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contributo inviato da simona_mn il 11 agosto 2009

L'agenzia di stampa Agi riporta (http://www.agi.it/il-punto-su/notizie/usabr-/prima-facebook-del-caffe39br-/web-mania-cambia-le-abitudini ) un'indagine svolta nella East Coast americana che svela quanto drammaticamente l'uso di internet e soprattutto dei social network alla Facebook e Twitter, stia impoverendo le relazioni familiari e sociali che si svolgono nel mondo reale.
Si sta sempre più in contatto, ma solo in rete.
E sarebbe ipocrita da parte di un blogger tirarsene fuori: sono certa che la faccenda mi tocca personalmente, e anche se abito da sola e non ho un cane da portar fuori, l'unico periodo in cui mi impongo di non usare internet sono le vacanze. E anche lì ci sarebbe da ridire: mi è già capitato di:
a) averne bisogno per ragioni pratiche (ricarica del cellulare, pagamento di un biglietto aereo con carta di credito, modifiche a prenotazioni alberghiere...);
b) sentirne l'insopprimibile bisogno per ragioni sentimentali, cioè per sentire come stava qualche persona cui tenevo, anche se sapevo che non era urgente.
Sono (siamo) una mutante?

Facciamo un po' di sociologia d'accatto (vedi che, dopo tanti anni, una laurea in scienze politiche torna sempre utile?).
Ormai a mio avviso ci stiamo dividendo in categorie probabilmente fluide ma già abbastanza chiaramente individuabili:
1) una minoranza di neonati, casalinghe, pensionati e anziani in genere non toccati, per ragioni anagrafiche, socio-culturali o per scelta (mia madre ha solo 61 anni ma il cellulare lo sa usare solo per ricevere e, dall'ultima vacanza al mare, per chiamare a casa), dalle nuove tecnologie. E' il famoso digital divide.
2) adolescenti anagrafici e virtuali che, all'opposto del gruppo 1, smanettano furiosamente tutto il giorno sul cellulare e/o in rete (ormai con alcuni modelli di telefonino si possono fare agevolmente entrambe le cose), sono multitasking, per loro è ormai impensabile vivere sconnessi. L'iperconnessione non genera in loro ansia: andrebbero nel pallone solo se provassero a disintossicarsi.
3) nevrotici che ci provano, anche per superare il senso di isolamento che sentirsi scollegati in un mondo sempre più connesso genera, ma alla prova dei fatti, per motivi morali, estetici, snobistici o altro, decidono di tirarsene fuori. Non è detto che le loro sinapsi, la loro vita sociale e la loro creatività non ci guadagnino, anzi.
4) moderati che comprendono di non potersi permettere, per ragioni lavorative (potrebbero essere liberi professionisti, imprenditori, anche agricoli, così come lavoratori dipendenti) e anche per le ragioni sociali citate per il gruppo 3, di restare sconnessi e poco alla volta scoprono di divertircisi e di non poterne più fare a meno. Oscillano quindi tra 1 e 4, ma riescono a moderarsi e a non farsi dominare dalle nuove tecnologie.
Anche perché, a differenza del gruppo 1, non ne hanno fisicamente il tempo.
Chissà che un giorno (non lo dico io, lo dicono alcuni futurologi) non decidano di farsi impiantare sottopelle il cellulare per guadagnare tempo.

Non so esattamente a quale gruppo appartengo io, ma già il fatto di categorizzare e quindi cercare di inquadrare il fenomeno in una fenomenologia mi dà un certo senso di sicurezza.

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