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contributo inviato da BlogMog il 21 settembre 2009
Giornata di lutto nazionale, oggi. La commozione nel vedere quel bambino di due anni tendere la mano verso la bara del padre, e fare ciao. Il pensiero che va a tutti i bambini, di due anni o poco piu’, i cui papa’ sono lontani, li’ a Kabul, a Herat, dove la vita e’ appesa a un filo. Il pensiero che va a tutti i bambini, di due anni o poco piu’, che a Kabul, a Herat, vedono la morte tutti i giorni, la frequentano da quando sono nati.

Non capisco chi fa valutazioni sulla nostra missione in Afghanistan in questi giorni. E non solo perche’ questi sono i momenti del rispetto e del dolore – rispetto per chi ha perso la vita facendo il proprio dovere, rispetto per il dolore di chi sa che non li avra’ piu’ accanto. Non capisco come si possa chiedersi “che senso ha” proprio nel momento in cui qualcuno cerca un senso alla morte del marito, del figlio. E chi ha votato, in parlamento, perche’ quei soldati andassero li’, ha il dovere oggi di non aggiungere un peso su quelle spalle di mogli, madri, padri, figli e fratelli, ma di tacere, almeno. Per rispetto e per decenza. Ed ha il dovere, io credo, di considerare sempre e con la massima attenzione l’impatto che le proprie parole hanno su chi e’ lontano, a Kabul, a Herat: sui militari italiani, che se sono li’ e’ bene che sappiano di avere un paese alle spalle che sa perche’ sono li’ e ritiene importante, vitale la loro missione; sugli afghani che credono utile, necessaria (anche se certo non sufficiente a risolvere i problemi del loro paese) la presenza delle forze internazionali per scongiurare il ritorno al potere dei Talebani; su chi pensa che quella presenza sia un’illegittima occupazione, ed agisce con violenza per porle termine - ogni tentennamento a Roma (o in Padania) e’ un incoraggiamento in piu’ a prendere di mira gli italiani.

Ma c’e’ un disagio piu’ profondo, nel sentire le dichiarazioni di alcuni nostri politici in questi giorni (e parlo dell’Afghanistan, perche’ il resto non si addice proprio ad una giornata di lutto nazionale). Ne parlavo con una cara amica, pacifista, intelligente, competente e sensibile, che qualcuno definirebbe “radicale” nelle sue posizioni politiche, con la quale ho condiviso tanto lavoro sul disarmo nucleare e sul contrasto alla guerra in Iraq. Ci siamo trovate entrambe stupite dalla leggerezza di certe dichiarazioni. Come se la preoccupazione principale non fosse, mai, ragionare seriamente su cosa funziona e cosa non funziona in Afghanistan, cosa serve davvero, cosa andrebbe cambiato, com’e’ la vita li’ e come la si puo’ migliorare (quella degli afghani e quella dei nostri militari). Come se la preoccupazione fosse sempre e soltanto la frase che si pronuncia, il “posizionamento”, l’effetto che ha in termini di consenso elettorale o di relazione con un’altra forza politica. Come se tutto, anche la vita e la morte, la pace e la guerra, potesse rientrare nell’infinito ed estenuante “giochino della politica”, al di la’ ed al di sopra della vita delle persone.

Io ho delle idee, ed ho dei dubbi. Penso che in Afghanistan sia giusto esserci. Penso che si siano fatti molti errori in passato (consiglio la lettura di un bell’articolo di Rampoldi su Repubblica di ieri), e che tante cose possano e debbano essere migliorate. Penso che sia sbagliato pensare in termini quantitativi (quanti soldati, quanti mezzi, quanti soldi, quanto tempo), e che si debba iniziare a valutare la qualita’ del tempo, dei soldi, degli uomini e dei mezzi che impegniamo li’. Qualche esempio: forse due costosissimi Tornado non servono tanto quanto invece potrebbero servire elicotteri e mezzi corazzati; forse andrebbero aumentate le presenze di carabinieri e guardie di finanza che facciano formazione al personale militare e di polizia afghano; forse il dualismo tra le due missioni (Isaf e Enduring Freedom, una Nato e l’altra Usa) andrebbe superato, unificandole; forse gli sforzi diplomatici verso Pakistan e Iran andrebbero raddoppiati; forse dovremmo investire di piu’ per migliorare le condizioni di vita materiale degli Afghani (lavoro, scuole, infrastrutture, ospedali…), invece che diminuire i fondi per la cooperazione civile; forse sarebbe bene che il finanziamento per le missioni militari non fosse, come e’ stato quest’anno, stanziato di 4 mesi in 4 mesi, ma potesse contare su una maggiore stabilita’. Ecco, qualche esempio di cose che sarebbe utile discutere, e decidere, seriamente e responsabilmente. Giusto per poter fare qualcosa di utile, e rispettare davvero, e non solo con la retorica, sia il lavoro dei militari (italiani e non) impegnati li’, sia la vita degli afghani.

TAG:  AFGHANISTAN  KABUL  ISAF  ENDURING FREEDOM  MILITARI 
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