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contributo inviato da team_realacci il 16 dicembre 2009
Copenaghen, 16 dicembre 2009. Saranno le foreste a salvare il vertice sul clima che ieri navigava in un'atmosfera plumbea, con la bozza di accordo desolatamente priva di cifre, e la cancelliera tedesca che si definiva "un po' nervosa"? Con il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon che insisteva sui finanziamenti ai paesi in via di sviluppo come "elemento chiave" e Al Gore che proponeva un summit a luglio a Città del Messico per compensare i vuoti di Copenaghen? Apparentemente le foreste, o per meglio dire il vuoto lasciato dalle foreste tagliate, sono un problema in più. Agli 8,7 miliardi di tonnellate di carbonio che spariamo ogni anno in cielo bruciando combustibili fossili e producendo cemento, si devono aggiungere 1,2 miliardi di tonnellate di carbonio che derivano dagli alberi che vanno in fumo.

Ieri il principe Carlo ha centrato il suo intervento nella seduta plenaria proprio su questo punto, definendo le foreste "uno dei pilastri che ci legano alla terra" e invocandone la difesa per motivi ecologici. Questa è certamente la ragione di base che sta spingendo il negoziato a dare più spazio al ruolo degli alberi: finora è stato riconosciuto un premio ai paesi che riforestavano, non a quelli che mantenevano intatte le foreste, creando così un paradosso economico perché in assenza di un conteggio complessivo tagliare e riforestare poteva risultare conveniente. Copenaghen dovrebbe rimettere in sesto il piano anti-gas serra concedendo un riconoscimento ai paesi virtuosi, quelli che non possono riforestare perché hanno ancora le foreste originarie (tra l'altro incomparabilmente più vantaggiose dal punto di vista della biodiversità).

Ma dietro la ragion logica c'è una ragion pratica. Il Brasile, che per anni ha insistito sulla linea di un diritto allo sviluppo che includeva la progressiva riduzione dell'Amazzonia, con Lula ha cambiato linea e ora intende mettere il taglio dell'80 per cento della deforestazione sul piatto della bilancia negoziale. E anche gli Stati Uniti di Obama, che devono guadagnar tempo per recuperare il gap tecnologico con l'Europa in tema di efficienza energetica, vedono con favore un rallentamento della pressione sul fronte industriale, dove oggi sono meno competitivi, a favore di uno spostamento di attenzione sulla difesa delle foreste.

"Chiudere l'accordo sull'uso del suolo rappresenta un vantaggio per molti, a cominciare dal paese che rappresento", conferma Sandro Federici, che segue le trattative per conto del governo di Papua Nuova Guinea. "Per decenni in queste isole dell'Oceania sono arrivati i ladri di alberi: sbarcavano, tagliavano e scappavano. Abbiamo bisogno di un monitoraggio, previsto dall'accordo che speriamo di firmare, e di incentivi per mantenere il patrimonio verde".

Anche in Italia, rifacendo i conti agricoli, si scopre un possibile tornaconto. "Per il cibo che finisce in tavola bisognerebbe stabilire un meccanismo simile al conto energia, premiando chi produce con meno spreco di carbonio: l'effetto sarebbe straordinario per l'ambiente e per la salute", propone Riccardo Valentini, ordinario di ecologia all'università della Tuscia. "Il 98 per cento della produzione agricola fresca è trasportato a distanze superiori ai 50 chilometri dal luogo di produzione. Se modificassimo il menu delle mense pubbliche puntando sull'agricoltura biologica, i chilometri zero e la diminuzione della carne, potremmo evitare l'emissione di 15 milioni di tonnellate di CO2 l'anno intervenendo solo su 12 milioni di pasti al giorno".

Dopo i disordini della notte tra lunedì e martedì, oggi Copenhagen sarà ancora blindata e a rischio disordini per due cortei e sit in organizzati da gruppi di pressione e ong. Intanto la polizia danese ha fatto sapere che in seguito agli scontri sono state fermate 210 persone.

Fonte: Repubblica
16 dicembre 2009
Autore: Antonio Cianciullo

TAG:  CLIMA  SUMMIT  ONU  COP15  COPENAGHEN  FORESTE  BAN KI-MOON  CARBONIO 

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