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contributo inviato da Marianna Madia il 15 dicembre 2009

Vi allego di seguito un articolo apparso oggi sul giornale di Vision

La precarietà è il tratto distintivo della nostra epoca. Essa è un problema complesso; non riguarda soltanto la condizione del lavoro e dei diritti sociali, ma l’equilibrio delle risorse naturali. Viviamo una stagione nella quale coesistono, con una significativa analogia fra i guasti ambientali e i dell’economia, la crisi sociale e l’emergenza ecologica. Sono le due metà di una crisi complessiva che è esplosa con violenza nell’ultimo periodo, e che domina l’agenda mondiale.

La recessione ha messo in evidenza la precarietà, l’insicurezza e l’instabilità del modello di sviluppo. Non si è soltanto disintegrata una struttura finanziaria malata, ma un intero sistema di alimentazione della domanda globale che ha dominato gli ultimi due decenni. Senza con ciò – beninteso – voler condannare finanza, capitalismo e globalizzazione.

Tommaso Padoa Schioppa, in un recente articolo del Corriere della Sera, ha segnalato come le “due crescite” – quella delle società avanzate occidentali e quella tumultuosa delle economie emergenti – debbano trovare un nuovo equilibrio. Quella parte di modello occidentale fatta di “acquisto a debito e bolla speculativa” è esplosa, e non dobbiamo rischiare che torni “dopo” la crisi. Le economie emergenti, fondate finora anche sui minori costi e vincoli (del lavoro, della regolazione, sull’ambiente), sono anche esse di fronte alla necessità di una trasformazione.

Non è, dunque, un singolo “disastro ambientale” a preoccupare, ma un intero sistema di rapporti tra le attività umane e l’ambiente.  Il riscaldamento globale, oggetto del vertice che si apre a Copenaghen tra molte aspettative, è soltanto l’aspetto più evidente di questo fenomeno.

Che le crisi dell’ambiente e dell’economia vadano affrontate come problema unico e mondiale è oramai un fatto condiviso dall’opinione pubblica. Soltanto un governo sovranazionale (e non solo occidentale) della crisi, definito da alcuni “New Deal globale”, può mettere in campo politiche economiche multilaterali di ampio respiro. E, tuttavia, serve anche uno scarto culturale profondo. Non basta dire “più regole” (pur necessarie) o “più interventi sui mercati”. Ha ragione Jean-Paul Fitoussi quando parla della necessità di un cambiamento della mentalità e delle aspettative, da parte dei consumatori e delle imprese.

Da dove far partire questo cambiamento? Il concetto è semplice e convincente. Perché non far passare la ripresa economica per il sostegno a investimenti in tecnologie che riconcilino ambiente e produzione? In pratica, è possibile far stare in uno stesso progetto economico le esigenze di un ecosistema sempre più stanco, e con risorse sempre più finite, con la volontà delle società umane di aumentare il proprio tenore di vita?

Quello del rapporto tra lavoro, occupazione e nuove tecnologie verdi per la “decarbonizzazione” dell’economia è un tema di grande importanza. La crisi economica ha bruciato milioni di posti di lavoro nel mondo: molti nella finanza e nei servizi, molti altri nella crisi della produzione manifatturiera. L’apporto in termini occupazionali dei nuovi lavori “verdi”, sebbene non risolutivo, può essere molto importante. Inoltre, la dimensione sociale delle politiche ambientali va oltre la quantità di posti di lavoro prodotti dall’ambiente. Questa dimensione coinvolge lo sviluppo, la lotta alla povertà, la lotta alle malattie, alla fame, alle diseguaglianze. Investire sull’ambiente e sulle tecnologie verdi vuol dire investire sulla conoscenza, sulla formazione, sull’innovazione, sulla qualità delle risorse umane. E, dunque, anche sulla stabilità del lavoro.

Dobbiamo legare la green economy a un progetto complessivo di riforma economica e sociale, e capire soprattutto quali e quante risorse siamo disposti a mettere in campo per lanciare davvero quella grande trasformazione che i cittadini aspettano dalla politica.

TAG:  LAVORO  CLIMA  COPENAGHEN  GREEN ECONOMY 

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