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contributo inviato da team_realacci il 25 settembre 2009
Quanti sanno che l’Italia è il primo Paese in Europa per consumo d’acqua in bottiglia, la cosiddetta “acqua minerale” (196 litri a testa, costo mille volte maggiore dell’acqua dei rubinetti, pure sottoposta a rigorosi controlli di qualità), e il terzo al mondo dopo Emirati Arabi e Messico? E quanti sanno che il volume di affari delle aziende che imbottigliano queste acque (192 fonti e 321 marche) ha raggiunto l’enorme cifra di 2,25 miliardi di euro? Ma, soprattutto, quanti sanno che, anche considerando i costi più alti, l’acqua stessa incide per lo 0,6% (non è un errore) sul prezzo finale pagato dal consumatore; e che il resto se ne va per le spese d’imballaggio, di trasporto, e soprattutto di pubblicità?
 
Per Legambiente e Altreconomia, che hanno analizzato il settore in un dossier da cui sono stati tratti i dati che avete appena letto, il regime di completa anarchia in questo campo, con la conseguenza di spropositati guadagni delle aziende imbottigliatrici, è dovuto a due elementi. Da un canto la mancanza di una legge quadro nazionale di riferimento, dall’altro la mancata definizione, a livello di Conferenza delle Regioni, di criteri unitari sul calcolo del canone, sull’introduzione di una penalità per chi usa bottiglie di plastica invece che di vetro e, per contro, di un incentivo per le aziende che tornano all’antica pratica del vuoto a rendere del vetro: aggravio totale delle spese per poche decine di milioni di euro a fronte dei 2,25 miliardi del giro di affari.
 
Nessuno, prima di questo dossier, avrebbe avuto un’idea anche pallida del caos in Italia relativo ai regimi di sfruttamento delle acque minerali. Un esempio: la stessa acqua “minerale” (pardon, la stessa risorsa idrica: ciascuna azienda rivendica che la sua acqua è più buona di quella del vicino) costa in Puglia un euro per ettaro di concessione e indipendentemente dalla quantità di acqua prelevata.
 
Mentre in Veneto costa 580 euro circa per ettaro più altri 3 euro per ogni mille litri di acqua imbottigliata. Come il Veneto, anche Basilicata, Campania, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Sicilia e Umbria richiedono il pagamento di un canone per la superficie in concessione e per il volume dell’acqua prelevata. Ma anche quando il canone è in funzione dell’acqua prelevata, il costo varia parecchio: dagli 0,3 euro per mille litri prelevati in Campania (e imbottigliati in Basilicata) ai 3 euro per la stessa quantità d’acqua in Veneto. Per contro, come la Puglia altre Regioni (EmiliaRomagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Molise e Sardegna) più la Provincia di Trento, fanno pagare solo la concessione.
 
Non solo: l’Abruzzo applica un sistema a forfait annuo, la Provincia di Bolzano determina il canone in base alla portata media della concessione, e così via. Le novità positive sono segnalate, al momento, solo in due regioni: la Toscana e la Valle d’Aosta. In Toscana è in corso di pubblicazione (salvo intervento del commissario di governo) una nuova legge che può servire da indicazione alle altre regioni, ammesso che le società imbottigliatrici non mettano i bastoni tra le ruote. In base alle nuove norme, i canoni saranno calcolati in funzione dei metri cubi imbottigliati. Misura analoga in Valle d’Aosta: dall’anno prossimo la concessione costerà 1,5 euro per metro cubo d’acqua imbottigliata.
 
Ma resta la questione principale: perché l’Italia è così forte consumatrice di acque minerali? Non c’è una ragione igienica, tant’è che il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, regala una brocca ai cittadini per invogliarli a consumare le risorse della municipalizzata. Non c’è una ragione di penuria di acqua potabile, tranne che in alcune stagioni e solo in alcune aree del Mezzogiorno. C’è invece una potente, ossessiva ragione: la martellante campagna pubblicitaria e gli interessati suggerimenti della filiera produttoriintermediari-ristoratoribaristi che induce i consumatori a spendere cifre enormi. Per un bicchiere d’acqua…

Fonte: Terra news
25 settembre 2009
Autore: Giorgio Frasca Polara

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