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contributo inviato da stefano menichini il 16 settembre 2009
Siccome ogni volta che ci si getta nella mischia fra giornalisti e giornalisti, e fra giornalisti e politici, si finisce per trascendere (è capitato anche a Europa, e ce ne siamo sempre pentiti), verrebbe voglia di fare solo da spettatori alle ultime mosse del wrestling quotidiano. Si viene notati di più se non si va, in questi casi.
Certe cose però fanno troppo ridere, o troppo arrabbiare.
Ieri per esempio Di Pietro ha paragonato le famose poltroncine di Porta a Porta alle sedie elettriche.
Immaginiamo che volesse proporre un’ardita metafora della morte della libertà d’informazione, in vista della serata a canale unico che si sarebbe svolta di lì a poco fra Roma, Onna e l’Aquila.
Invece il primo pensiero che ci è venuto in mente è stato che, se davvero da Vespa ci fosse la corrente a duemila volt, Di Pietro sarebbe incenerito da tempo; nel centrosinistra sarebbe stato risolto alla radice sia il problema dei cespugli riottosi che quello del ricambio generazionale; che non avremmo mai avuto alcune inesplicabili carriere giornalistiche; e che Gasparri sarebbe vivo, ma brevettato dall’Enel come conduttore vuoto di elettricità.
Scherzi a parte, questi sussulti di indignazione contro Vespa valgono per le persone normali come le concettose nullaggini di Capezzone: rumore di fondo. L’unico effetto è cancellare insieme la propria e l’altrui credibilità, sicché ogni cittadino – di sinistra, di destra o agnostico – possa sedersi davanti alla tv o anche aprire un giornale con la certezza che tutto ciò che ascolta e legge sia una bufala, o possa esserlo. Tutti per esempio sanno che Vespa è stato efficiente allestitore delle più importanti televendite di Berlusconi, e di alcuni specifici tranelli ai danni dei suoi avversari. In quello studio a cercar gloria, però, ci sono andati tutti e senza fare gli schizzinosi (fino alla ribellione di Franceschini di ieri: ma quanto durerà?). E state pur certi che il giorno che il Cavaliere cadrà veramente, il funerale di prima classe sarà celebrato lì.
Sarebbe bello se sabato, giustamente manifestando per la libertà d’informazione, chi sarà in piazza fosse disponibile a battersi non solo per le angherie a Floris, il contratto di Travaglio, il posto di lavoro di Mentana, l’avvocato della Gabanelli, l’onore di Boffo, la fedina penale della De Gregorio e il decalogo di Ezio Mauro.
Libertà per Vespa, questo anche ci vuole, per farlo tornare credibile e non inquinante. Libertà del servizio pubblico radiotelevisivo dalla logica dell’occupazione partitica a legislature alternate.
Libertà per i giornalisti di destra, di essere tali anche con cattiveria senza essere trattati tutti da servitù berlusconiana.
Libertà per chiunque faccia informazione e polemica, che possa esser valutata in quanto tale senza il peso del pregiudizio che alla fine annulla tutto e tutti nell’indistinto, accusati e accusatori, in un vortice di reciproco disconoscimento professionale e perfino personale di cui non si vede la fine.
È un’utopia, certo, una ingenuità resa ridicola dal macigno del conflitto di interessi di Berlusconi e da altri e opposti conflitti di interesse appena minori del suo. Ma se Giuliano Ferrara, nonostante stia tramontando nel fango il suo sogno di un’uscita nobile dal berlusconismo, può pensare di ammansire Vittorio Feltri con un tono comprensivo e quasi paterno, capirete che non c’è limite all’ottimismo umano.

TAG:  BERLUSCONI  TRAVAGLIO  DI PIETRO  FLORIS  VESPA 

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