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contributo inviato da Fabio1987 il 3 febbraio 2010


Di Massimo Carlotto (Il Manifesto)

Gli operai di Portovesme hanno messo in conto anche le manganellate ma a tornare indietro non ci pensano proprio. La storia dell'Alcoa di Portovesme è l'ennesimo esempio dell'uso spregiudicato di un territorio usa e getta come la Sardegna. Multinazionali e cordate di ogni risma si gettano sull'isola e sulle sue ricchezze, pronti ad andarsene senza nemmeno salutare quando l'osso è ben spolpato. La situazione è disastrosa e i lavoratori dell'Alcoa hanno capito che non è in ballo solo il posto di lavoro ma il loro futuro perché se perdono trovare un'altra occupazione sarà davvero dura. La lotta dei minatori e la loro cocente sconfitta è ancora una ferita aperta e dolorosa ed è un monito a non arretrare di un solo millimetro. Il Sulcis è stato fatto a pezzi a forza di promesse mancate, ce lo ricordiamo tutti Berlusconi che nella sua personale campagna elettorale per sostenere il silente candidato Cappellacci gridava agli operai: «ora telefono a Putin e salvo la fabbrica». Menzogne. Sempre menzogne. Tanto i sardi alla malaparata si fanno la valigia ed emigrano.

La Sardegna è presa d'assalto d'estate dai turisti e le mafie investono e riciclano ma i paesi dell'interno si svuotano. I militari e le aziende del settore occupano e avvelenano con i loro esperimenti territori che, da tempo, dovevano essere restituiti ai loro legittimi proprietari. Nell'assenza più totale di un ceto imprenditoriale e finanziario capace e illuminato prosperano gli «stranieri» che saccheggiano una delle isole più belle del mondo con le complicità di sempre. Nell'assenza imbarazzante di una sinistra in grado di organizzare opposizione e di immaginare un futuro possibile, i sardi continuano a essere maltrattati, a essere considerati «periferia dell'impero».
Oggi i lavoratori dell'Alcoa rappresentano quella parte del popolo che non ha mai abbassato la testa e non si è piegata alle logiche dello stillicidio delle promesse. Più a est, affacciati a un altro mare, altri operai della stessa azienda difendono il posto di lavoro. Ma il Veneto non è la Sardegna e il territorio trasuda ricchezza mentre gli industriali prendono a calci la vita di tutti coloro che non hanno un ruolo nel rilancio del grande Nordest. Con grande disinvoltura e senza un briciolo di senso etico i padroni delocalizzano, agitano la crisi per ristrutturare senza troppe rotture di scatole, chiudono fabbriche in attivo per aver sputtanato vagonate di soldi. Tanto c'è il nuovo Ptrc (Piano regionale di coordinamento) con le sue infrastrutture faraoniche, e poi c'è da cementificare, costruire piccole Los Angeles ai bordi della laguna, bucare montagne, autodromi e miriadi di centri commerciali da costruire. I soldi girano, eccome se girano. Non solo quelli ritornati a casa con lo scudo fiscale ma quelli che arrivano da non si sa bene dove. Ora c'è il territorio da privatizzare e mercificare. Non sono bastati 25 anni di capannoni che ora espongono il cartello affittasi in italiano e in cinese. La campagna elettorale è già partita alla grande su centrali nucleari, termovalorizzatori, discariche. Il sacco del Nordest. La politica del fare di Galan ha creato un intreccio affaristico pubblico-privato al di fuori di ogni controllo e possiamo stare tranquilli che la Lega, che con tutta probabilità si papperà la regione in un sol boccone, si adeguerà al sistema. Nel frattempo distribuiscono le bandiere col Leone di San Marco ai lavoratori dell'Alcoa per scimmiottare l'orgoglio dei lavoratori sardi nello sventolare i quattro mori. Blaterano di identità, di popolo ma alla fine stanno sempre con i poteri forti. Se l'Alcoa trasferirà la produzione in Arabia Saudita dove stanno già costruendo gli stabilimenti non perderanno certo il sonno. I lavoratori e le loro famiglie tengono duro. Con fermezza. Dignità. Rabbia. E spero che sia contagiosa. Maledettamente contagiosa.

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