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contributo inviato da cerve87 il 6 agosto 2009
Ecomafia: le “navi a perdere” e lo smaltimento illegale delle scorie radioattive. Navi che affondano, rifiuti che spariscono: un business da miliardi di euro. Le denunce di Legambiente e del WWF. Lo strano caso della motonave Rosso.

Si può essere favorevoli, si può essere contrari: l’unica cosa certa è che con il “nucleare” avremo sempre più a che fare nei prossimi anni.

Il problema principale, però, non sarà l’utilizzo dell’energia nucleare, ma ciò che di essa rimane una volta esaurita: le scorie radioattive, rifiuti molto pericolosi, troppo pericolosi. E se smaltire questi carichi pericolosi per alcuni è un problema per altri è un affare, molto grosso, troppo grosso.

In Italia, Legambiente ha coniato il termine ecomafia per identificare il traffico illegale dello smaltimento dei rifiuti, anche non quelli pericolosi, e in generale tutti i reati contro l’ambiente, abusivismo edilizio compreso, che alle organizzazioni criminali hanno fruttato circa 20 miliardi di euro nel 2007.
Un termine ormai entrato nel vocabolario comune che diventa d’attualità a ogni emergenza rifiuti in Campania, ma che non scompare una volta spente le telecamere. L’ecomafia è una questione con il quale tutti abbiamo a che fare, pur non rendendocene conto: basterebbe interessarsi del “ciclo dei rifiuti” per capire dove vanno a finire i nostri sacchetti, per capire quali affari gravitano intorno a una discarica (tanto da mandare l’esercito a “difenderla”).
Non parlare di ecomafia, e pensare che il problema dello smaltimento dei rifiuti sia confinato in qualche zona dell’Italia, non la fa sparire: come ogni altra mafia si nutre e vive di silenzio.

Lo smaltimento dei rifiuti tossici è un problema mondiale; è l’ultimo libro-inchiesta di Carlo Lucarelli che ha fatto riemergere la questione nel corso delle ultime settimane. In “Navi a perdere”, ultima pubblicazione della collana VerdeNero edita dalla casa editrice milanese Edizioni Ambiente, lo scrittore bolognese racconta la strana storia della motonave Rosso (ex Jolly Rosso) e delle persone che su di essa hanno indagato e hanno, nel caso del comandante Natale De Grazia, dato la propria vita.
Come emerge dalle numerose denunce di Legambiente e del WWF, la cosa più inquietante e che non può far dormire nessuno tranquillamente è che il mondo è la discarica di chi traffica in rifiuti pericolosi e chiunque provi a scoperchiare questo vaso di Pandora, spesso, fa una brutta fine.

La storia della motonave Rosso comincia quando la sua vita per i mari finì il 14 dicembre 1990 incagliandosi nei pressi di Vibo Valentia, sulla spiaggia di Formiciche. Nel 1988 era stata noleggiata dal Governo italiano per andare a recuperare in Libano 9.532 fusti di rifiuti tossici esportati illegalmente da aziende italiane, tornando in Italia con il soprannome di “nave dei veleni” e restando nel porto di La Spezia dal 18 gennaio del 1989 al 7 dicembre del 1990.
Giuseppe Bellantone, comandante in seconda della capitaneria di porto di Vibo Valentia, intervenuta sul posto insieme ai carabinieri, testimoniò che il giorno dopo il naufragio a bordo del relitto della Rosso si sarebbero presentati «agenti dei servizi segreti» e che rinvenne sulla plancia della motonave documenti che «richiamavano la natura della radioattività del carico».
Sulla nave fu riscontrato uno squarcio enorme nella murata sinistra della stiva non visibile da terra, aperto solo dopo che la nave si era arenata. Secondo i Carabinieri tale apertura è servita per fare uscire dalla stiva qualcosa di importante e voluminoso; sul fondale marino vengono rinvenuti un camion, un muletto da 40 tonnellate e tre container e nel rapporto riassuntivo della Capitaneria di Porto di Vibo si può leggere che i container vuoti stivati a prua del garage sono stati quantificati in 25, mentre quelli recuperati sono stati 17 vuoti dalla prua del garage e 3 nel fondo del mare in corrispondenza dello squarcio. La domanda, ovviamente, è una sola: cosa c’era sulla Rosso?

Prima di arenarsi la Rosso lanciò un SOS, l’equipaggio fu recuperato dagli elicotteri di soccorso, ma la nave non affondò e finì, come detto, sulla spiaggia di Formiciche.
Un affondamento mancato, ma non il primo episodio di questo tipo a largo delle coste calabresi: la motonave Rigel affondò al largo di Capo Spartivento (RC) nel settembre del 1987 in un tentativo di frode ai danni dell’assicurazione, condannato grazie a un’inchiesta qualche anno dopo, ma che fece emergere inquietanti dubbi sul carico trasportato che andò perso in fondo al mare (scorie nucleari nascoste in container pieni di cemento e polvere di marmo).
Un’indagine coordinata dal procuratore reggino Francesco Neri accertò il legame tra lo spiaggiamento della Rosso e l’affondamento della Rigel evidenziando un nesso tra i traffici di armi destinati alle ‘ndrine aspromontane e gli inabissamenti di navi e le operazioni di interramento dei rifiuti.
Sebbene manchino le prove certe che leghino gli affondamenti delle navi allo smaltimento illegale di rifiuti tossici, emerge il meccanismo di queste “navi a perdere” dai fatti riscontrati e dalle dichiarazioni di numerosi pentiti di mafia e di marinai delle navi affondate: si carica una nave di rifiuti pericolosi, si simula un naufragio, il carico affonda con la nave che non potrà più essere recuperata. Il metodo meno costoso per le imprese e più fruttuoso per le organizzazioni mafiose per smaltire scorie pericolose, senza considerare il guadagno anche delle compagnie di navigazione che intascano il premio assicurativo per naufragio.

Non ci sono prove certe, ma le conseguenze di questo sistema di smaltimenti illegale purtroppo esistono: in un bacino territoriale privo di fabbriche inquinanti come quello cosentino il numero di persone affette da tumori e forme di leucemia è in forte aumento.
In Calabria, che insieme alla Campania somma il 30% degli illeciti ambientali in Italia, si continua a morire di tumori provenienti dal mare intossicato e radioattivo, ma anche dai rifiuti sotterrati. Secondo dati forniti dal Ministero della Sanità, in Calabria nell’ultimo triennio i casi di tumore sono stati 6338: molti, troppi per essere una sfortunata coincidenza.

Forse, molto probabilmente, la Rosso è stata una “nave a perdere” mancata; il fatto certo è che i rifiuti smaltiti illegalmente non spariscono facendo finta che non esistano.
Non si può nascondere tutto lo sporco sotto il tappeto: la natura presenta sempre il suo conto. (Mario Pasquali, voceditali
a.it)

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