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contributo inviato da team_realacci il 10 luglio 2009
Se un giorno il Pianeta sarà riuscito a scongiurare gli effetti più drammatici del cambiamento climatico, probabilmente come momento simbolo della vittoria verrà scelta l'elezione di Barack Obama e la sua decisione di imporre agli Stati Uniti una drammatica inversione a U rispetto alla rotta suicida scelta da George W. Bush. Ma nella storia della lotta al riscaldamento globale c'è anche un altro fondamentale evento spartiacque: la pubblicazione del IV Rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change, l'organismo dell'Onu incaricato di studiare i cambiamenti climatici.

L'allarme sulla minaccia che l'effetto serra rappresenta per la Terra lanciato nel 2007 sulla base di una lunga e accurata raccolta delle migliori pubblicazioni scientifiche nel vastissimo campo del clima gli è valso il premio Nobel, ma soprattutto è servito a far uscire la questione (peraltro già oggetto del Protocollo di Kyoto) dalle ristrette preoccupazioni di scienziati, ambientalisti e pochi politici illuminati, innalzandola ad emergenza globale. Ora, a distanza di due anni, l'Ipcc si accinge a rimettersi al lavoro per il primo atto della sua prossima fatica, il quinto Assessment Report, la cui uscita è in calendario per il 2014. "Dal 13 al 17 luglio oltre duecento esperti di tutto il mondo si riuniranno a Venezia per stabilire l'indice del nuovo Rapporto, elencando i capitoli e i sottocapitoli da scrivere, un passaggio fondamentale in grado di influenzare l'intero lavoro e di creare grandi discussioni tra i rappresentanti dei vari governi", spiega Carlo Carraro, neorettore dell'università di Venezia e unico italiano nel piccolo Bureau permanente dell'Ipcc.

Professor Carraro, in cosa cambierà il Quinto Rapporto rispetto a quello precedente?
Si cercherà in particolare di scongiurare alcuni limiti emersi con il Quarto Assesment. Il primo sforzo sarà dare indicazioni più ravvicinate nel tempo sugli effetti del riscaldamento globale anziché proiezioni per i cambiamenti di fine secolo, cercando di concentrare l'attenzione su aree geografiche molto più ristrette, grandi circa 30 chilometri quadrati. Si tratta di rispondere anche alle sollecitazioni della politica e delle comunità locali, che chiedono di sapere con maggiore precisione cosa accadrà, dove accadrà e quando accadrà per pianificare gli investimenti necessari all'adattamento.

Una bella sfida.
Delimitare aree geografiche più piccole lo è senz'altro, ma dare scadenze più ravvicinate è un vantaggio perché consente ai supercalcolatori in grado di simulare l'evoluzione del clima, come quello gestito a Lecce dal Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici, di sfornare i loro calcoli in tempi più stretti.

Quali sono gli altri aspetti del Quarto Rapporto da correggere?
La laboriosa metodologia di lavoro dell'Ipcc, che risponde sia agli obblighi di rigore scientifico sia alle necessità di mediazione politica (siamo un organismo intergovernativo) ha prodotto un eccessivo gap temporale tra la divulgazione dell'Assesment e la "freschezza" delle pubblicazioni scientifiche citate, con il rischio di essere già vecchio al momento dell'uscita. Ora invece per quei temi ritenuti rilevanti e suscettibili di particolari incertezze le pubblicazioni scientifiche di riferimento saranno aggiornate fino all'ultimo momento possibile.

Stando alle indiscrezioni della vigilia, l'Ipcc getterà un occhio particolare sull'area mediterranea. Conferma?
Questa era un'altra lacuna del Quarto Rapporto, dovuta in particolare al fatto che la ricerca scientifica sul clima del Mediterraneo in questi anni ha goduto di scarsi investimenti e ha prodotto poche indicazioni, in particolare sui possibili effetti sull'innalzamento del livello del mare, mentre si tratta di un'area "cerniera" particolarmente importante e meritevole di attenzione.

In questi giorni l'impegno dei Grandi sul clima ha lasciato l'amaro in bocca a molti. Lei che previsioni fa per la Conferenza Onu di Copenaghen? Si riuscirà a trovare l'accordo globale per fissare limiti drastici e vincolanti alle emissioni di CO2?
Credo che l'obiettivo dei 2 gradi di aumento massimo della temperatura media globale fissato dall'Unione Europea e ribadito dal G8 non sia ormai più alla nostra portata. E' possibile però sforarlo di poco e investire molto in adattamento. Il tempo stringe, ma credo l'appuntamento di Copenaghen sia sopravvalutato. Arriva troppo presto. Gli Usa devono avere il tempo di metabolizzare la svolta di Obama e approvare in via definitiva il "climate bill", una legge che malgrado lo scetticismo di alcuni pone all'America obiettivi molto importanti, soprattutto sul lungo termine. Senza quel testo trasformato in legge gli Stati Uniti non hanno potere contrattuale. E' possibile quindi convocare una conferenza straordinaria a metà 2010, oppure rinviare tutto a quella successiva. A quel punto, con il "climate bill" approvato, prevedo possibili resistenze solo dall'India, mentre sono molto ottimista sull'atteggiamento della Cina e degli altri Paesi emergenti.

Fonte: Repubblica
Autore: Valerio Gualerzi
10 luglio 2009

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