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contributo inviato da ggavioli il 12 novembre 2009
Perfino chi non crede alla responsabilità umana nei cambiamenti climatici ritiene necessaria la trasformazione tecnologica dell'economia attuale (che usa quasi solo composti minerali del carbonio per dare energia alla produzione di beni e servizi finali al consumo) in un'economia che usi a tal scopo quasi solo fonti energetiche rinnovabili (FER) e che riduca il proprio fabbisogno energetico usando beni strumentali ad alta efficienza energetica.
Tutto deve avvenire ben prima del 2100.
I paesi tecnologicamente più evoluti devono rimediare agli errori fatti soprattutto dopo il 1900.
I paesi in via di sviluppo dovrebbero evitarli senza bloccare lo sviluppo.
La CO2 è il principale gas ad effetto serra prodotto dalle attività umane che usano fonti energetiche minerali (FEM) di importazione (tipicamente non rinnovabili in tempi storici).
Quindi ridurre l'emissione di CO2 a pari servizi finali al consumo riduce anche la dipendenza energetica dall'estero ed il consumo mondiale di fonti non rinnovabili, nonché l'aumento di probabilità di un troppo rapido riscaldamento della superficie terrestre.
Nel tentativo di conseguire una tale utile sinergia Stern ed altri suggeriscono di tassare la CO2 emessa nello svolgimento delle attività umane, spingendo così la creatività umana a trovare ed applicare soluzioni tecnologiche per ottenere gli stessi servizi finali al consumo usando meno fonti energetiche non rinnovabili.
Per poter governare l'aumento di CO2 in atmosfera, prima serve sapere quali attività umane ne causano l'emissione nella filiera che dalle fonti energetiche porta ai servizi finali al consumo.
Ora alcune procedure di contabilità fiscale individuano le fonti d'emissione di CO2 per stimolare i responsabili a ridurle.
Le misurazioni standard, che sono previste per penalizzare solo le emissioni dirette di CO2, non sono facili ed affiché abbiano valore fiscale risultano complicate e quindi costose da rendere sicure.
Peraltro nelle pieghe delle relative norme si trova perfino il premio per chi brucia male i composti minerali del carbonio immettendo in atmosfera fuliggine!!!
Ad esempio non è affatto semplice né certo verificare separatamente quanta CO2 è emessa dalle automobili e quanta da tutti i particolari camini della raffineria che produce il carburante.
E' assai più semplice contabilizzare tutti e solo i "composti minerali del carbonio" usati dalle raffinerie di petrolio per produrre carburanti per l'autotrazione.
Peraltro, quando le raffinerie di combustibili liquidi cominceranno a raffinare anche "composti biologici del carbonio" chi distingue la CO2 proveniente dalle FER da quella proveniente dalle FEM?
L'attribuzione dell'intero uso delle FEM al produttore del vettore energetico esiste già nella filiera dell'energia elettrica, i cui produttori spesso acquistano i composti minerali del carbonio persino non raffinati.
Ma che senso ha considerare gli utilizzatori dell'energia elettrica liberi da qualunque responsabilità sulle emissioni di CO2 dovute alla sua produzione solo perché nei conduttori d'energia elettrica non passano certamente composti del carbonio, come invece nelle condutture del metano commerciale?
Queste sono le domande che mi ponevo nel 2001 e la risposta è stata, che è certamente più sicuro contabilizzare la CO2 potenzialmente proveniente dalla combustione completa dei composti minerali del carbonio, piuttosto che tentare di valutare l'efficienza di ogni singola trasformazione nella filiera dell'energia che parte dalla fonte energetica grezza ed arriva al servizio finale per il consumatore.
La misurazione della CO2 potenziale al posto di quella effettivamente emessa non porta ad una contabilità "semplificata, o approssimativa", bensì ad una contabilità "semplice e rigorosa".
La filiera che dalle fonti energetiche grezze porta all'energia commerciale ed ai suoi utilizzatori è ben sorvegliata dai controlli già in atto per le accise sui prodotti energetici ed i corrispondenti dati sono ben noti alla Pubblica Amministrazione e possono essere resi noti al pubblico.
Naturalmente la misura delle FEM usate da un territorio risulta sempre in MtCO2/a, ma misurare il carbonio minerale all'inizio della filiera energetica (e senza esenzioni) è assai più semplice e sicuro che misurarlo in ogni fil di fumo.
E' una differenza troppo sottile e senza conseguenze?

