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contributo inviato da Pierpaolo Farina il 24 settembre 2009

“Uno slogan che fa parte della cultura socialista e comunista parla del "sol dell'avvenire". Da raggiungere, da conquistare, nel quale credere. In una civiltà in cui angoscia e segni di morte sembrano prevalere, ha ancora senso questo slogan?
Intanto c'è un paradosso: sul sole dell'avvenire oggi discutono più gli scienziati che i comunisti: infatti uno degli orizzonti più ricchi che si può aprire per l'uomo nasce proprio dalla possibilità di una piena utilizzazione dell'energia solare. Ecco un modo scientifico di rifarsi ancora all'idea del "sol dell'avvenir"! Ma tolto tutto quello che di utopistico, di millenaristico che pure nel passato questo slogan esprimeva, io credo che esso non vada affossato.
Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L'obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell'uomo sull'uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull'altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell'accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d'oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo.”

(Enrico Berlinguer, 1 dicembre 1983, Intervista di Ferdinando Adornato)

Sono passati 33 anni dallo strappo di Enrico Berlinguer da Mosca e ben 25 anni dalla sua morte. Chi scrive non ha mai fatto mistero da due anni a questa parte che, per la sua modestissima opinione, il comunismo italiano è morto con lui, ma quando nasceva il PD pensava che la Sinistra si potesse rinnovare in nuove forme, dando attuazione a quel famoso auspicio dello stesso Berlinguer di “trovare vie nuove per i vecchi ideali”.

Ci sono tantissimi scritti di Berlinguer, che sto raccogliendo con l’aiuto e la buona volontà di moltissimi compagni, alcuni comunisti, altri non più, su EB.IT (
http://www.enricoberlinguer.it). Potevo riportare quello del famoso Strappo da Mosca, o quello sulla Questione Morale, o sul Governo Mondiale, sulla Pace, insomma, di spunti ce ne erano parecchi. Ho voluto riportare invece una parte dell’intervista che Berlinguer concesse a Ferdinando Adornato (allora comunista, oggi UDC) sulla “Democrazia Elettronica”, la parte finale, dove a mio avviso si coglie la vera modernità del pensiero di Enrico Berlinguer.

Ventisei anni fa, un anno prima di morire, Enrico Berlinguer, classe 1922, parlava di una piena utilizzazione dell’energia solare. In un periodo in cui il petrolio non costava più nulla, il leader della più grande forza comunista d’Occidente proponeva di utilizzare l’energia solare per ridurre la dipendenza energetica di questo Paese. Quale leader di allora si era mai espresso in questi termini sulle energie alternative? Non certo Bettino Craxi, né tanto meno Giulio Andreotti o Arnaldo Forlani.

E la riproposizione degli obiettivi del socialismo, che anche oggi sono così terribilmente attuali, così come le parole di Berlinguer sul Governo Mondiale, sulla Questione Morale, sulla Pace, sulla Democrazia? Non dovrebbero essere alla base dell’azione politica dei partiti del centrosinistra? Non dovrebbero essere alla base dell’azione politica di un partito di centrosinistra quale pretende di essere il Partito Democratico? Quando i dirigenti dei DS ci hanno proposto il Partito Democratico nella mozione Fassino non c’era scritto che bisognava superare la parola e gli ideali della Sinistra: ci avevano detto che avremmo dato vita ad una nuova idea di Sinistra, dando una nuova forma agli ideali che l’hanno sospinta per oltre due secoli.

Non ci hanno detto che avrebbero archiviato la Sinistra, a furia di strappi, revisionismi e invenzioni storiche. Ci avevano detto che avremmo dato nuova forza e piena applicazione al Trittico della Modernità: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Che dovrebbero essere valori condivisi (o dovrebbero) dai cattolici democratici.

La verità è che negli ultimi quindici anni i dirigenti dei partiti della Sinistra, molti dei quali cresciuti alla scuola di Berlinguer, hanno alternato giudizi contraddittori, talvolta imbarazzanti per loro stessi, con l’unico senno di seguire le necessità politiche del momento. Tutti hanno provato ad appropriarsi di Berlinguer, come se fosse una sorta di icona tascabile da tirare fuori all’occorrenza per giustificare le proprie strategie politiche di corto respiro.

