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contributo inviato da team_realacci il 4 settembre 2009

Ai Ministeri dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare
 del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali

Per sapere, premesso che,

il 31 agosto ultimo scorso il Tg1, nell’edizione delle ore 20, ha aperto con la notizia di una forte contaminazione radioattiva in un’area molto vasta in provincia di Cosenza, tra i comuni di Aiello Calabro e Serra d’Aiello, lungo il greto del fiume Oliva. Dalle mappe pubblicate dai giornali, la contaminazione interessa l’intera provincia di Cosenza e parte di quella di Catanzaro. Nel lungo servizio del Tg1 si parla di aumenti esponenziali di malattie tumorali che stanno investendo le popolazioni locali. Il rischio attuale per gli abitanti è confermato dallo stesso Dipartimento calabrese per la salute che in un documento di oltre 300 pagine segnala “l’esistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei territori dei comuni di Amantea, San Pietro in Amantea e Serra d'Aiello, circostante al letto del fiume Oliva a sud della località Foresta (centri di Campora San Giovanni, Coreca e Case sparse, comprese tra il mare e Foresta)". Un allarme, che secondo le affermazioni Dirigente Giacomino Brancati, è "dovuto alla presenza di contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali e non", a cui va sommato "un consistente danno ambientale";

le analisi scientifiche che da tempo stanno interessando quest’area del cosentino sono state richiesta dal Procuratore capo di Paola, Bruno Giordano, per indagare se l’area in esame è stata utilizzata in passato per occultare rifiuti tossici e nucleari. Di questi traffici si sono occupati nel tempo diversi uffici giudiziari (le procure di Reggio Calabria, di Paola, di Catanzaro, di Matera, di Potenza, di Padova, di La Spezia di Bari, e di Asti) che hanno individuato diversi filoni di indagini tutti riconducibili ad un network criminale dedito professionalmente allo smaltimento illegale di rifiuti tossici e radioattivi in mare, lungo le coste di paesi Africani (Somalia, Libia etc.) o nelle montagne dell’Aspromonte e della Lucania);

la notizia del Tg1 segue un inchiesta de L’Espresso della settimana del 28 agosto che rende pubblici i risultati delle analisi fatte dall’Arpacal e dal Cnr, su richiesta della procura di Paola, per valutare se in quell’area oggetto sia stata oggetto di traffici illeciti di rifiuti tossici e nucleari E i risultati sono stati, purtroppo, molto allarmanti. Dopo un primo monitoraggio nei mesi scorsi che ha permesso di individuare “limitate seppur significative anomalie di radioattività", il 2 marzo scorso, l'Arpacal ha trasmesso alla procura "l'esito delle analisi radiometriche campali" attorno al fiume Oliva. Ed è giunta l'ennesima conferma, supportata dai rilievi in una vecchia cava che "si estende per 200-300 metri dalla provinciale 53, al chilometro sei", di fianco all'Oliva. Il risultato è che ci sono tracce di contaminazione. Non solo: sono stati rivelati "radionuclidi artificiali" che "non dovrebbero normalmente essere presenti nel terreno". L’ Arpacal, ha perciò suggerito ai magistrati di svolgere ancora accertamenti, per "escludere un qualsiasi aumento del rischio alla popolazione, soprattutto di inalazione e/o ingestione";

in un articolo apparso nel quotidiano “La Gazzetta del Sud” del 1 settembre u.s., il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano, afferma di aver disposto rilievi satellitari che hanno confermato lo sconcertante esito degli accertamenti: nella zona il livello della radioattività è cinque volte superiore alle fonti naturali. E i satelliti rilevano dall’alto escursioni termiche che testimoniano della presenza delle sostanza sospette. È poi lo stesso procuratore Giordano che considera “altamente probabile” che i rifiuti radioattivi finiti nella collina cosentina siano da attribuire alla motonave Jolly Rosso. Così come riportano gli organi di stampa, l’area investita dalla forte presenza di radioattività si trova proprio nella collina che sovrasta la spiaggia di Formiche: la stessa dove si arenò la motonave Jolly Rosso;

sulla vicenda la stessa Commissione di indagine sul ciclo illegale dei rifiuti della XIV legislatura presieduta dall’onorevole Paolo Russo, nella relazione finale, ebbe modo di sottolinearne i notevoli dubbi rimasti irrisolti. Detto questo suona quanto mai strana l’archiviazione dell’indagine chiesta e ottenuta nei mesi scorsi dalla procura di Paola, per mano del pm Francesco Greco;

Legambiente sin dalla fine degli anni ‘80 ha prodotto una corposa documentazione in dossier, studi, e rapporti dettagliati che ricostruiscono il legame tra la criminalità organizzata e la pratica dello smaltimento illecito dei rifiuti con il sistema dell’affondamento delle navi. Ed è stato grazie ad un esposto/denuncia di Legambiente su un presunto traffico via mare di rifiuti tossici e nucleari che finivano per essere occultati nei fondali marini, anche grazie agli strani affondamenti di intere carrette, o nelle montagne subito a ridosso delle coste calabresi: un quadro che pare essere confermato dalle ultime indagini;

a queste attività criminali fanno riferimento anche importanti documenti istituzionali, come le relazioni approvate dalle diverse Commissioni parlamentari d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti succedutesi dal 1995 ad oggi e le testimonianze raccolte dalle stesse commissioni. A questo proposito si ricorda quanto affermato nel 1999 dall’allora Procuratore di Reggio Calabria, Antonio Catanese, secondo il quale, in base agli elementi probatori fino ad allora acquisiti, si poteva affermare che colui che era considerato a capo della rete aveva provveduto ad affondare circa trentadue navi, grazie alla complicità delle cosche reggine.

Ciò premesso, si chiede ai Ministri interrogati quali iniziative intendano adottare per fare luce sulla vicenda e per verificare se esistano rischi sanitari per le popolazioni ivi residenti e se non ritengano opportuno avviare urgentemente un piano di bonifica;

se non intendano dare seguito alle richieste del “Comitato per la verità sui traffici nazionali e internazionali di rifiuti e materiali radioattivi” che da tempo chiede, oltre al pieno sostegno alla magistratura, un’approfondita campagna di monitoraggio nei siti marini dove si presuma siano avvenuti gli affondamenti delle navi e dei loro carichi tossici.

Roma, 4 settembre 2009
On Ermete Realacci

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