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contributo inviato da dianacomari il 10 gennaio 2010

«Il Pd dovrebbe ascoltare di più i suoi elettori». È questa la frase che girava qualche giorno fa sul web ed è questo un problema che da parecchio tempo attanaglia il centrosinistra.
C’è una distanza forte tra i vertici del partito, le loro scelte politiche e la base e i cittadini. Una distanza che da tempo è stata riempita da altre forze politiche che, evidentemente, hanno mostrato di saper rispondere meglio alle esigenze degli elettori.

Il Partito Democratico è nato per essere un grande partito, per parlare a milioni di italiani, rivolgersi ad un elettorato ampio e, invece, questa “vocazione maggioritaria e popolare” fa fatica a verificarsi.
Il Pd doveva essere una novità, ma è nato vecchio: è nato dall’unione di vecchi partiti, con classi dirigenti vecchie, legate a vecchi modi di fare politica.

Una politica, quella del mondo di oggi, sempre più intrecciata agli affari. Una politica in cui il conflitto di interessi non è soltanto quello del Presidente del Consiglio, ma ce ne sono molti di più e a vari livelli.
Marco Travaglio, provocatoriamente, tempo fa ha detto che oggi «se hai fatto delle cose fuori dalla legge e vuoi evitare la galera, ti fai eleggere in Parlamento».
Vero o no, il pensiero dominante nei cittadini è questo.
Si parla molto del disamore verso la politica da parte dei cittadini, soprattutto per quanto riguarda le nuove generazioni, ma è un po’ difficile innamorasi della politica oggi.
Non è tempo di ideologie, si dice, ma neanche di ideali.

È una politica autoreferenziale quella di questi tempi, dove le classi dirigenti si occupano di se stesse e dei propri amici.
Le affermazioni di Enrico Letta su Berlusconi che aveva diritto a difendersi «dai processi» (poi corrette) a cui sono seguite quelle di D’Alema e Latorre che indicavano una disponibilità ad una riforma della giustizia che consentisse al Premier di evitare i suoi guai giudiziari, in cambio di iniziare poi un dialogo politico utile per cambiare il Paese ne sono l’affermazione più evidente e vanno a collocarsi ben lontano dall’idea dell’alternativa al governo che Bersani ha promesso il giorno in cui è stato nominato segretario.
D’Alema si è difeso rispondendo «io sono un politico» e facendosi vanto di abilità tattiche, ma la sua è una tattica che dimentica completamente i cittadini di cui la politica dovrebbe essere al servizio e di cui i dirigenti politici dovrebbero essere i rappresentanti nelle sedi istituzionali.

Una politica che pensa solo a se stessa e sta lontana dai cittadini non è una buona politica.
Non è una buona tattica quella che consente di realizzare accordi che finiscono per fare gli interessi di qualcuno e mettono al centro della discussione non il Paese e i cittadini, ma una stretta cerchia di potenti.
Questo può solo favorire il crescere dell’antipolitica, dei popoli viola, dei “vaffanculo” di Beppe Grillo, delle statuette del Duomo di Milano.

Franceschini, qualche tempo fa, ricordando Zaccagnini ha citato una frase il cui il politico Dc sosteneva che: «Sul piano politico il no al comunismo significa che se essi studiano, noi dobbiamo studiare di più; che se essi lavorano, noi dobbiamo lavorare di più; che se essi sono seri, noi dobbiamo essere più seri; che se essi hanno fede, noi dobbiamo avere più fede e certezza nelle nostre idee di quanta ne abbiano loro».
È una logica di puntare al rialzo, sul piano dell’impegno e dei valori. Una logica che oggi si è perduta.
Oggi vige un gioco al ribasso, al cercare di stare a galla basandosi sull’idea che tutto è uguale a tutto: non si dice «loro sbagliano, noi facciamo meglio»; oggi si dice «abbiamo sbagliato? Tanto loro sono peggio di noi».

Il Partito Democratico oggi non rischia e quello che sta accadendo nelle candidature per elezioni regionali ne è la dimostrazione: non si cerca il candidato nuovo, capace di rinnovare e di vincere, non si scommette più.
Certe regioni sono state considerate perse in partenza e di conseguenza è diventato inutile rischiare di far perdere la faccia a qualcuno di importante. Nessuno si prende la responsabilità di farsi kamikaze mettendoci la faccia in una scommessa persa in partenza e allora si vanno a riciclare soggetti già usurati o si dà credito a soggetti validi ma imbucati furbescamente nei vuoti che il partito (completamente incapace di decidere) ha lasciato.
Si cerca un’alleanza in grado di garantire un certo numero di voti e in base a questa si vanno a prendere dei personaggi dalla possibilità di riuscita discutibile, già ampiamente navigati (e in qualche caso anche ampiamente candidati e sconfitti). Non si rischia, non si vuole fare quel passo in più per provare un azzardo nel tentativo di vincere.
Il Pd ha sbagliato su Puglia, Umbria, Lazio e Lombardia.

Il caos della Puglia è nato per accaparrarsi l’alleanza con l’UDC, che rifiutava di sostenere il governatore uscente Vendola. Da questo l’errore di voler candidare forzatamente alla Regione l’appena riconfermato sindaco di Bari, Emiliano.
Le elezioni amministrative si sono svolte a giugno e la riconferma di Emiliano è troppo vicina per pensare di farlo dimettere dal ruolo appena ottenuto per candidarlo ad altro. Ancora più folle la sua idea di cambiare lo statuto regionale - con una legge ad personam (ottima idea dopo aver contestato quelle di Berlusconi!) - per mantenere la poltrona di sindaco in caso avesse ricevuto una bocciatura alla Regione.

