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contributo inviato da pdsanbasilio il 22 luglio 2009

 

Nel novembre 2008 l’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia europea perché il regime pensionistico dei dipendenti pubblici - che prevede un’età pensionabile di 60 anni per le donne e 65 per gli uomini - contravviene all’art. 141 del Trattato CE che vieta qualsiasi discriminazione retributiva in base al sesso.

Vista la proposta di riforma del sistema avanzata a suo tempo dal Governo, abbiamo avviato un dibattito sul tema, per individuare una soluzione alternativa nonché una riflessione più ampia sulla necessità di creare un nuovo modello di welfare. Il dibattito ha coinvolto le commissioni interessate al tema di Camera e Senato nei mesi di marzo, aprile e maggio. Hanno anche partecipato esperti e segretari confederali di CGIL, CISL, UIL.

Sulla base di questa discussione avanziamo alcune proposte:

- Stipulare un “nuovo contratto sociale”, non solo per le dipendenti del settore pubblico, ma per tutte le lavoratrici e i lavoratori.

- Fondare la definizione delle età pensionabili sulla flessibilità,

recuperando la legge Dini del 1995.

- Proporre un’età pensionabile inserita in un range compreso fra i 60 e i 70 anni, all’interno del quale i lavoratori e le lavoratrici possano esercitare una scelta individuale e volontaria.

- Utilizzare i risparmi derivanti dal nuovo regime per disegnare un nuovo sistema di welfare basato sull’effettiva eguaglianza di opportunità tra uomini e donne, che concili il lavoro famigliare e la vita professionale.

I. INTRODUZIONE: I FATTI

La sentenza della Corte

Il 13 novembre 2008 una sentenza della Corte di giustizia europea (Commissione delle Comunità europee contro Repubblica italiana, causa C-46/07), emessa a seguito della procedura di infrazione avviata nel luglio 2005 dalla Commissione europea, ha condannato l’Italia per aver mantenuto in vigore una normativa in forza della quale i dipendenti pubblici hanno diritto a percepire la pensione di vecchiaia a età diverse a seconda che siano uomini o donne, contravvenendo al disposto dell’articolo 141 del Trattato che istituisce la Comunità europea.

Nell’avviare la procedura di infrazione, la Commissione europea ha sostenuto che il regime gestito dall’INPDAP è un regime c.d. professionale al quale si applica la direttiva 86/378/CEE, modificata dalla direttiva 96/97/CE, nonché l’articolo 141 del Trattato, i quali vietano qualsiasi discriminazione retributiva in base al sesso. Di conseguenza, il regime pensionistico definito in Italia per il pubblico impiego è stato ritenuto un regime discriminatorio in quanto stabilisce che l’età pensionabile sia di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne.

La Corte ci contesta, in particolare, la funzione suppletiva, o compensativa che in Italia, di fatto, svolge la differenza di età pensionabile tra uomini e donne. E’ un “risarcimento” che non è considerato idoneo e sufficiente né a garantire un’effettiva parificazione tra uomini e donne, né ad assicurare il rispetto delle norme europee che mirano a garantire generali e concrete condizioni di vera pari opportunità.

Per realizzare quella parità effettiva di condizioni lavorative tra uomini e donne di cui all’art. 141, comma 4, la Corte autorizza gli stati membri a mantenere o adottare misure che prevedano vantaggi specifici, diretti a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali, al fine di assicurare una piena uguaglianza tra uomini e donne. Da questo è chiaro come la differenza tra uomini e donne in età pensionabile non svolga una funzione suppletiva o compensativa minima sufficiente, e che, in base ai trattati Comunitari e secondo l’interpretazione della Corte, al fine di creare un’effettiva parità vada introdotto un sistema sociale e di welfare che fornisca quei servizi minimi che mancano in Italia e la cui mancanza va a netto svantaggio delle lavoratrici.

La vicenda che riguarda l’età di pensionamento delle donne nelle pubbliche amministrazioni è esemplare sotto numerosi profili e va affrontata con determinazione, perché rischia di accreditare una confusa idea di Europa e questo proprio sul tema della parità tra donne e uomini, su cui, al contrario, l’apporto delle istituzioni europee è stato determinante. Il rischio, infatti, è che la sentenza venga strumentalizzata dal governo italiano per raggiungere obiettivi ben lontani da quelli previsti dai trattati europei e perseguiti dalla Corte. Le istituzioni europee sono state e restano motore di sviluppo della parità di trattamento e dei divieti di discriminazione con una normativa che è posta a fondamento della stessa costruzione europea. Oggi il governo italiano vuole nascondersi dietro la sentenza della Corte per un semplice innalzamento dell’età pensionabile delle donne a 65 anni senza, peraltro, una esplicita destinazione delle risorse risparmiate a vantaggio delle donne.

