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contributo inviato da mariotto80 il 22 gennaio 2010

Giovedì 21 gennaio 2010.

Montecatini Terme. Un ex autista licenziato dal Comune nel 2004, dopo una travagliata vicenda giudiziaria, entra in Municipio e fredda con un colpo di pistola la funzionaria, ritenuta responsabile della decisione. Tornato a casa, si suicida.

Roma. Un ingegnere 41enne entra in una caserma dei Vigili del Fuoco, con un coltellaccio di dieci cm ferisce alla gola un’impiegata amministrativa e altri tre pompieri. Quindi irrompe nel parcheggio, dove, a bordo della sua auto, investe chiunque si trovi sul suo percorso. Bilancio: dieci feriti, di cui 3 gravi. Il tecnico, dipendente della caserma, reclamava il pagamento di alcune spettanze. Negli ultimi tempi era stato sottoposto a un controllo da parte di una struttura psichiatrica, che l’aveva giudicato idoneo al servizio.

Alcune settimane fa, ho ascoltato in radio Fausto Bertinotti. Non ho particolare stima dell’ex presidente della Camera, che ritengo, insieme a Massimo D’Alema, il vero killer della sinistra italiana. L’ex leader di Rifondazione Comunista, da analista di razza, aveva però individuato una fondamentale caratteristica dell’attuale momento sociale del Paese: la trasformazione della lotta per il lavoro da confronto dialettico tra due apparati – quello industriale, da un lato, e quello sindacale, dall’altro - a dramma personale, privato, individuale.

La crisi tragica che ha travolto i sindacati nell’ultimo decennio ha privato centinaia di migliaia di lavoratori precari di un punto di riferimento fondamentale per la conoscenza e la difesa dei loro diritti. Questo stato delle cose ha prodotto una marea di individui lasciati nella più totale solitudine di fronte a un dramma assoluto, la perdita del posto di lavoro, che sconvolge le loro vite, sotto ogni profilo. La precarietà lavorativa produce precarietà esistenziale, economica, affettiva. E, come certifica la cronaca, disperazione.

Una disperazione invisibile. Perché spesso vissuta con vergogna dagli stessi disoccupati o precari, che cova dentro e si alimenta dell’assordante silenzio della comunità. Dell’indifferenza delle istituzioni e dei media.

Forse, invece di continuare a fare lobbying, i sindacati, se vogliono dare minima giustificazione al loro “oggetto sociale”, dovrebbero tornare a preoccuparsi di chi non ha niente e non sa cosa possa essere il suo domani.


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commenti a questo articolo 0
commento di stagioni inviato il 23 gennaio 2010
"UNA DISPERAZIONE INVISIBILE"........"e si alimenta DELL'ASSORDANTE SILENZIO DELLA COMUNITA'".
Hai detto bene caro Mariotto , è questo IL GRANDE E VERO DRAMMA.
Anche noi , i più o meno protetti (come dice giustamente versoest) "ci siamo persi".
PS-Prima di Bertinotti,oltre dieci anni fa ci fu "un certo" Bruno Trentin che "ci avvertì" di QUESTO PERICOLO.
Un caro saluto.
commento di versoest inviato il 23 gennaio 2010
Caro Mariotto,posso fare un commento personale, tutto ciò che è politico, di questi tempi, si misura con il Lobbyng ovvero con gli interessi di riferimento che significano potere e risorse economiche. A questa logica non si sottrae nemmeno il sindacato che la sua Lobby la trova tra coloro che il posto di lavoro ce l'hanno, nel Pubblico e nel Privato, tra i pensionati che godono di reddito, più o meno dignitoso, fisso, tutti coloro cioè che possono pagare le quote di mobilitazione e iscrizione. Tutti gli altri non sono in grado di fare Lobby, i loro diritti dovrebbero essere garantiti dalla Costituzione, mai attuata, ritenuta, dal pensiero unico dominante, obsoleta e frutto di ideologia. All'interno di questa cornice, desolante, la gente con il suo vissuto privato è invisibile perchè non ha poteri di sorta da far valere ne principi generali a cui appellarsi.
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