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contributo inviato da cerve87 il 29 luglio 2009
di Marco Bucciantini

Due morti, trentamila ettari che non torneranno verdi, sette giorni con l´isola sotto scacco. In Sardegna il fuoco ha cambiato i colori dell´estate, annerendo le campagne e affumicando il cielo. Si cercano le mani che lo hanno appiccato, un po´ ovunque. Trovate queste, resteranno le colpe sfuggenti: perché i soccorsi hanno tardato? Perché la Forestale è stata rivoltata a ridosso dell’emergenza estiva? Circostanze che non incendiano la terra, ma concorrono a fare più grave il danno: per estensione, sommando i focolai in tutte e otto le province, è come se fosse bruciata la città di Milano con tutto l’hinterland. L´economia dell’isola, già deperita dalla crisi che chiude le fabbriche, subisce il doloso, preciso attacco al cuore: sono spariti pascoli e fienili, si sono spaventati i turisti sfollati dalle spiagge e i giovani che trovano inospitale la terra natìa.

Le fiamme sono ormai quiete, così come il Maestrale che le aveva alimentate. Gli investigatori ostentano i risultati della caccia: l’inferno di Loiri è scaturito dall’agriturismo di Villa Contu. Sempre nel Sassarese, è fissato a Bonovra l’innesco dell’incendio che ha ucciso i due allevatori. «Sono regolamenti di conti interni al mondo agropastorale», secondo il comandante Sebastiano Mavuli. In Gallura parleranno le telecamere montate ai varchi dei boschi. A divorare il Sinis potrebbe essere stato il fuoco di un traliccio elettrico surriscaldato. Questo è il bollettino delle procure. Poi bisognerà scoprire cos’è che tiene insieme tutto, «questa fabbrica d’interessi illegali e diversificati» come confessava alla Nuova Sardegna uno 007 dell’antincendio. I piccoli, ancestrali odi e i più moderni affari che si sono incontrati nel posto giusto, al momento giusto.

Gli incendi sono stati appiccati nella settimana più calda dell’anno perché il sole corroborasse l’opera umana, e studiando i venti perché le fiamme si estendessero in fretta. Più rapide dell’arrivo della Protezione civile, con Bertolaso che lamenta lo scarso coordinamento della Regione e il governatore Cappellacci che risponde: «Non è il tempo delle polemiche». Ma delle responsabilità, sì. E tutto sarebbe stato più oliato se la Regione non avesse avvicendato i vertici della Forestale a maggio, all’avvio della stagione rischiosa. La legge concede 90 giorni alla nuova giunta per confermare o nominare la nuova dirigenza del Corpo. Cappellacci se l’è preso tutto, quel tempo, impedendo il rodaggio dei capi. E nuovo è anche l’assessore all’Ambiente, quel Giorgio Oppi padrone dei voti nel Sulcis e adesso anche del destino di molte famiglie sarde legate all’antincendio, alla Forestale. Che occupa manodopera spesso precaria, contratti stagionali, e più la terra brucia e più braccia servono, magari stabili. In Sardegna tutto è in mano all’Ente Foreste, struttura ad hoc della Regione, cui fanno capo gli operai, maggiormente garantiti, anche se i metodi di reclutamento innestano vizi: se altrove il contingente si ringiovanisce ogni anno (per un mestiere di «prestanza»), qui si fanno i concorsi, con parametri diversi e fra i già attivi c’è molto personale «fermo e invecchiato», in malattia, in attesa di cambio di destinazione, dato che il concorso precedente fu nel 1990. In pratica, la Forestale lavora a metà organico e il decreto che regolarizzava i precari è fermo nei cassetti.

Bisognerebbe raddrizzare queste storture così come si spegne il fuoco. «Ma vedo prendere forza una vecchia visione, che antepone l’uso del territorio al suo controllo», fa Graziano Milia, presidente della provincia di Cagliari. Il «piccolo sindaco di periferia», come si autodefinisce Tonino Pischedda, prova a dirla tutta: nel cimitero del suo comune, Pozzomaggiore, Sassari, è stato seppellito l’allevatore Mario Piu, che cercava di salvare le sue pecore, nel suo podere: terra e lavoro. «Il prezzo dei mangimi sale quando scarseggia il foraggio». Poi c’è l’inossidabile speculazione edilizia, i terreni svalutati e comprati per ospitare il cemento dei vincitori che soffiano dietro Cappellacci. E poi ci sono i Canadair, necessari e costosi: «Se qui tutto brucia ne serviranno di nuovi, qualcuno l’affare lo fa sempre», dice il sindaco.

Fonte: L'Unità
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commenti a questo articolo 0
commento di Alexbr inviato il 31 luglio 2009
In teoria, non dovrebbero essere spenti gli incendi, ma dovrebbero essere spenti TUTTI (e dico tutti) gli interessi che inducono a provocarli. Gli interessi speculativi innanzitutto (volendo è facile: basterebbe inibire tassativamente qualsiasi edificabilità per molti decenni sulle aree bruciate; il tempo necessario per la ricostituzione naturale della vegetazione. Perchè andrebbe detto, che la vegetazione si ricostituisce naturalmente, dopo un incendio, se si ha la pazienza di aspettare molti decenni). Ma non basta. Sciascia aveva creato molto scandalo con il termine "professionisti dell'antimafia". Occorre avere un po' di coraggio e cominciare a parlare di "professionisti dell'antincendio", facendo, com'è doveroso, i dovuti distinguo.
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