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contributo inviato da rudyfc il 12 agosto 2009


Venere Anzaldi è il simbolo odierno delle zavorre che condannano il Sud (a partire dalla Sicilia) a una condizione di arretratezza economica, sociale e culturale. Per chi non avesse letto il Corriere di oggi, a pag. 9 sono pubblicati i risultati degli studi Invalsi sul grado di preparazione degli studenti italiani. I numeri sono scoraggianti: sia sulla competenza di lettura, sia, in misura ancor più evidente, sulle competenze in lettura-comprensione del testo, matematica e scienze gli studenti siciliani occupano il fondo della classifica. Per di più, l'analisi dei test che sono stati compilati dai ragazzi ha dimostrato che al Sud una larghissima percentuale di studenti ha copiato. Con il placet dei professori che stavano lì proprio per vigilare sulla correttezza della prova.

Ed ecco l'illuminante intervento della nostra cara docente, esponente Cobas: «Giustifico sia i colleghi del Sud che del Nord, perché si è copiato anche al Nord, che hanno agito così di fronte a situazioni di disagio. Può essere stata anche una forma di protesta». Secondo la Anzaldi, siccome le scuole vivono in condizioni disagiate, con la mancanza di fondi perfino per assegnare le supplenze, allora i prof sono "giustificati" a trasmettere ai loro studenti valori altamente educativi, come quello di imbrogliare per superare una prova o dimostrarsi più capaci di quello che sono in realtà. Brava!

Per fortuna, ci pensa Gian Antonio Stella a rimettere le cose a posto nel suo commento.

Per esperienza diretta, non posso che confermare i criteri di giudizio utilizzati per valutare gli studenti al Sud: voti ultra-gonfiati per i figli di amici (o colleghi), o anche solo per dimostrare che la propria classe, o il proprio istituto è superiore agli altri. Un appiattimento verso l'alto delle valutazioni che non fa emergere né il merito di chi effettivamente eccelle per preparazione e capacità, né i problemi effettivi della scuola al Sud, né (in alcuni casi) lo scarso grado di preparazione dei docenti. È un sistema perverso che si auto-alimenta e che costituisce la pre-condizione per alimentare un sistema di clientele nel successivo accesso al mondo del lavoro e per soffocare le reali capacità di giovani che, a quel punto, non hanno alternative all'emigrazione verso l'estero o il Centro-Nord, come dimostra l'ultimo rapporto Svimez.

Il medesimo sistema si è trasferito dalla scuola all'università. Il moltiplicarsi di atenei sotto casa, che sfornano frotte di laureati da 110 e lode, non ha contribuito quasi mai a creare nuove professionalità con una preparazione utile allo sviluppo del territorio. Ne è la prova il polo distaccato ibleo dell'università di Catania, in cui è possibile studiare medicina, lingue, giurisprudenza, scienze del governo e dell'amministrazione (ma che è?). Praticamente niente che possa essere utile a favorire la crescita della nostra terra: niente turismo, niente energia o ambiente, niente che guardi all'altra sponda del Mediterraneo.

Non a caso, nell'intervista rilasciata sull'ultimo numero di PrimaPagina, il vicepresidente del Consorzio universitario ibleo Gianni Battaglia, nell'elencare i motivi per cui il polo di Ragusa dovrebbe rimanere aperto, tocca tutti i temi possibili e immaginabili, tranne l'unico vero motivo per cui ha senso una sede universitaria decentrata: animare, far vivere, nutrire cervelli che conoscano bene quel determinato territorio e apprendano nuovi metodi da applicare in loco per avviare un reale sviluppo.

Invece, l'unico avanzamento che stiamo conoscendo è il passaggio dai diplomifici ai laureifici. Mentre i dati continuano a dimostrare lo scarso livello culturale dei nostri studenti e la mancanza di una classe dirigente adeguata soffoca qualsiasi possibilità di crescita sociale ed economica del Mezzogiorno.

TAG:  SCUOLA  GIOVANI  UNIVERSITÀ  EMIGRAZIONE  SICILIA  RAGUSA  BATTAGLIA  STELLA  CORRIERE  SUD  SVIMEZ  CONSORZIO UNIVERSITARIO IBLEO 

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