Non condividiamo l’utilizzo strumentale che si è fatto della sentenza perché lo spirito era a favore delle donne e si potevano scegliere altri strumenti per favorire pari opportunità contro le discriminazioni.

Il risultato sarebbe un netto peggioramento delle condizioni delle lavoratrici, presentato come “imposto da Bruxelles”, utilizzando cioè nuovamente l’Unione europea come comodo capro espiatorio.

L’uso strumentale della sentenza risulta palese poiché questo caso specifico ha subito un’accelerazione mai vista in altri casi simili o addirittura più gravi.

Nel caso specifico si tratta di una condanna della Corte di Giustizia sulla quale, da poco, la Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione. Al contrario di quanto sta succedendo, ad esempio, per la legislazione relativa al divieto di lavoro notturno delle lavoratrici durante il periodo di gravidanza e il primo anno di vita del figlio, per la quale a gennaio è arrivata la messa in mora della nostra legislazione. Di questo, e della multa che ne deriverà, nessuno parla, né il governo mostra la stessa solerzia nell’adempiere ai suoi obblighi.

II. LA RISPOSTA DEL GOVERNO

La soluzione prospettata dai Ministri Brunetta e Sacconi, infatti, è quella di attuare con flessibilità e gradualità l’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne innalzando il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia delle donne nella pubblica amministrazione dagli attuali 60 a 65 anni entro il 2018 e introducendo dal 2015 un automatismo per adeguare l’età della pensione all’eventuale allungamento delle aspettative di vita, senza in realtà considerare la parte essenziale degli obblighi comunitari e della sentenza, relativi alle misure di sostegno alle donne lavoratrici e ignorando totalmente gli obiettivi di Lisbona in materia di occupazione femminile. Secondo Lisbona l’occupazione femminile dovrebbe raggiungere il 60% entro il 2010. L’Italia si trova ben al di sotto dell’obiettivo finale,ed è ferma, penultima in Europa, al 46.7% (contro una media dell’UE del 57.4%). L’Unione europea come sappiamo considera di fondamentale importanza l’affermazione di politiche di pari opportunità quale strumento essenziale per la crescita. Per questo occorre perseguire tre obiettivi: 1) aumentare l’occupazione femminile, 2) equiparare le condizioni di partenza nella società tra uomini e donne, 3) includere la dimensione femminile in un nuovo patto intergenerazionale.

III. LE POSSIBILI PROPOSTE DEL PARTITO DEMOCRATICO

Partiamo dalla risposta alla sentenza europea.

Secondo la Corte, la motivazione che regola la differenza di età pensionabile del nostro ordinamento, ovvero risarcire le donne mandandole in pensione prima, in realtà non le risarcisce affatto poiché diviene una comoda scusa per non affrontare il nodo dei servizi di cura e assistenza e perché comporta anche una discriminazione retributiva.

La nostra risposta. Non é più tempo per decidere un'unica età. Dobbiamo ripristinare il periodo flessibile di pensionamento, per le lavoratrici e per i lavoratori, già previsto dalla legge Dini del 1995. Si parla tanto di flessibilità e di libertà di scelta. Consentiamo allora che ciascuna e ciascuno di noi possa scegliere, tenendo conto dello stato di salute, del lavoro svolto, della situazione personale e familiare, della situazione contributiva.

La strada dovrebbe, in altri termini, passare per l’ampliamento delle opportunità e non per la decimazione di diritti acquisiti o quanto meno di legittime aspettative. Le donne non sono una categoria omogenea: la loro situazione dipende dal tempo di lavoro che hanno alle spalle, dal lavoro che stanno svolgendo e dalle condizioni in cui è svolto, dalle scelte di vita e dalle condizioni di reddito. Non si tratta solo di lavori usuranti, dobbiamo ricominciare a pensare alle persone, nelle loro differenze.

Ovviamente si dovrebbe entrare nel dettaglio delle molte differenze, ma può bastare ricordare tre caratteristiche delle donne pensionate, come risulta da un recente studio del Cnel: la maggioranza riceve pensioni di vecchiaia perché ha più difficoltà ad accedere a quelle di anzianità; la stragrande maggioranza delle pensioni è al minimo; spesso sono stati versati contributi che non hanno portato alla maturazione dei requisiti minimi.