Walter Veltroni, nel suo libro su Berlinguer, ci dipinge un Enrico superlativo dal punto di vista morale e ideale, ma che rimane comunque ad un passo dalla presunta modernità (che per Veltroni sarebbe l’approdo al Partito Democratico). Non da ultimo, le stravaganti affermazioni di una presunta superiorità di Craxi su Berlinguer (di cui non troviamo traccia negli anni passati), dal punto di vista della modernità.

Massimo D’Alema, nel suo “Ultimo Viaggio a Mosca”, esalta con toni al limite della venerazione un Berlinguer preoccupato per la crisi dei partiti che, incamminato sulla strada della socialdemocrazia, non riesce a compiere l’ultimo decisivo approdo.

Piero Fassino, il peggiore, nella sua autobiografia lo elogia, salvo definirlo un “povero sbandato”, accompagnando la stravagante tesi con una volgare teoria, per la quale Berlinguer si sarebbe fatto morire anche perché privo di una strategia politica.

Pure Occhetto, il neoromantico, come lo chiamavano, racconta di un Berlinguer che già nel 1974 voleva cambiare nome al partito (sebbene non vi sia traccia né nei diari, né altrove, solo nella personale esperienza di Occhetto).

E che dire di Miriam Mafai, autrice del commosso elogio di Enrico in “Botteghe Oscure, addio”, salvo poi scrivere un libro dal titolo “Dimenticare Berlinguer” (cosa che, per chi scrive, i dirigenti sono riusciti benissimo a fare).

Peppino Caldarola, quello che da parlamentare del Governo Prodi si definiva precario, ha addirittura imputato a Berlinguer l’attuale crisi della Sinistra e del Partito Democratico: e dire che quando è morto Enrico, non solo la Sinistra non era in crisi, ma il PCI diventava il primo partito d’Italia con il 33,3% alle Europee.

Insomma, negli ultimi quindici anni siamo passati dall’apologia di Berlinguer alla critica dei suoi presunti e insormontabili limiti, fino alla rimozione TOTALE nel PD della sua eredità politica. Erano tutti così presi a misurare i presunti ritardi di Berlinguer nell’intraprendere le strade che poi vent’anni dopo i vari Fassino, D’Alema, Veltroni e company avrebbero intrapreso, che anziché costruire una nuova idea di Sinistra, fondata sull’eredità politica e culturale di Berlinguer, hanno cancellato tutto: storia, ideali, valori, simboli.

Erano così preoccupati a dimostrare all’Italia intera che non erano più (e non erano mai stati in alcuni casi) comunisti, che non si sono minimamente preoccupati non solo di definire una volta per tutte cosa sono (e cosa vogliono diventare), ma soprattutto cosa pensano e vogliono fare per dare una voce alle speranze di chi ha sempre votato a Sinistra: in poche parole, a chi vuole un Paese Diverso.

Voglio dirlo qui una volta per tutte, in modo che non ci siano altrettanti equivoci: Berlinguer non ha mai celebrato la mutazione del PCI e l’abbandono della famiglia comunista non perché fosse poco moderno o subalterno all’innovatore Craxi, come gli rimproverano certi storici cresciuti alla corte di questi nuovi e traballanti leader, ma per una ragione molto più semplice, che Berlinguer spiegò durante una conferenza stampa.

Io sono comunista dalla punta delle scarpe alla radice dei capelli”. Ecco perché Enrico non poteva essere quello che ogni leader ha voluto che diventasse, da socialdemocratico alla D’Alema a neokennediano alla Veltroni: lui era convintamente e fieramente comunista. Fine della questione.

Una cosa è costruire sull’eredità politica e culturale di Enrico Berlinguer, altra cosa è strumentalizzarne l’eredità politica e culturale per necessità politiche del momento presente.

Perché di una cosa sono convinto: se anche solo uno dei suoi eredi avesse avuto una briciola del coraggio di quel Berlinguer che sfidava il socialismo reale quando si rischiava la vita, la storia della Sinistra sarebbe stata diversa. Perchè è troppo facile dire con il senno di poi che si era previsto tutto quanto: diceva mio nonno che con il senno di poi sono piene le fosse.

E certamente con il senno di poi l'egemonia culturale della Sinistra non sarebbe stata azzerata, mistificata e alterata dal carisma catodico di Silvio Berlusconi.

P.S. D’Alema, Veltroni, Fassino e company. Se ci siete, battete un colpo.

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