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contributo inviato da Pierpaolo Farina il 2 settembre 2009

Stasera mi sono parecchio stupito del fatto che, con mesi di ritardo, il nostro Presidente del Consiglio abbia deciso di querelare addirittura interi numeri dell'Unità, considerati offensivi della sua dignità.

El Paìs parla di "Censura Preventiva" e fa inquietanti paragoni con il Fascismo e il Duce, che chiuse i giornali d'opposizione e fece fuori direttamente tutti gli oppositori. Un paragone che forse risulta azzeccato, se non fosse che il Duce si era veramente fatto da solo: Berlusconi invece lo ha fatto, politicamente parlando, Bettino Craxi.

Del resto, ci aveva avvertito Tremonti un mesetto fa, quando si parlava dell'imminente 25 luglio del Cavaliere ad una platea di alti prelati: "Voi non sapete come reagirà la Bestia", che nel gergo evangelico configura il demonio.

Ebbene, la Bestia, che fino a qualche mesetto fa tutti i commentatori politici incoronavano già Imperatore d'Italia, è sotto assedio, e rischia di morire non tanto per fame e per sete, piuttosto per egocentrismo: la convinzione di essere il più amato e il più grande di tutti sta vacillando addirittura tra i suoi sostenitori, che comprendono benissimo che, finito lui, finito il partito e il governo, ma non ne sopportano più gli atteggiamenti.

'O Pezzient' Sagliuto, come lo chiamano a Napoli, ha un potere enorme sui media, cosa che di per sè è fondamentale per mantenere saldo il consenso in un Paese dove il 69% degli Italiani forma la sua opinione con il tubo catodico.

Del resto, con un'opposizione ridotta a meno di un fantasma (i fantasmi qualche rumorio lo fanno, una candela che si spegne senza vento, una porta che si apre, il rumore delle catene), chi poteva qualche mese fa pensare che la Bestia sarebbe stata colpita da una perdita di credibilità internazionale?

La Bestia però aveva fatto i conti senza l'oste, ossia, non aveva fatto i conti con se stesso: le sue esternazioni hanno una peculiarità, ognuna di esse ne rende necessarie altre cinque o sei per dimostrare che sono state fraintese e ripararne i danni, magari poi con il risultato di aggravarli.

Furono sue infatti le dichiarazioni sulle veline candidate che fecero infuriare Veronica, sue e del suo "Giornale", che poi diedero l'avvio al tram tram che vede la Bestia apostrofato malamente come un "sessuomane" dai giornali stranieri, che gli consigliano addirittura una clinica per la dipendenza sessuale.

Qualcuno a sinistra si è svegliato dicendo che tutto questo è colpa del conflitto di interessi (verrebbe voglia di spulciare le dichiarazioni di qualche anno fa di certi leader sullo stesso tema, apostrofato come "falso problema"), eppure c'è ancora qualcuno che fa orecchie da mercante.

Il Conflitto di Interessi si risolve ad un solo modo: con la vendita. E non ci vengano a dire certi liberali alle vongole che sarebbe un sopruso contro la libertà di impresa, perché non è vero.

Se il Cavaliere vuole fare l’imprenditore, la Fininvest è sua, così come anche Mediaset. Se vuole fare il Presidente del Consiglio, faccia come in America, dove chi ricopre cariche pubbliche deve vendere l’impresa e affidare il ricavato ad un gestore tenuto a rendergliene scrupolosamente conto.

Il principio, comune a tutti i liberali, non è contemplato nel Manifesto del Bigotto Libertino: interesse pubblico e interesse privato non sono miscelabili. O si serve uno o si serve l’altro. Questo però la Bestia non lo concepisce, tutto ciò che non è consono ai suoi interessi, allora è una minaccia per la libertà di tutti.

Come dargli torto, se lo stesso Berlusconi dichiarò a Montanelli e Biagi che se non andava in politica, andava in galera: una motivazione dai così sani principi, che oggi proprio non ci capacitiamo come possa il Cavaliere perseguire il suo solo interesse privato, facendo il disinteresse della comunità.

I suoi modi spicci, da padrone di azienda, andavano bene appunto in un’azienda, non al governo di un Paese. Ma del resto, la servitù non è tanto una costrizione del padrone, ma una tentazione dei servi. E di gente che preferisce delegare ad altri l’unica attività libera che hanno ce n’è parecchia.

Intendiamoci, Berlusconi non è Mussolini. Ma è proprio questo clima di facilismo, di esenzione non dai problemi, ma dalle angosce esistenziali che ci rendono recettivi ai grandi principi, che può spianare a Berlusconi la strada verso una “democrazia da balcone”.

Non quello di Palazzo Venezia, che gli starebbe troppo largo, e nemmeno quello della Casa Rosada, che consentiva ad un Peròn di arringare la folla come e quando voleva: il balcone di Berlusconi è la televisione.

Ce la farà? Dipende. Soprattutto, dipende da noi. Perchè la gente, grazie alla televisione, è con lui: e quando la gente sta dietro a qualcuno (le cronache dell'ultimo anno lo dimostrano) intellettuali e giornalisti, che dovrebbero formare l'opinione pubblica, finiscono per mettersi dietro la gente e celebrare il grande capo. E chi non si adegua fa la fine di Repubblica e dell'Unità, querelato per milioni.

A proposito, aveva ragione Veltroni: Craxi fu un grande innovatore. Peccato che la sua più grande innovazione fu aprire la strada al successo di Silvio Berlusconi.

 

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