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contributo inviato da rudyfc il 17 agosto 2009


I dati contenuti nel rapporto Svimez pubblicato a luglio parlano di un Sud alle prese con un’economia bloccata, che cresce per il settimo anno consecutivo meno di quella del Centro-Nord, cosa mai accaduta dal dopoguerra a oggi. Per di più, se rapportate al resto d’Europa, le regioni meridionali si trovano concentrate tutte nelle ultime posizioni, con una crescita media nell’ultimo decennio dello 0,3%. Un dato scoraggiante perfino se confrontato con quello delle altre aree deboli dell’Ue, che nello stesso periodo hanno fatto segnare un incremento dieci volte superiore. Le conseguenze sono quelle che conosciamo, a partire dagli alti tassi di disoccupazione e da un’emigrazione crescente e sempre più di “qualità”, che coinvolge giovani laureati.

Poco o niente è stato fatto nell’ultimo anno per invertire questa tendenza. Lo dimostra il calo della spesa pubblica pro capite nel Mezzogiorno e i tagli che hanno colpito in particolar modo gli investimenti per lo sviluppo (come i fondi Fas). Nel 2008, il Cipe, l’organismo governativo presieduto da Gianfranco Miccichè che ha il compito di assegnare le risorse dello Stato per le infrastrutture, ha destinato solo 33 miliardi alle regioni meridionali, appena il 28,6% del totale nazionale. A fronte di tutto ciò, in Sicilia le interruzioni di energia elettrica sono il doppio rispetto al resto d’Italia, il 3% dei cittadini è ancora privo di rete fognaria, il 70% dei comuni è a rischio frane. E si tratta di servizi minimi, senza voler additare ancora una volta la cronica carenza di reti di trasporto adeguate.

Di fronte a tali condizioni, emerge ciclicamente un desiderio di riscatto che nei decenni è passata, sul piano politico, dalla richiesta di indipendenza dell’isola, poi trasformata in una più cauta autonomia, all’emergere di movimenti territoriali che si fanno interpreti di questa condizione di disagio. Ultimo in ordine di tempo a ergersi a portavoce del riscatto siciliano è stato il governatore Raffaele Lombardo, dapprima con il suo Mpa, oggi con il progetto di un Partito del Sud, nel cui percorso è affiancato (non si è capito ancora bene in che termini) da Gianfranco Miccichè. Può servire alla nostra regione la nascita di un nuovo partito, così caratterizzato territorialmente?

Se si guarda a quanto successo al Nord, con il successo della Lega, è semplice rispondere di sì. Le condizioni, tuttavia, sono molto differenti. Prima ancora che politica, si tratta di una questione economica e sociale. A differenza delle regioni settentrionali, al Sud, e in Sicilia in modo particolare, manca un tessuto imprenditoriale in grado di fare da sottostrato a un movimento politico che rivendichi con forza fino a Roma le istanze dell’isola. Ma manca anche, e forse soprattutto, una base popolare. Il successo della Lega Nord non sarebbe stato possibile se ampie fasce della popolazione settentrionale, trasversale agli schieramenti politici precostituiti, non avessero dato vita a un moto collettivo, capace di dare forza alle proprie rivendicazioni. Il Carroccio, seppur con valori propri, ha ricalcato forme di azione politica simili a quelle tradizionali della sinistra: l’organizzazione di massa, il buon governo degli enti locali, l’assistenza civica e sociale della popolazione “dalla culla alla tomba”, perfino il folclore.

Non è un caso se in Sicilia queste azioni non hanno trovato spazio, nemmeno negli anni d’oro dei partiti di massa. La politica meridionale, e in particolar modo quella della nostra isola, ha mantenuto caratteri tipici più delle forme d’azione politica del tardo Ottocento che del secondo dopoguerra. Al centro della scena non vi è (quasi) mai stato “il popolo”, bensì pochi notabili, che hanno controllato, attraverso la gestione delle risorse pubbliche, la distribuzione del consenso. È un sistema che è ancora oggi pienamente in vigore e che attraversa trasversalmente gli schieramenti.

Ad alimentarlo non c'è solo l'opportunismo di una parte più o meno consistente della classe politica. È anche l'individualismo diffuso all'interno della società siciliana, indotto soprattutto dalle difficili condizioni di vita della maggior parte della popolazione, a favorire i rapporti personali con chi gestisce fette di potere. Capire quale di questi due elementi sia la causa e quale la conseguenza è un po' come chiedersi se sia nato prima l'uovo o la gallina. Di certo, il clientelismo è ormai un metodo diffuso e quasi inestirpabile della realtà siciliana. Con esso si trova a fare i conti chiunque voglia fare politica nell'isola. I diritti di tutti vengono vissuti spesso come privilegi che si possono ottenere solo grazie all'intermediazione di pochi, che così acquisiscono poteri che non sarebbero di loro competenza, prestigio e consenso. Compito della politica non è distribuire, a discrezione dei singoli, risorse di vario genere (dirette, come i finanziamenti, o indirette, come i posti di lavoro), ma creare le condizioni affinché quote sempre più consistenti della popolazione abbiano accesso a tali mezzi.

All'interno di questa realtà, ha senso dare vita a un Partito del Sud? O esso non rischia piuttosto di alimentare il notabilato locale, che gestisce le risorse necessarie per accrescere il consenso all'interno del territorio, ma non riesce (o non ha interesse) ad assumere un potere sufficiente a dargli forza nelle trattative nazionali e continentali? Finché i rapporti politici saranno gestiti sulla base di contatti diretti tra singoli rappresentanti (che danno, o promettono di dare) e singoli cittadini (che ottengono, o sperano di ottenere) non si riuscirà mai a imitare il “modello Lega”. Piuttosto, è da ripensare il rapporto tra i partiti nazionali e i territori del Sud, perché solo una forza politica in grado di conquistare consenso anche in altre realtà geografiche può assumersi la responsabilità, sul piano programmatico e nella formazione della propria classe dirigente, di scardinare un sistema assistenzialista e individualistico, che ha portato alla drammatica situazione attuale.

(da Ragusa in Prima Pagina di agosto 2009)

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