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contributo inviato da team_realacci il 11 dicembre 2009
Appelli dei politici, proposte di accordo dei Paesi emergenti, gesti dimostrativi degli ambientalisti e premi. Diversi i mezzi ma uno solo l'obiettivo: stringere il cerchio intorno al fortino inespugnabile del diritto all'inquinamento dei Paesi ricchi, prima dell'assalto finale del 17 e 18 dicembre, quando si chiuderà la Conferenza Onu sul clima a Copenaghen. A dettare la linea ieri sono stati i Paesi emergenti, Cina, India, Sudafrica e Brasile, che, insieme ai 131 Paesi in via di sviluppo del G77, hanno presentato la loro bozza di accordo, alternativa a quella della presidenza danese circolata nei giorni scorsi. Nel testo, anticipato da Le Monde, si ribadisce che il Protocollo di Kyoto, che scade nel 2012, «rimane lo strumento legale » con cui i Paesi industrializzati devono impegnarsi a ridurre le emissioni di Co2 anche dopo la sua scadenza.

NO A LIMITI UGUALI PER TUTTI
Per questo si invita chi non l’ha fatto a sottoscriverlo, per arrivare al 2020 con una riduzione del 40% e centrare così l'obiettivo di limitare il riscaldamento globale ai 2 gradi centigradi. Per tutti gli altri Paesi invece «la priorità assoluta resti lo sviluppo economico e lo sradicamento della povertà». Formula con cui si respinge il tentativo della bozza danese di fissare un picco delle emissioni assolute valido per tutti. I finanziamenti, infine, per i Paesi in via di sviluppo dovrebbero essere gestiti dall'Onu, e non dalla Banca Mondiale, con l'istituzione di un «Fondo globale per il clima».

La richiesta di un maggiore impegno nell'ambiente è diretta all'Unione europea, ferma all'obiettivo del 20%di riduzione delle emissioni entro il 2020, ma soprattutto agli Stati Uniti, che non hanno sottoscritto il Protocollo di Kyoto e finora hanno proposto un taglio di appena il 4%. «Gli Usa sono intervenuti in tutto il mondo per assicurare la pace negli ultimi decenni. Oggi sono in discussione la sicurezza e la pace del mondo. C'è bisogno degli Stati Uniti», ha detto il portavoce del G77 più Cina, LumumbaStanislaus Di-Aping a Copenaghen, proprio mentre a Oslo il presidente Obama ritirava il Nobel per la Pace. Lui, dalla capitale norvegese, non ha mancato di ricordare, soprattutto all'opposizione interna, che il cambiamento climatico è un' emergenza indicata dagli scienziati ma che «anche i leader militari negli Stati Uniti e in altri Paesi sono consapevoli della minaccia per la nostra sicurezza comune a causa di questo problema».

In Europa intanto non si placa il dibattito sul passaggio al 30% di riduzione della Co2, anche senza aspettare l'accordo globale. Dopo l'appello del premier britannico Gordon Brown, ieri è arrivata da Parigi un'altra spinta ai Paesi più riottosi come l'Italia. Il presidente francese Sarkozy, ha riferito il suo ministro dell'Ambiente Jean Louis Borloo, ha chiesto di «andare verso il 30% al più presto possibile». L'argomento torna così sul tavolo dei Ventisette, riuniti ieri e oggi a Bruxelles, dove è in discussione anche l'ammontare degli aiuti ai Paesi in via di sviluppo. Ieri gli attivisti di Greenpeacehanno effettuato l'ennesimo blitz riuscendo a infilare tre macchine con undici di loro in tenuta da funzionari fino all'ingresso del Consiglio e a issare lo striscione con «Eu save Copenhagen», l'Ue salvi Copenaghen, prima di essere allontanati. Gli ambientalisti hanno fatto appello ai leader europei affinché riprendano la leadership nel negoziato sul clima e, così come i Paesi in via di sviluppo, hanno chiesto tagli alle emissioni del 40%.

Fonte: l'Unità
11 dicembre 2009
Autore: Marco Mongiello

TAG:  CLIMA  SUMMIT  ONU  COPENAGHEN  EMISSIONI  CO2  USA  EUROPA  PAESI EMERGENTI  G77  CINA  KYOTO 

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