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contributo inviato da cerve87 il 28 settembre 2009
Paolo Cufino
 

Scajola e Romani: interventi a gamba tesa.

Qualcuno ha ipotizzato che l’inaccettabile reazione messa in atto dal Ministro Claudio Scajola e dal Sottosegretario Paolo Romani che ha addirittura aperto un’istruttoria che accerti se “Anno Zero” rispetta i termini contrattuali, sia partita da una telefonata che il Premier avrebbe fatto, dalla riunione di Pittsburgh, al Ministro dello sviluppo economico.

Non è escluso che questa telefonata ci sia stata, ma la decisione di scatenare l’inferno dopo la messa in onda della trasmissione in questione, siatene certi, era già presa. Tutto rientra nella strategia dell’intimidazione e se a Travaglio non è stato ancora rinnovato il contratto è per fargli capire che se tiene a freno la lingua va avanti altrimenti sarà epurato. Dunque il mandante di questa ulteriore ferita alla libertà dell’informazione lo conosciamo, ma ora sarà bene dare anche un’occhiata ravvicinata ai due “sicari” di turno.

Sappiamo tutti chi è Scajola e quali sono i suoi meriti nei confronti della Repubblica e dei suoi cittadini ma, per qualcuno che avesse corta memoria, una rinfrescatina non farà male.

Senza mettere in conto una detenzione di 70 giorni a S.Vittore per un’accusa di concussione dalla quale è stato scagionato perché riconosciuto estraneo ai fatti, bisogna ricordare che questo sant’uomo era il Ministro degli Interni durante i raccapriccianti pestaggi del G8 di Genova.

Dichiarò all’epoca: “Fui costretto a dare ordine di sparare se i manifestanti fossero entrati nella zona rossa”. Dichiarazione poi ritrattata come di consuetudine fa il suo capo supremo. In quella occasione e sotto la sua direzione la polizia fu artefice di una vendetta a freddo nella quale si ruppero teste, si fracassarono mandibole e costole, si fratturarono setti nasali, si fecero cose insomma, degne di una polizia da stato sudamericano.

Questo brav’uomo, scegliete voi il comportamento più becero, è lo stesso che all’indomani della morte di Marco Biagi ebbe a dire che il giuslavorista, vittima delle Brigate Rosse e che invano aveva chiesto una scorta, era un “rompicoglioni”. Per questa sua uscita, ricca di umanità, fu costretto a dimettersi.

Paolo Romani non dispone di un pedigree così nutrito ma venendo da esperienze di direzioni televisive (TVL, Tele A, Telelombardia) ha, dovete capirlo, molte affinità col Cavaliere che difende a spada tratta e a qualunque costo salvo ad abbandonarlo se e quando dovesse avere la percezione che il monarca sta cadendo dal trono. Ipotizzo quanto ho detto dal fatto che avendo il signore in questione bazzicato i radicali, c’è da aspettarsi da lui ondivaghi comportamenti simili a quelli dei vari Taradash, Capezzoni, etc.

In collaborazione con i due rappresentanti del governo appena descritti Feltri (Il Giornale) e Belpietro (Libero), altre due fidate pistole del cavaliere, hanno iniziato una campagna contro il pagamento del canone che ha il solo scopo di demolire definitivamente la Rai e favorire ancora una volta Mediaset.

Intanto il despota, tornato dagli Stati Uniti, ha partecipato alla festa del “Popolo della libertà” e ha, ancora una volta, abbaiato il proprio livore contro l’opposizione tirando fuori una sfilza di accuse che riguardano i rapporti fra noi e i nostri soldati e che tanto per cambiare erano un cumulo di menzogne.

Che il sig. Tv menta è cosa risaputa, ma si deve rilevare che in questa orchestrata campagna d’intimidazione egli ha ormai contagiato una buona parte di quelli che lo attorniano. Non si spiegherebbe altrimenti come tutti, sapendo di mentire, sostengano che i comportamenti immorali del Premier siano solo fatti privati e che l’opposizione corra dietro al gossip.

Le accuse rivolte di recente da parecchi esponenti della maggioranza secondo i quali si starebbe preparando un colpo di stato attraverso questi “stupidi pettegolezzi” fanno parte di una sapiente regia volta a smorzare gli eventuali effetti di una bocciatura del “lodo Alfano” e a giustificarne le reazioni.

Se qualcuno spera che Berlusconi possa rassegnare le dimissioni nel caso la consulta bocci il “lodo” è bene che si prepari a una forte delusione. Piuttosto che dimettersi sarebbe capace, lui sì, di fare un colpo di stato e se vi fossero le probabilità di riuscita, siatene certi, non avrebbe alcuna remora a farlo, ma poiché l’Italia è un paese la cui vocazione democratica è fortemente consolidata e nessuno, di nessuna parte politica, può seriamente pensare a colpi di stato, sono sicuro che avranno già studiato come regolarsi nell’eventualità che il lodo venisse bocciato, cosa quest’ultima, nella quale credo molto poco visto che, due, tra i giudici che devono emettere il giudizio, sono amici del Premier e banchettano a casa sua.

Fonte: AgoraVox

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