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contributo inviato da dalle nebbie mantovane il 22 settembre 2009



Anno
: 2009
Regista: Erik Gandini, italiano ma trasferito in Svezia diciannovenne
Genere: horror
Controindicazioni: non riuscirete mai più a mettervi in costume da bagno (per le donne); potreste perdere interesse per il corpo femminile (uomini etero)
Scene cult: nudo integrale di Corona che fa la doccia e si profuma; suoneria "Faccetta nera" versione integrale sul cellulare di Mora; l'agghiacciante video "Meno male che Silvio c'è" con karaoke significativamente tutto cantato da donne: la parrucchiera, la mamma all'asilo, l'imprenditrice...
Stile: non documentaristico, non oggettivo. Risente molto del Lynch più onirico, con immagini sgranate, rallentate e deformate giustapposte a musiche dissonanti e disturbanti, che contribuiscono all'effetto straniante e da incubo.
Qualche critico afflitto da miopia ne ha denunciato la presunta superficialità: non rendendosi conto che la scelta di concentrarsi sull'immagine era obbligata data la tesi del film, cioè che vi sia un'Italia schiava dell'immagine e in particolare dello specchio deformante della tv commerciale, peraltro ormai indistinguibile da quella pubblica, per descrivere la quale era necessario osservare movenze, balli, riti, rituali, i nuovi luoghi di culto (Porto Cervo, il Billionaire, la casa di Mora, le discoteche dove si fa la fila per una foto con Corona...) con l'occhio dell'entomologo.
Note: il sottotitolo è una frase pronunciata da Mora durante l'intervista che appare nel film. Ma è il concetto detto e ripetuto da Ricky, l'operaio bergamasco che si crede un incrocio tra Van Damme (fa karate) e Ricky Martin (di cui sa fare le mossette, peccato che creda anche di saper cantare) ed è il vero ritratto di questa Italia, anzi di questa generazione infelice e frustrata, la cui unica sincera aspirazione è andare in tv (possibilmente da protagonista e non solo a "fare il pubblico") e il cui perenne lamento è "Non dovrò mica fare l'operaio tutta la vita?"
Approfondimento criticohttp://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/videocracy-o-del-fascismo-estetico/
Recensione di Gabriella Gallozzi su L'Unità del 4 settembre 2009:

«Quello a cui assistiamo oggi in Italia è una guerra che ha a che fare con la libertà di informazione. Quando ho girato il mio film il livello di tensione era più bassa. Ora ogni volta che vedo la televisione italiana ho paura».
Il grido d’allarme arriva da Erik Gandini l’autore dell’ormai celebre "Videocracy", il documentario sui trent’anni di berlusconismo che ieri, dopo le tante polemiche, è arrivato al Lido ospite della Settimana della critica e delle Giornate degli autori. E che da oggi sarà nelle sale distribuito da Fandango. Un film «sovversivo» di questi tempi perché ha il pregio di «ricordare» agli italiani come la nostra democrazia sia stata trasformata dalle tv del nostro premier in «videocrazia», appunto. E tutto a colpi di veline, donne nude e reality. Di cui il film ci svela il dietro le quinte fatto di personaggi come Lele Mora, Flavio Briatore, Fabrizio Corona. O ex soubrette arrivate al rango di ministre, come la più celebre Mara Carfagna.
«Le parole chiave di questa trasformazione culturale – spiega il regista da anni “emigrato” in Svezia – sono prima di tutto il “divertimento”, l’unica vera religione sentita dagli italiani. E poi la banalità che ha preso piede in tutto. Si dice la banalità del male, no? In questo caso ribalterei e parlerei di malvagità del banale». Eppure all’inizio, prosegue Gandini, «negli anni Ottanta ridevamo di certe cose». Agghiacciante è rivedere oggi, per esempio, il primo passo mosso dalle tv commerciali in un baretto della Brianza dove il quiz serale ha come “premio” lo spogliarello di entusiaste casalinghe. «Certo – rincara il regista – non avremmo mai pensato che gli spogliarelli potessero cambiare il paese».

Non se ne capacitano, infatti, neanche i colleghi stranieri. L’inviato dell’Efe, l’Ansa spagnola, sbotta: «Anche in Spagna abbiamo le tv commerciali – dice – la Cinque è pure di Berlusconi ma non c’è questa ossessione per il corpo femminile. Com’è possibile che nel vostro paese le donne non si ribellino?».

La verità, attacca Domenico Procacci, alla testa di Fandango, «è che dire “l’Italia ha la tv e i politici che si merita” è limitativo. Il problema è che queste tv hanno preso il potere nella totale assenza di regole». In questo modo si è arrivati all’oggi. Come la censura della Rai agli spot di "Videocracy". «Quando ho letto la lettera di viale Mazzini – aggiunge Gandini – mi è sembrato di essere in un racconto di Orwell». «Il caso degli spot – rincara Procacci – è rivelatore di una tensione che sale. Ogni giorno il premier querela un giornale che ritiene agisca in modo diffamatorio nei suoi confronti. Oggi è toccato pure a "l’Unità". Negli anni passati, sempre sotto il governo Berlusconi, gli spot del "Caimano" e quelli di "Viva Zapatero" sono andati in onda tranquillamente. Questo vuol dire che il paese ha un reale problema di libertà, così reale che è diventato una vera emergenza. Per questo spero che la manifestazione del 19 sia necessaria. Ognuno di noi deve continuare nel suo piccolo a fare qualcosa».

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