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contributo inviato da rudyfc il 21 settembre 2009

Nel dibattito che accompagna il congresso del Partito democratico, è emerso tra gli altri il tema del ricambio della classe dirigente, con particolare riferimento a quella meridionale. Un po’ per fatti di stretta attualità (v. Puglia), un po’ per vicende passate (Abruzzo, Campania, Calabria), sono sotto accusa dirigenti del centrosinistra che da molto tempo ormai guidano non solo le loro forze politiche di appartenenza, ma anche le amministrazioni locali. Ridurre il tema a uno scontro tra mozioni congressuali è semplicistico (la maggior parte dei politici sotto accusa sostiene Bersani): anche se è un sintomo delle diverse visioni che i due candidati alla guida del Pd propongono, mi sembra di poter escludere che Franceschini avrebbe rifiutato il sostegno di qualcuno di questi capibastone, se solo glielo avessero offerto. Non l’hanno fatto (e un motivo ci sarà), ma conta poco. Il vero problema è che dal 26 ottobre si tornerà a vivere tutti sotto lo stesso tetto e a quel punto conterà solo la volontà di rinnovare veramente il partito, che tutti a parole sembrano dimostrare.

Cacciare dal Pd o ridimensionare il ruolo dei vari Bassolino, Loiero, Tedesco, Del Turco (che ha già provveduto da solo...) può essere un segnale forte (e che ritengo debba essere praticato), ma il vero tema è un altro: si può amministrare per lungo tempo al Sud senza entrare in contatto e in qualche modo assecondare quelle pressioni affaristiche, clientelari o criminali che sappiamo esistere in maniera poderosa da queste parti? La risposta è meno semplice di quanto si possa pensare.

Prendiamo l’esempio della Sicilia. Il Pd isolano si è tenuto in gran parte alla larga da ambienti “a rischio”, che ne avrebbero minato la rettitudine. Ma non sarebbe forse più realistico affermare il contrario? Non saranno forse questi stessi ambienti a disinteressarsi di un partito che non detiene alcun potere nella definizione delle politiche di sviluppo della regione e, quindi, alcuna voce in capitolo nell’assegnazione delle ricche prebende che interessano gli affaristi locali? È meglio un partito in grado di determinare, o almeno influenzare il governo della regione, ma chiudendo un occhio su alcuni personaggi senza scrupoli, oppure uno che si tiene lontano da tali contatti, ma al tempo stesso rinuncia a incidere sulle scelte politiche?

Raccontarci la favoletta del partito puro che contamina la società con il proprio perbenismo ormai mi sembra superato. Bisogna trovare un’altra via d’uscita e non è facile. La questione morale deve rimanere un tema fondante del centrosinistra, il quale al tempo stesso non può lasciare a forze politiche con scrupoli senz’altro inferiori ai propri il monopolio del governo locale al Sud. A rimetterci sarebbero primi fra tutti i cittadini.

Altrettanto utopico sarebbe sperare in una riscossa civica che premi le forze politiche più rette. Troppo logorati sono ormai i rapporti sociali, disperate le condizioni economiche e deboli i fattori che dovrebbero indurre questo cambiamento, da ritenere realisticamente che ciò possa avvenire in tempi brevi. Certo, esistono esempi positivi da seguire, ma riguardano realtà limitate territorialmente e riprodurli su larga scala non è affatto semplice.

Fatico a trovare una soluzione. Intanto, comunque, sarebbe utile se il Pd nel Sud (e in Sicilia, in particolare) fosse in grado di elaborare un progetto politico strategico, che guardi al futuro più che al presente, che si rivolga agli interessi collettivi e non a quelli particolari, che guardi alle risorse provenienti dall’esterno come a un mezzo e non un fine. Su questo i quattro candidati alla segreteria regionale, tutti degnissimi, dovrebbero iniziare a confrontarsi.

TAG:  PD  BERSANI  SICILIA  BASSOLINO  SUD  QUESTIONE MORALE  TEDESCO  DEL TURCO  LOIERO 

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commento di maxo7533 inviato il 21 settembre 2009




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