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contributo inviato da dalle nebbie mantovane il 7 febbraio 2010
Per quanto lontano egli vada e per quanto velocemente, la catena lo accompagna. (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali)

Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e da te stesso non ci scappi nemmeno se sei Eddie Merckx. (Ligabue, Radiofreccia)

Invece gli infelici protagonisti di questo romanzo sono fermamente convinti che la vita è altrove. Che solo in Europa, e precisamente a Parigi, riempiranno il vuoto delle loro esistenze. Solo in quell’unico capitolo dove sentiamo finalmente, come un rintocco funebre, la sua voce, April confesserà a se stessa di aver fallito.
Di aver preteso eroismi virili (Tu sei la cosa più bella che esista: sei un uomo.) da una persona normale e mediocre, suo marito, senza chiedersi se non fosse una compensazione per la propria mediocrità e per la propria mancanza di talento come attrice.
Di aver sempre cercato scuse per la propria insoddisfazione.
Di aver sempre recitato e mentito, ma nella vita, non sul palco.

Mentre noi, per tutto il romanzo, attraverso le voci di tutti gli altri – Frank, i vicini, i figli – questa mediocrità che è anche la nostra, e che sarebbe un errore vedere come la descrizione di un’epoca (gli anni 50) morta e sepolta, la vediamo e ne sentiamo il sapore amarognolo, e tuttavia ci chiediamo quale sia l’alternativa: il suicidio? Il manicomio?

Yates di risposte non ne ha. Però sa scrivere, anzi, come nota Richard Ford nella prefazione, persino nella punteggiatura non c’è mai niente di troppo o di troppo poco.
Finora miglior lettura del 2010 (e siamo solo a febbraio).

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