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contributo inviato da Elena R il 27 gennaio 2010

Il 27 gennaio del 1945 le truppe dell'Armata Rossa, durante la loro avanzata verso Berlino, arrivarono nella cittadina polacca di Oswiecim (Auschwitz) e si trovarono di fronte al suo tristemente famoso campo di sterminio, liberandone i pochi superstiti, rivelando al mondo l'orrore del genocidio nazista.

Con la Legge 20 luglio 2000 n. 211, il Parlamento Italiano ha aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come  la giornata in cui commemorare le vittime del nazismo e ricordare  tutti coloro che, a rischio della propria, hanno salvato altre vite.

Quando l’Armata Rossa fece il suo ingresso nel campo di concentramento di Auschwitz, emerse, in tutta la sua drammaticità, l’orrore per l’olocausto di un popolo; le immagini, immortalate dagli operatori sovietici e mostrate al processo di Norimberga, come prova contro i crimini nazisti, sconvolsero il mondo intero, che prese finalmente coscienza dell’agghiacciante e sistematico stermino di ben 6 milioni di ebrei,  teorizzato da Hitler nel suo "Mein Kampf" e coscienziosamente messo in pratica, dopo la conquista del potere.

L’antisemitismo, però, non è un’invenzione tedesca.

L’odio nei confronti degli ebrei ha le sue origini nell’antichità, è una forma di razzismo con motivazioni religiose, nel “Terzo Reich” trova un'espressione particolarmente violenta e orribile : il tentativo dell’eliminazione di massa di tutto un popolo.

Ricordare ciò che è stato, il delirio collettivo in cui sono caduti molti Paesi europei, è il tentativo di costruire un futuro libero da simili orrori, ma non è una garanzia di pace e di democrazia, non basta crogiolarsi nella memoria, bisogna agire ogni giorno, bisogna educare alla tolleranza e alla pace noi stessi e le giovani generazioni.

Undici milioni di persone sono passati attraverso i campi di concentramento, non erano tutti Ebrei, c’erano perseguitati politici, asociali, omosessuali, zingari, criminali comuni, testimoni di Geova,  per ognuno di loro un numero e un pezzetto di stoffa colorata a segnare l’origine e il destino.

Se non cerchiamo di smontare i meccanismi che alimentano l’odio razziale, che giustificano la catalogazione degli uomini e il riconoscimento dei diritti sulla base di presunte appartenenze rischiamo di ricommettere gli stessi errori, magari rinnovati nella forma, agiti in sintonia con i tempi e con le nuove situazioni, ma alimentati dalla stessa cieca paura che annebbia la ragione, che ti fa dire: è necessario, è spiacevole ma è necessario, proprio non possiamo fare diversamente..

La paura, una paura che fa chiudere gli occhi, che giustifica gesti e azioni che non consentiamo neppure contro i nostri amati animali domestici, perché razzista non è chi riconosce le differenze, ma chi nega al diverso l’appartenenza all’umanità.

Anche allora si levarono voci di protesta, qualcuno usò il suo potere e le sue risorse per salvare vite, molti pagarono un prezzo altissimo, oggi sono eroi,di qualcuno di loro non abbiamo neppure il ricordo, ma non sono bastati.

Per fermare la barbarie ci vuole un’onda d’urto, non bastano qualche dibattito televisivo più o meno accesso, qualche immagine raccapricciante, qualche vescovo o prelato che ci ricorda che siamo tutti figli dello stesso Padre.

Le parole, le immagini, perfino la religione, tutto più essere strumento da piegare ai propri desideri,

da usare per giustificare l’ingiustificabile, l’unica consapevolezza è che siamo tutti uomini e la violenza contro noi stessi non può appartenerci.

Lo stesso Primo Levi, in quello che è considerato il suo testamento, un anno prima della sua morte, ribadiva come i germi della catastrofe ancora si annidano nella nostra epoca, e che resta sempre costante il rischio che quella catastrofe si riproponga: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire“.

Diversi anni dopo aver lasciato il campo di sterminio, Primo Levi inseguito dai fantasmi si toglie drammaticamente quella vita che aveva difeso con tutte le sue forze durante gli anni della deportazione, le sue  pagine e le sue poesie sono  la sua preziosa eredità.

 

 

 

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

 

 

 

27 gennaio 2010

 

I Circoli del Partito Democratico di

Casaletto Lodigiano, Caselle Lurani, Castiraga Vidardo e Valera Fratta (LODI)

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