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contributo inviato da simitan il 17 luglio 2009

Il noto episodio di conflitto sui temi dell’immigrazione-emigrazione svoltosi a Casarsa a metà giugno tra il Vescovo diocesano e il Presidente del Consiglio regionale, con il conseguente dibattito mediatico e politico che ancora prosegue, hanno probabilmente aperto un varco. La misura dell’ignoranza e della protervia implicite nell’accaduto aprono uno spazio possibile per la coscienza (non solo cristiana) verso una consapevolezza ulteriore.

Nell’immediato, vista la mia recente esposizione politica ho preferito tacere nel merito, senza avanzare posizioni che, data la mia storia, avrebbero potuto dar spazio ad interpretazioni di patenti cattoliche in politica che ovviamente non devono essere richieste né rilasciate.

Passato qualche tempo, voglio scavare dentro e oltre l’avvenimento, offrendo un contributo teso ad avviare un dialogo su alcune questioni.

 

Da credente desidero anzitutto esprimere ancora una volta la mia solidarietà e l’apprezzamento per la fermezza serena con cui il vescovo Poletto interpreta il ruolo di pastore. L’annuncio cristiano non è semplice nella nostra società, ma la Sua testimonianza in questi anni è sempre stata un sicuro riferimento di speranza, anche nel dialogo con le istituzioni.

 

Tuttavia a partire da quanto accaduto, come se avvertissi che una misura è colma, sento il dovere di sollecitare una riflessione comune e aperta, rivolta da un lato a tutte le realtà vive della Chiesa, a partire dalle Aggregazioni Laicali cattoliche che tanto fanno e possono fare nella nostra realtà anche sociale, dall’altro alle realtà civili e politiche, che nel dialogo costruttivo con la tradizione morale cristiana e con la Chiesa traggono ragioni di opportunità, di costruttiva convivenza e non solo.

E’ una questione di laicità positiva che sollecita tutti. L’episodio infatti, aldilà degli effetti immediati di conflitto politico-istituzionale nelle diverse sedi, rappresenta un’opportunità per riflettere sul compito sociale della Chiesa Cattolica e sulle modalità con cui lo esercita in questo momento storico, in particolare sui temi epocali dell’immigrazione e della convivenza civile.

Non si può nascondere infatti che l’atteggiamento culturale generale in materia di immigrazione presente tra larghi strati della nostra popolazione (attestato in modo forte anche dal successo politico delle parti che del contrasto all’immigrazione hanno fatto la loro forza e caratteristica ideologica), sia un forte segnale di fallimento dell’evangelizzazione sui temi sociali (cfr. Matteo 25,31-40 - … ebbi fame e mi avete dato da mangiare; ebbi sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto…) e una più generale eclissi del tradizionale principio di solidarietà presente tra la nostra gente. Solidarietà che almeno per i cristiani, come ha scritto Giovanni Paolo II, “non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti” (enciclica Sollicitudo Rei Socialis n°38). Solidarietà che, come qualcuno esperto ha precisato, “…nasce dall’analisi della complessità sociale, dai guasti provocati dal sistema sociale disordinato, dal degrado morale e culturale provocato dalla legge del più forte, dalla carenza di etica collettiva”. (don Luigi Di Liegro).

Non parlo dunque solo dei risvolti antisolidali delle recenti leggi di supposta sicurezza, parola divenuta chiave di una strettoia egoista nel dibattito e del consenso politico. Parlo soprattutto di ciò che sta a monte di questa azione politica, e che pare rendere legittimo, nel sentire di molti, i sempre più numerosi comportamenti di chiusura alla “leghista”. A prescindere dal fatto che la forza politica in questione sia causa od effetto, parlo del costume morale della gente del nostro territorio e delle conseguenze sul futuro in ordine alla convivenza sociale. In questo orizzonte stanno venendo al pettine alcuni nodi che è bene affrontare.

Procedo per punti, senza pretese esaustive, a partire da una prospettiva militante in senso cristiano, lasciando a ciascuno il compito di prender parte al dibattito a partire dalla propria condizione.