La carbon tax all'origine
La "carbon tax all'origine" (tassa sul carbonio minerale, misurato all'estrazione od all'importazione dei composti minerali del carbonio) è certamente in grado di evitare misurazioni inutilmente complicate.
Tuttavia è ormai noto ufficialmente che, per ridurre del 2 % all'anno le attuali emissioni italiane, serve una carbon tax di 200 €/tCO2, che indurrebbe in Italia un'inflazione aggiuntiva del 7 %.
Molti modelli previsionali macroeconomici indicano che ciò porterebbe ad una riduzione del 10 - 20 % del PIL tendenziale (recessione) per molte decine d'anni.
Ovviamente ciò è ancor più probabile e pericoloso in una congiuntura economica già recessiva, come l'attuale.

La Politica Energetica Differenziale
La PED è stata illustrata in questo blog nei giorni 15, 17, 18,19, 23, 26, 27 di luglio 2009 ed ha in sè la semplicità di rilevamento dati della "carbon tax all'origine", ma non crea tensioni inflazionistiche, nemmeno iniziali.
Così la contabilità per valutare le emissioni di gas serra imputabili ad un territorio può risultare semplice (ma non approssimativa), facendo strettamente riferimento a qualunque uso delle Fonti Energetiche Minerali (FEM; sempre e solo da esse, prima o poi, viene la CO2 che crea effetto serra) ed a qualunque uso dell'energia commerciale (valutata per i consumi medi di FEM specifici per tipo d'energia).
La valutazione delle Fonti Energetiche Rinnovabili (FER) diventa allora assai semplice, perché in realtà i "composti rinnovabili del carbonio" semplicemente non causano "emissioni di gas serra", purché siano completamente trasformati in CO2 prima dell'immissione in atmosfera.
Tuttavia deve essere resa pubblicamente nota l'energia necessaria per costruire e mettere in funzione gli impianti che usano le FER, con corrispondente carico di FEM, che si ammortizza negli anni d'uso degli impianti stessi.
Nel territorio occorre certamente quantificare anche le variazioni complessive dell'assorbimento biologico della CO2 atmosferica e le ARPA hanno i mezzi per farlo.
La conoscenza (disponibile al pubblico) dell'uso diretto ed indiretto delle risorse energetiche non rinnovabili è la base della contabilità della PED in un territorio.

Per i tecnici è meglio fare che certificare
Il mandato dei tecnici in regime di PED è ottimizzare l'efficienza di tutte le trasformazioni che sono chiamati a gestire, per ottenere risultati che tutti (e certamente i concorrenti dei soggetti mandanti) possono verificare con facilità.
Per i tecnici è assai meno soddisfacente limitarsi a certificare qualità e corretta installazione di apparecchiature fatte in serie (nella speranza, spesso delusa, che verranno usate correttamente in futuro e che nessuno imbroglierà sul Conto Energia, sull'ETS, sulle varie certificazioni e sulle gestioni dei rifiuti variamente assimilati alle FER).
La limitata risorsa umana rappresentata dai tecnici è certamente meglio impiegata a cogliere le specifiche opportunità presenti in ogni settore d'attività umana, anziché a certificare interventi standard sovvenzionati od obbligatori.
Anche per questo tutte le politiche di controllo delle emissioni di CO2 e dei consumi energetici basate su certificazioni puntuali risultano solo inutilmente costose per il territorio di riferimento e più della carbon tax.
TAG:  AMBIENTE  RISORSE  TERRITORIO 

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