Alla seconda categoria appartengono invece quegli ostacoli forse peggiori delle barriere architettoniche (di cui i posti di lavoro sono disseminati). Da quando ho incominciato ad avere seriamente problemi di mobilità, piano piano, senza che nessuno dicesse niente, ho avuto la nettissima sensazione che la mia carriera subisse prima un rallentamento, poi si ‘insabbiasse’. Per carità non ho fatto (dichiarati) passi indietro, ma diciamo parecchi passi laterali. Fortunatamente a me il peggioramento è iniziato a un’età adulta, quando ero nel mondo del lavoro da parecchi anni e avevo raggiunto una posizione di relativa sicurezza, ma che cosa sarebbe successo se la stessa cosa mi fosse capitata all’inizio della vita lavorativa? Un posto di lavoro protetto probabilmente lo avrei ottenuto, frustrante, mortificante, limitativo (le gambe o le mani funzionano male, ma il cervello continua a ragionare) e quale prospettiva può avere un ragazzo oggi con analoghi problemi in età giovanile?
TAG:  MALATTIA  DISABILITÀ  MONDO DEL LAVORO 
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