Il caso dell’Umbria è tutto giocato sulle regole e sulle poltrone: la governatrice Lorenzetti non poteva essere ripresentata per il terzo mandato, ma ha deciso di farlo in merito alla sua forza elettorale o alla sua vicinanza di pensiero all’attuale maggioranza della direzione del Pd. Nessuno ha posto resistenza, eccetto i suoi contendenti di poltrona. La “minoranza interna” al partito, sbagliando a sua volta, anziché cercare di discutere e risolvere il problema (internamente o con le Primarie), ha scelto le vie legali ricorrendo al Tar: una figuraccia su scala nazionale che mostra un partito litigioso e interessato al potere, incurante delle regole esattamente come il centrodestra.

La Lombardia, il Pd non l’ha mai considerata una Regione da conquistare: è sempre stata considerata terra degli “altri”. Formigoni si è ripresentato per il Pdl per il quarto mandato (e qui qualche protesta dal Pd è stata avanzata). Nonostante gli scandali sanitari delle cliniche convenzionate con la Regione, gli assessori in manette, gli avvisi di garanzia, niente ha fornito spunti al Partito Democratico per fare la campagna elettorale e per trovare un candidato. L’unico disponibile e subito acchiappato (prima che svanisse anche lui) è stato Filippo Penati, neo-sconfitto alle provinciali di giugno contro Podestà e aspirante a sindaco di Milano (per cui si vota nel 2011). Un gioco al ribasso (senza nulla togliere allo spessore politico di Penati), un non mettersi in gioco, un non tentare nemmeno di azzardare un cambiamento (del resto anche le volte che si è cercato di cambiare, negli anni passati, sono usciti dal cilindro del centrosinistra una serie di candidati improbabili, poco credibili e svaniti nel nulla subito dopo la sconfitta subita).

Il caso del Lazio è piuttosto ridicolo per come è stato non-gestito: dopo lo scandalo di Piero Marrazzo, il Pd ha capito che quella regione era definitivamente perduta, a maggior ragione se il Pdl candidava la Polverini (apprezzata anche a sinistra). Impossibile trovare un candidato valido, quasi tutti si sono dichiarati indisponibili per quella corsa e in quel vuoto ci si è buttata la radicale Emma Bonino.
Il Pd - che a quel punto avrebbe dovuto farsi furbo e cavalcare l’onda e appoggiare la candidata radicale come se fosse un’idea propria - anche in questo caso è rimasto muto e attonito (per lo smacco subito di essersi fatto soffiare l’opportunità di rendersi visibile in una regione chiave), rendendosi ancora più ridicolo di quanto già non lo fosse e mettendosi addirittura alla ricerca di altre improbabili soluzioni, affidando a Zingaretti un “mandato esplorativo”.
Qualcuno ha fatto i nomi di Silvia Costa e David Sassoli, neo-eletti al Parlamento Europeo, facendo un altro errore, considerato il fatto che durante tutta quella tornata elettorale si era detto che i candidati scelti dal Pd erano persone valide e che sarebbero poi rimaste a ricoprire la carica ottenuta: che senso avrebbe adesso farli correre per altri ruoli, in cui comunque sarebbero sconfitti? Dove va a finire la credibilità del partito e delle persone?

Bersani ha sbagliato a scomparire nel silenzio in giorni in cui c’era bisogno di parole chiare sul da farsi.
Bersani ha sbagliato a preoccuparsi della “minoranza interna” e a non accorgersi che il vero problema lo hanno creato alcuni esponenti della sua maggioranza (Letta, D’Alema, Latorre) nel rilasciare dichiarazioni fuori luogo.
Bersani ha sbagliato ad essere assente in giornate in cui la sua presenza era fondamentale per governare un partito che troppo spesso lascia prevalere la confusione.

«Due anni per darci un sistema di governo del partito sono decisamente troppi», ha scritto l’amico Paolo Volterrani in un intervento per il nostro circolo.
Questa frase un po’ inquieta.
L’impressione è che siano in molti a pensare che la vera partenza del Pd sia adesso, come se in questi due anni non ci fosse stato nulla e quel che c’è stato sia da cancellare.
Personalmente, non vorrei proprio che si pensasse questo.
Pierluigi Bersani è il terzo segretario del Partito democratico, non è il primo e chi c’era prima di lui delle cose le ha dette e le ha fatte, condivisibili o meno che siano e non è pensabile di ricominciare come se si partisse da zero.

Cambiare segretario non vuol dire rimettere in discussione tutto il partito.
Ci sono dei punti fermi del centrosinistra come il rispetto delle regole, il rispetto della legalità, il valore della solidarietà sociale, l’attenzione alle problematiche del lavoro, la vicinanza ai bisogni delle classi più deboli che devono restare principi fondamentali per questo partito e non devono essere banalizzati e archiviati per meri motivi di probabilità elettorale e tattiche di alleanze o peggio barattati in cambio di favoritismi personali. Ci sono dei punti fermi che i dirigenti del Pd farebbero meglio a prendere in considerazione prima prendere decisioni o rilasciare dichiarazioni ai giornali, per pensare davvero ad una politica capace di volare alto mettendo al centro l’interesse dei cittadini.

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