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contributo inviato da Francesco Zanfardino il 12 agosto 2009

                                           
 
Alla fine i lavoratori dell'Innse ce l'hanno fatta. Magari non sarà stato solo merito loro, ma certamente la loro lotta ha contribuito a trovare un valido acquirente per una fabbrica che era tutt'altro che fallita, come forse qualche speculatore voleva furbescamente asserire, ma in piena capacità produttiva (altrimenti l'acquirente non avrebbe promesso zero tagli ed addirittura ampliamenti di mezzi e produzione), e soprattutto con tanti lavoratori disposti a sacrificare la propria quotidianità pur di lavorare. "Semplicemente" per lavorare.

L'attaccamento alla fabbrica dimostrato da quel centinaio di lavoratori milanesi deve diventare un modello per tutti i lavoratori italiani. Non solo come forma di lotta, che sarà certamente e giustamente emulata da tanti altri lavoratori in un autunno che si preannuncia caldissimo (anche se "qualcuno" si ostina ancora a dire in giro che la crisi è alle nostre spalle e che non c'è da temere per i posti di lavoro), ma come spirito di partecipazione diretta ai destini del proprio luogo di lavoro. La semplice "lotta operaia", infatti, può non bastare: i lavoratori dell'Innse, infatti, hanno creato le giuste premesse, ma ciò non toglie che l'acquirente poteva anche non uscire fuori. E così avrebbero pagato le conseguenze di una scellerata logica speculativa. E d'altronde sono sempre principalmente i lavoratori a pagare.

Non deve essere così. Per questo i lavoratori, visto che i sindacati non si muovono da anni ormai, devono chiedere nelle prossime lotte, oltre alla conservazione del proprio posto di lavoro, anche una forma di partecipazione alle decisioni che determinano il loro destino. Insomma, che sia l'azionariato operaio, o la co-decisione sul modello tedesco (dove per le grandi aziende i lavoratori hanno pari dignità decisionale rispetto alla proprietà, mentre per le piccole aziende tale potere si riduce al 33%), gli industriali devono cominciare a capire che i lavoratori non sono numeri, ma il motore delle loro aziende, e dunque devono avere il diritto di partecipare alle decisioni che li riguardano, o perlomeno di condividerne gli utili, e non solo i fallimenti. Certo, non sarebbe la soluzione di tutti i mali. Anche i lavoratori, e soprattutto i sindacati, quando ci si mettono, riescono a fare il male di se stessi. Ma lo stesso vale, e molto di più, per gli imprenditori: e allora perchè solo loro devono determinare il destino delle imprese?

Pari dignità e rispetto reciproco. Questa deve essere la nuova frontiera della lotta operaia. Ci saranno da battere probabilmente le resistenze di Confindustria, e persino probabilmente di una parte del mondo sindacale che vedrebbe nella co-decisione una collaborazione col "nemico" e una rinuncia alla "lotta di classe". Ma se persino il Ministro del Welfare di uno dei governi più "confindustriali" della storia ha osato qualche tempo fa ipotizzare un simile scenario, forse forse qualche possibilità c'è. La lotta, d'altronde, è dura ... ma non ci deve far paura, no?

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commenti a questo articolo 0
commento di LUCA79to inviato il 12 ottobre 2009
ONORE AI LAVORATORI!!
commento di enricopapà inviato il 30 agosto 2009
Ma senti che musica! Penso che un contributo così possa mettere in moto tante idee e tante domande ai nostri candidati e a tutti quelli che stanno "dibattendo" su PDnetwork, con temi "imposti" dal gossip, che fanno solo incazzare e alla fine demoralizzano e demotivano.
Se non parte una rivoluzione sindacale, intesa come unità, come costruzione-partecipazione, come "logica dei produttori/consumatori", autogestione, cogestione, copartecipazione...cooperazione produttiva e distributiva..
e mai possibile che abbiamo di-smesso un patrimonio ideale ricco di proposte, anche a livello europeo, che in questo momento di crisi, darebbe respiro e speranza fattiva a tutte le organizzazioni sindacali, cooperativiste, solidali... Forza che le idee e le proposte ci sono.. tiriamoci sù dalla routine e dal tirare a campare alla meno peggio ( e questo rivolto anche alla Cgil, che rasenta spesso- che delusione Epifani!- un massimalismo velleitario e sterile, per far fronte ad un altrettanto sterile movimentismo di vertice e subalterno della Cisl e della Uil)
Senza democrazia partecipativa e decisionale nei posti di lavoro, senza condivisione progettuale, non si va da nessuna parte...
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8 febbraio 2008
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