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contributo inviato da simonam il 16 giugno 2009

                         

                

E' la terza volta che me lo guardo (la prima volta fu al cinema un anno fa, in dicembre ho comprato il dvd e stasera ho sentito la voglia di rivederlo) e devo fare una dichiarazione sennò scoppio: insomma, tra Il divo e Gomorra non c'è confronto.

Nel senso che Il divo è incomparabilmente superiore.
E che Dio perdoni Sean Penn e tutta la giuria di Cannes 2008 che gli preferirono il francese La classe, ma che comunque fino alla vigilia si erano detti impressionati da Gomorra non rendendosi conto di che film aveva realizzato Sorrentino (il premio della giuria essendo nulla più di un contentino).
A parte che tutti i film del regista napoletano sono finora stati eccezionali, e che la quasi costante presenza di Toni Servillo ne aumenta il valore generale, bisogna ammettere che Servillo aveva un bel personaggio anche in Gomorra, film niente affatto disprezzabile (spero che adesso non mi arrivi una valanga di insulti): ma un conto è apprezzarlo, ci mancherebbe altro, un conto non vedere la palese differenza tra un lungometraggio di denuncia dal taglio neorealistico e quasi documentaristico (Gomorra, appunto) e una macchina narrativa perfetta, compatta, onirica, altamente innovativa (Il divo).

E' quasi imbarazzante scegliere le scene da citare immaginando quante ne entreranno di diritto nelle antologie del cinema, ma a titolo dimostrativo non posso fare a meno di elencare, non fosse altro che per il piacere fisico che danno al cinefilo:
- l'uso dei titoli rosso sangue che entrano in 3-d nell'immagine, anche girando attorno al personaggio (Sindona avvelenato in cella);
- la scena di Servillo e la Bonaiuto che, non trovando un solo canale che non parli del processo per mafia ad Andreotti, si mettono a guardare il concerto di Renato Zero che canta la struggente I migliori anni della nostra vita, e vedi questa moglie che guarda a lungo, con tenerezza, il marito mentre lui, solito marpione, non mostra emozione alcuna e la ricambia di sbieco;
- la colonna sonora stratosferica, dalla Pavane di Fauré durante le passeggiate notturne dell'insonne con la scorta, al rock anni 70 nelle scene di omicidi su commissione, alla techno già usata con efficacia da Sorrentino nelle Conseguenze dell'amore, fino al tripudio ghignante della canzone d'amore durante il bacio Riina-Andreotti come lo racconta il pentito Di Maggio (che infatti non verrà creduto);
- la mitica scena tarantiniana dell'arrivo della "corrente", dove non si può non citare almeno lo strepitoso Carlo Buccirosso (un Cirino Pomicino straripante di vitalità e di strategia politica, l'essenza della Prima Repubblica, con le addette stampa-modelle e le feste danzerecce), il trucido Sbardella di Massimo Popolizio ("vado con i Dorotei perché so' ttanto simpatici... e io invece so' ttanto antipatico... e mi porto dietro le mie 300 mila preferenze!") e il servile, patetico Evangelisti di Flavio Bucci, così servile che disgusta lo stesso Andreotti ("Hai avuto un'altra uscita incongrua, Franco" lo rimprovera seccamente quando questi dichiara di volergli bene e che la politica non è tutto); una scena le cui inquadrature western-spaghetti preannunciano un capovolgimento delle prospettive che poi avverrà per tutto il film;
- l'uso dadaista di oggetti apparentemente incongrui quali lo skateboard che annuncia fragoroso la strage di Capaci al Parlamento riunito per eleggere il Presidente della Repubblica; o l'incontro del superstizioso Andreotti con il gatto bianco al Quirinale (aneddoto o invenzione? Nooo, non lo voglio sapere);
- la scena della scorta sotto la pioggia che non riesce ad aprire lo sportello dell'auto dove si trova il Divo, vero simbolo del potere che si autoesclude e si autoreclude;
- l'autoassoluzione, infine, sull'onda di A Silvia di Leopardi, con le immagini in b/n del cimitero del Verano teatro del primo appuntamento con l'innocente Livia, che innocente resterà tutta la vita, mentre lui sa che per avere il bene bisogna fare il male, fino alla pietra tombale:
«La nostra, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa. E lo so anch'io».

Due parole sull'interpretazione di Servillo: a parte che è circondato da attori in gamba, senza sbavature, dalla Bonaiuto a Bucci, dalla Degli Esposti al Giulio Bosetti interprete di Scalfari, va elogiato senza risparmiarsi se non altro per averci evitato la macchietta, l'imitazione da Bagaglino: fermo restando che la gobba e le orecchie a sventola non erano eliminabili dal personaggio essendone parti reali e non satiriche, il merito di Servillo è stato interiorizzare il personaggio mediante l'uso della voce flautata, del passetto corto, degli occhi vacui; forse avrebbe potuto farlo chiunque, ma finora solo lui l'ha fatto così, mettendosi al servizio di una storia "forte", grottesca, che immerge le mani in un maelström melmoso fatto di incontri al limite della credibilità, di mormorazioni, di complicità intollerabili: dal delitto Pecorelli, a quello Moro, a Dalla Chiesa che probabilmente di Moro aveva i diari e poteva farne "cattivo" uso, allo IOR, a Gelli ("toh, chi si vede, il rappresentante della Permaflex" per Andreotti e la sua candida segretaria Enea), a Calvi.

Una storia così incredibile - nel senso narratologico della sospensione della credulità - che forse davvero non poteva essere creduta e capita all'estero.

Chiaro che all'estero l'Andreotti-icona, l'Andreotti incarnazione della peggiore DC, l'Andreotti esecrato, vilipeso, sospettato da quarant'anni di responsabilità diretta o almeno complicità indiretta nei peggiori delitti, stragi, omicidi della storia della Repubblica, poteva non essere così a fuoco, ma lascia alibiti il misconoscimento delle qualità filmiche dell'opera a Cannes 2008 (il premio della giuria essendo poco più di una mancia).
E rattrista che agli Oscar, dove comunque l'Italia da anni non viene presa in considerazione per il miglior film straniero, si sia calcolato che la candidatura di un film sulla mafia com Gomorra potesse avesse più chance.
Sbagliando, perché la mafia che Hollywood vuole vedere è la mafia inventata a tavolino da Puzo, quella con i boss eleganti, con la bella gente, al massimo con il boss in terapia psicanalitica de I Soprano, mica i sottoproletari, disperati, poco più che bambini, dalle voci arrochite e dall'italiano sottotitolato anche in Italia, di Gomorra. Buon film di denuncia, ripeto, tratto da un libro che non sarebbe giusto recensire qui, in un contesto puramente cinematografico; mi limito ad osservare che l'opera di Saviano ha venduto tantissimo ma sarebbe interessante capire quanti l'hanno davvero letto e metabolizzato, e anche studiare le perverse modalità per cui la camorra se n'è in un certo senso appropriata, ritenendosi valorizzata e resa più affascinante da un saggio che doveva e voleva metterla in cattiva luce.
Mi auguro che almeno in Italia arrivi presto una riflessione pacata sul Divo tale da rimettere le cose al loro posto e da far seguire un pieno giudizio della critica al successo di pubblico che sicuramente il film ha avuto, sia nelle sale sia all'uscita del dvd.

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