Il vero problema è che nel nostro paese, come ha riconosciuto la Corte, la discriminazione non è solo relativa all’età anagrafica bensì è anche e soprattutto economica e di opportunità.

Discriminazione economica, perché se una donna che va in pensione 5 anni prima dell’uomo versa cinque anni in meno di contributi (considerato che mediamente il livello retributivo femminile in Italia è ampiamente inferiore a quello maschile) avremo una netta differenza economica. Meno contributi, pensione più bassa.

Se confrontiamo il nostro paese con gli altri paesi europei vediamo che in Italia vi è la maggiore differenza dell’entità delle pensioni fra uomini e donne, calcolata come percentuale sull’ultimo stipendio (gli uomini ricevono il 64% contro il 46% delle donne) rispetto alla media europea.

Noi proponiamo un’età pensionabile inserita in un range compreso tra i 60 e i 70 anni, all’interno del quale prevedere la massima flessibilità. Chi vorrà andare in pensione prima potrà farlo volontariamente, così come chi vorrà restare attivo nel mercato del lavoro.

Questo consentirebbe, oltre ad un avvicinamento alla prassi europea – dove in alcuni dei paesi si sta innalzando l’età femminile a 65 anni e in altri si discute di alzarla, equiparandola a quella maschile, a 70 anni – e ad una maggiore conformità con la nuova “anagrafe” della società italiana, dove l’invecchiamento della popolazione è progressivo e in costante aumento, anche un notevole risparmio per le casse previdenziali.

Da questo risparmio si libererebbero risorse per realizzare modelli più inclusivi, per consentire alle donne non tanto di andare in pensione prima o dopo, quanto di andare in pensione in condizioni più vantaggiose.

Veniamo ora alla discriminazione di opportunità.

Sappiamo quanto sia difficile per le donne accedere al mercato del lavoro e, una volta entrate, avere salari elevati nonché mantenere il posto di lavoro, in particolare in occasione di una maternità –ancora un nodo cruciale per molte tipologie di lavoratrici – o in caso di problemi famigliari come la cura di un anziano non autosufficiente.

Dobbiamo inoltre considerare l’aspetto dei servizi, che devono essere parte indispensabile del nuovo sistema di welfare che vogliamo proporre. Un sistema di welfare che dovrebbe puntare a rafforzare sia la permanenza sia la professionalità delle donne e degli uomini nel mercato del lavoro, la conciliazione e la redistribuzione dei ruoli nella società.

Oggi sappiamo che la scarsa condivisione tra uomini e donne del lavoro famigliare fa sì che gli uomini abbiano in media più ore libere delle donne. Il sistema oggi regge grazie all’assunzione di responsabilità famigliare delle donne, alle reti familiari e all’apporto di immigrate (badanti, colf, ecc). Ma questa rete di aiuti informale è entrata in crisi. Il calo della fecondità, l’aumento dell’invecchiamento della popolazione, la crescita del lavoro femminile, non potrà che accentuare questa criticità. Questo dimostra come sia sempre più necessario un nuovo sistema di welfare, per evitare il peggioramento della qualità della vita.

E’ necessario oggi più che mai conciliare le responsabilità famigliari con le politiche del lavoro.

Servono più asili nido (i nostri dati indicano un 10% contro una copertura territoriale che dovrebbe essere del 33% secondo la strategia di Lisbona), servono strutture per la cura di persone anziane non più autosufficienti, servono servizi scolastici che tutelino i bambini in caso di orari lavorativi particolarmente lunghi dei genitori, va introdotto il congedo parentale maschile e pensate forme di congedo parentale per i nonni; dobbiamo aumentare le opzioni di flessibilità sull’orario di lavoro e sul lavoro a distanza, vanno studiate tutte quelle forme di servizi che permettano alle donne di conciliare la vita professionale con il lavoro famigliare che ancora grava pesantemente sulle loro spalle.


Cesare DAMIANO Marialuisa GNECCHI Sandro GOZI

Roma, 20 luglio 2009

TAG:  WELFARE  PENSINI  ETÀ PENSIONI DONNE  UE  PARTITO DEMOCRATICO  CESARE DAMIANO  MARIALUISA GNECCHI  SANDRO GOZI 

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