 

Un primo aspetto che intendo porre all’attenzione parte da un dato emergente: il conflitto tra legge morale cristiana e la sua perversione politica travestita anche da legge dello stato.

La campagna elettorale a contrasto dell’Islam in favore dei supposti valori cristiani, organizzata recentemente in modo così esplicito da un locale candidato all’europarlamento, segna anche simbolicamente il degrado con cui il messaggio cristiano viene pervertito. E’ un esempio, ma indica un modus operandi che sembra avanzare ormai con vigore senza timore di smentite.

Di questo occorre preoccuparsi. Me l’hanno detto in molti nelle passate settimane. La percezione diffusa è infatti che il messaggio cristiano venga ormai continuamente e arbitrariamente impugnato, spesso anche da chi non ha mai mosso un’unghia nella vita della Chiesa, per diventare occasione di conflitto. Il Vangelo della vita e dell’amore viene troppo spesso mutato in vangelo della lotta aggressiva al “diverso”, armata di supposti diritti sanciti dalla supposta medesima cultura cristiana, sotto i vessilli della sicurezza. Come se per i cristiani una vita umana sprovvista dei documenti cartacei non dovesse godere degli stessi diritti umani…

La bibbia mette in guardia tante volte i credenti dai falsi profeti e perciò è necessario un intervento forte e corale, in primo luogo da parte dei pastori, per smascherare chi usa in modo improprio l’appellativo cristiano.

Ma non c’è solo il pericolo spirituale, c’è anche il pericolo per lo spazio pubblico.

Su questa strada, nell’epoca della globalizzazione, la matura alleanza tra legge civile e legge morale cristiana, già segnata da un cammino impegnativo nel quadro dei temi bioetici, sta inevitabilmente per trovarsi in crisi anche sui grandi temi della convivenza civile e sociale. Questa crisi è già ora una fonte di disorientamento per molti e si presenta come un bivio impegnativo: o una stagione conflittuale o una quieta immorale accondiscendenza alla legge del più forte, sostenuta dalle regole democratiche e mediatiche della maggioranza.  

In questa incertezza prendono corpo numerose domande.

Il cittadino-cristiano (e ovviamente non solo lui) a quale legge deve obbedire? Il caso recente dell’ambulatorio a Pordenone è lì a parlare di questa difficoltà. La strada dell’obiezione di coscienza e della disobbedienza civile sarà una storia di lotta da recuperare? Il popolo cristiano e la Chiesa istituzione, nelle sue articolazioni, in quale modo possono e devono parlare, qui e altrove, per far crescere le coscienze, oltre che ad evitare l’isolamento e l’etichettatura di alcuni che più coraggiosamente di altri si espongono controcorrente?

 

Un secondo aspetto sono i danni permanenti di questa cultura aggressiva che cominciano a diventare molto visibili. Come ho avuto modo di sentire da molti, si avverte infatti in questi anni un cambiamento di clima culturale che può risultare veramente pericoloso, soprattutto tra le fasce più deboli: le giovani generazioni e gli anziani in primis, che a quanto pare stanno vivendo le parole d’ordine della “crociata leghista” come una via che offre almeno qualche chiarezza-contro-qualcuno.

Il guaio è che la sentono giusta e la appoggiano sentendosi cristiani; come se avessero assorbito questo messaggio all’interno di una “condizione cristiana” che si è a tal punto secolarizzata da non essere più capace di suscitare anticorpi per una reazione di sana coscienza evangelica. Anche per il cristiano rivendicare il disagio è un dovere, ma senza il presupposto dell’egoismo a danno di terzi.

Per la Chiesa c’è dunque da porre in discussione, sui temi specifici, la capacità di incidere sull’educazione al discernimento dei fedeli. E’ indubbio che i parroci i catechisti e le Aggregazioni Laicali debbano stare in prima fila in questo esame di coscienza.  

La cosa è poi amplificata dal deficit politico di chi spinge la raccolta dei consensi fomentando le paure, invece che svolgere il compito autentico della politica: analizzare storicamente i problemi per affrontarli in radice con una visione e un progetto autenticamente volto allo sviluppo umano. Di ogni uomo e di tutti gli uomini.

Avere dei capri espiatori per il proprio disagio rappresenta probabilmente una pertica psicologica a cui attaccarsi di fronte al vuoto e all’incertezza del futuro. Ma non v’è dubbio che l’ostilità preventiva allo straniero, tramutata in legge, stia costituendo la spina dorsale di una cultura e di un atteggiamento localista e di fatto antiumanitario (per non dire razzista) che sfida il buon senso, i dati razionali e le ragioni dell’economia, ancor prima che la carità cristiana.

Perciò il disagio sociale nutrito dalle paure viene spinto su percorsi lontani dalla possibilità di pensare e agire non solo con la coscienza cristiana ma persino con la correttezza costituzionale.

Inutile sottolineare il pericolo a cui la nostra comunità è esposta, con le generazioni che crescono dentro una cultura che ha un’idea della legge a servizio di un grezzo apparato para-ideologico, invece che nella prospettiva dei diritti umani così chiaramente affermata nella nostra Costituzione e nella dichiarazione Universale con cui l’umanità ha cercato di sollevarsi dopo le catastrofi del novecento.

 

Un terzo aspetto da approfondire è quello dei limiti politici dell’intervento ecclesiale. E’ chiaro infatti anche da quanto è accaduto a Casarsa, che su questa stessa strada va posta attenzione al tema dell’impegno dei cristiani in politica. Impegno laico da laici, sia chiaro.

Questo problema è scottante da una parte per via della complessiva assenza. Non v’è dubbio infatti che l’intervento veritativo (cioè di correzione nella ricostruzione storica) del Vescovo a Casarsa ha certamente assunto rilevanza per via del complessivo isolamento culturale nel quale è avvenuto. Certo perchè il “vento” culturale spinge altrove, a partire dai mass-media su cui sarebbe necessario aprire un intero capitolo. Questo, intendiamoci, non tanto perché manchino in assoluto cristiani impegnati. Il problema è piuttosto la temperatura e la formazione cristiana di chi si impegna, oggi così spesso smaccatamente avvinghiata alla categoria del moderatismo da far risaltare la posizione del Vescovo Poletto, agli occhi foderati di leghismo del Presidente del Consiglio regionale, come una posizione da estremista (per le povere categorie politiche ovviamente questa volta di sinistra, la prossima magari, da altro angolo visuale, sarà da conservatore di destra).

D’altro canto c’è una sottolineatura che non si può evitare, sull’esposizione politica rischiosa e diseguale avuta dalla Chiesa romana negli ultimi tempi. Rischiosa perché agìta spesso con la sensazione di avere interessi propri da difendere e poi anche perché agìta in proprio dalla gerarchia, senza la mediazione necessaria, per indicazione del magistero, da parte dei laici cristiani; diseguale per la sproporzione di impegno, almeno nella percezione e per gli effetti nella pubblica opinione, sui temi della bioetica rispetto alle questioni della convivenza civile. L’esempio recente del dibattito sulla posizione ecclesiale sul referendum per la legge 40 è lì a dare un’idea delle difficoltà che possono derivare alla politica del paese e alla laicità dello Stato da una posizione ecclesiale che tarda a dialogare e a rivolgersi alle coscienze per svolgere il suo ruolo magisteriale.

 

In questo quadro emergono dunque come necessarie almeno due grandi questioni.

Quali sono le chiavi di lettura e i valori utili per interpretare questa situazione? Cosa possiamo fare noi? Sono domande che chiamano in gioco l’idea di società e di sviluppo a cui responsabilmente non possiamo sottrarci, in attesa che il tempo avanzi le sue risposte sotto forma di destino inevitabile.

<!--[if !vml]--><!--[endif]-->Sono domande aperte, su cui è bene che la nostra comunità territoriale si soffermi per affrontarle insieme. Le risposte sono affidate ad un tempo di dialogo che guarda oltre l’emergenza. Un dialogo profondo, consapevole della posta in gioco e non pregiudiziale.

Giorgio Zanin

TAG:  IMMIGRAZIONE  CHIESA  VESCOVO  SOLIDARIETÀ 

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